Il passo indietro dell'ANP sulla soluzione dei "due popoli due stati" e l'impellenza di un confronto sullo "Stato unico" per la Palestina
Comunicato del Forum Palestina
La dichiarazione dello scorso 5 novembre con cui Saeb Erekat, il capo negoziatore dell’Autorità Nazionale Palestinese, ha definito come fallita la soluzione dei “due popoli per due Stati” e come inevitabile l’alternativa dello “Stato unico”, segna in sé un passaggio significativo.
Arriva da un’istituzione in difficoltà, che ha al suo vertice un presidente in crisi di popolarità e di credibilità agli occhi del suo popolo, Abu Mazen, che dopo aver assecondato negli anni il percorso inaugurato dagli Accordi di Oslo e basato sulla “pace in cambio di terra”, non ha fatto che favorire l’indebolimento della lotta palestinese sul terreno politico e la progressiva espansione delle colonie senza ottenere in cambio alcuna pace. E’ un messaggio rivolto all’esterno, agli USA di Obama, piuttosto che alle organizzazioni politiche e della società civile che l’ANP vuole rappresentare, e in quanto tale esercita una pressione non pienamente maturata a livello collettivo. Ma pone senz’altro le basi affinché finalmente l’unica soluzione possibile per una pace che sia anche giusta sia inserita nell’agenda politica palestinese come terreno di lotta e di negoziato credibile.
Ci siamo confrontati più volte con attivisti, intellettuali ed esponenti politici palestinesi, ma anche israeliani antisionisti, in merito alla soluzione dello Stato Unico, sottolineando proprio come quella che appare come l’unica ipotesi realistica per la fine del colonialismo sionista non trovi ancora ufficialmente spazio nella piattaforma politica dei partiti palestinesi. Oggi in qualche modo il passo indietro dell’ANP obbliga a rivolgere l’attenzione alla possibilità di uno Stato che, senza coincidere con la “Grande Israele” auspicata dai fondatori dell’ideologia sionista, sia realmente democratico con pari diritti per tutti i suoi cittadini.
Da Oslo a Camp David e a Madrid, tutti gli accordi internazionali basati sulla soluzione dei due popoli per due Stati (mentre porzioni sempre più ampie di territorio palestinese venivano strappate dal Muro e dalle colonie) hanno sempre fatto da paravento all’obiettivo sionista di ampliare il territorio israeliano, di rendere sempre più puramente ebraico il carattere dello Stato di Israele, e di mantenere in piedi l’immagine di Stato democratico di fronte alla politica internazionale e all’opinione pubblica mondiale. Ormai la realtà dei fatti dimostra da tempo che è proprio mettendo in discussione i presupposti di Oslo, su cui fino ad oggi si sono fondati i cosiddetti “negoziati di pace” con il coinvolgimento delle potenze occidentali complici dell’occupazione, che la lotta per l’autodeterminazione palestinese potrà concretamente mettere in discussione i presupposti su cui si basano il sionismo e la sua strategia colonialista.
La dichiarazione di fallimento che arriva dal negoziatore palestinese e dai vertici dell’ANP spalanca una finestra sulla realtà e sulla possibilità di ridefinire su nuove basi gli obiettivi strategici della lotta di liberazione palestinese offrendo un’ulteriore occasione di riflessione anche al movimento di solidarietà internazionale che attraverso la campagna BDS si sta allargando producendo risultati concreti ed efficaci.
Assumere oggi la soluzione dello Stato Unico come ipotesi su cui dare battaglia politica significa contrastare apertamente la strategia sionista: è anche per questo motivo che nell’ultima delle 10 domande su cui studiosi, giornalisti e attivisti italiani, palestinesi e israeliani saranno chiamati a rispondere il 28 e 29 novembre a Roma, poniamo il seguente interrogativo: “Il progetto di uno Stato Unico per ebrei e palestinesi è da ritenersi una minaccia o una soluzione possibile per la pace in Medio Oriente?”. A nostro avviso innanzitutto è la realtà che ci sta dando delle indicazioni e di queste occorrerà tenere necessariamente conto.
Il Forum Palestina
“Abbiamo un paese che è di parole.
E tu parla, che io possa fondare la mia strada pietra su pietra.
Abbiamo un paese che è di parole,
e tu parla, così che si conosca dove abbia termine il viaggio.”
Mahmud Darwish
E tu parla, che io possa fondare la mia strada pietra su pietra.
Abbiamo un paese che è di parole,
e tu parla, così che si conosca dove abbia termine il viaggio.”
Mahmud Darwish
domenica 8 novembre 2009
venerdì 6 novembre 2009
per il BDS a Bologna
MASHI - ORME IN PALESTINA
organizza la rassegna
PALESTINA. LA TERRA CALPESTATA
racconti e immagini
al VAG 61 in via Paolo Fabbri 110 a partire dalle ore20:00
Lunedi' 09/11/2009
B.D.S. (Boicottaggio, Disinvestimenti e Sanzioni)
Ore 20:00 pasta
Ore 21:00 incontro con
Enrico Bartolomei della campagna BDS italiana e
Ben Scribner co-fondatore di STOP Agrexco Roma
Proiezione doc. Campi di Fragole di A. Heller
organizza la rassegna
PALESTINA. LA TERRA CALPESTATA
racconti e immagini
al VAG 61 in via Paolo Fabbri 110 a partire dalle ore20:00
Lunedi' 09/11/2009
B.D.S. (Boicottaggio, Disinvestimenti e Sanzioni)
Ore 20:00 pasta
Ore 21:00 incontro con
Enrico Bartolomei della campagna BDS italiana e
Ben Scribner co-fondatore di STOP Agrexco Roma
Proiezione doc. Campi di Fragole di A. Heller
domenica 4 ottobre 2009
E' morto Marek Edelman, partigiano ebreo antisionista
E' morto, il 2 ottobre, Marek Edelman, vice-comandante dell'insurrezione del ghetto ebraico di Varsavia del 1943 contro i nazisti, divenne il reggente della rivolta dopo l'uccisione del leader Mordechai Anielewicz. Ebreo antisionista, nacque a Homel (oggi Bielorussia) nel 1919. Fece parte del Bund, il partito socialista operaio ebraico della Russia zarista, marcatamente avverso alla dottrina del sionismo. Nel 1942, come dirigente della gioventù del Bund, Edelman fondò, nella clandestinità, l'Organizzazione ebraica di combattimento, per la resistenza contro i nazisti.
Nei riguardi dell'epica insurrezione del 1943 Edelman ha sostenuto che, sebbene la sconfitta fosse inevitabile, la rivolta dimostrò le capacità di resistenza degli ebrei una volta sconfitta l'apatia e passività dei dirigenti tradizionali della comunità, passività che portò, prima della rivolta in breve tempo alla deportazione e morte dei due terzi delle 400 mila persone racchiuse dai nazisti nel ghetto della capitale polacca. Marek Edelman riuscì a salvarsi dalla distruzione completa del ghetto fuggendo attraverso le fognature aiutato dai partigiani dell'Armya Ludowa, l'esercito popolare, prevalentemente comunista, cui si associò continuando la resistenza e participando all'insurrezione di Varsavia nel 1944.
Dopo la fine della guerra si rifiutò di trasferirsi sia in Israele che negli Stati Uniti, studiò cardiologia a Lodz, diventando poi cardiochirurgo. Per nulla idialliaci i rapporti tra Edelman e Israele, che furono contraddistinti da una radicale critica dell'ex partigiano alle fondamenta dello Stato d'Israele così come da un laconico biasimo da parte dell'intellighenzia sionista nei suoi confronti. La contigenza più aspra si verificò nel 2002, nel quadro del processo mosso da Israele al leader palestinese Marwan Barghouti: Edelman scrisse una lettera alla resistenza palestinese, riconoscendola politicamente e definendola letteralmente come tale. (dal sito: infoaut.org)
giovedì 1 ottobre 2009
proiezione video-documentario
Sabra e Shatila
L’uscita recente di numerosi film tra cui Lebanon di Samuel Maoz (Israele 2009), mistificano il ruolo degli israeliani in Libano e Palestina. Si cerca attraverso una campagna mediatica di edulcorare le responsabilità militari degli israeliani nel massacro di Sabra e Shatila e più in generale sulla politica colonialista e razzista portata avanti dallo stato di Israele.
Se capovolgere l’invasore con l’invaso è aberrante, non di meno il metterli sullo stesso piano corrisponde a prendere la parte del più forte, l’invasore.
Per questi motivi è importante ricordare cosa successe tra il 16 al 18 Settembre 1982. Nel corso di due notti e tre giorni, furono assassinati nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila in Libano tra 1.000 e 3.000 civili palestinesi, soprattutto donne, bambini e anziani. Il numero esatto delle vittime è ancora sconosciuto. Questo massacro fu compiuto dalla milizie fasciste libanesi supportate dalle truppe dello stato di Israele. La logistica della strage fu pianificata dall'allora ministro della difesa Ariel Sharon.
E’ per questo che il Comitato Palestina Bologna organizza una serata dedicata ai tragici avvenimenti dell’82.
COMITATO PALESTINA BOLOGNA
L’uscita recente di numerosi film tra cui Lebanon di Samuel Maoz (Israele 2009), mistificano il ruolo degli israeliani in Libano e Palestina. Si cerca attraverso una campagna mediatica di edulcorare le responsabilità militari degli israeliani nel massacro di Sabra e Shatila e più in generale sulla politica colonialista e razzista portata avanti dallo stato di Israele.
Se capovolgere l’invasore con l’invaso è aberrante, non di meno il metterli sullo stesso piano corrisponde a prendere la parte del più forte, l’invasore.
Per questi motivi è importante ricordare cosa successe tra il 16 al 18 Settembre 1982. Nel corso di due notti e tre giorni, furono assassinati nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila in Libano tra 1.000 e 3.000 civili palestinesi, soprattutto donne, bambini e anziani. Il numero esatto delle vittime è ancora sconosciuto. Questo massacro fu compiuto dalla milizie fasciste libanesi supportate dalle truppe dello stato di Israele. La logistica della strage fu pianificata dall'allora ministro della difesa Ariel Sharon.
E’ per questo che il Comitato Palestina Bologna organizza una serata dedicata ai tragici avvenimenti dell’82.
Proiezione
film-documentario
Massacro
Il film-documentario presenta interviste dirette ai carnefici che hanno partecipato al massacro. Il film collega le disposizioni psicologiche degli autori con il loro ambiente politico, e gli approcci dei loro racconti e il fenomeno della violenza collettiva.
Mercoledì 14 ottobre ore 21.00
HUB via Serra 2/G Bologna
COMITATO PALESTINA BOLOGNA
lunedì 28 settembre 2009
"...CHI RICORDA I NOSTRI 3000 MORTI DI SABRA E CHATILA?"
Chatila non dimentica
di Stefano ChiariniVentisette anni fa il massacro nel campo profughi palestinese a Beirut. La condizione dei rifugiati e la giustizia negata alle vittime delle violenze di falangisti e israeliani è una miscela esplosiva capace d'innescare nuove tragedie.
«Perché mai il nostro unico compito/ dovrebbe essere quello di scavare tombe?/ ...quanto profondo è tutto questo sangue». I versi del poeta palestinese Mahmoud Darwish, scritti su un vecchio manifesto di una delle tante organizzazioni non governative (ong) che cercano di alleviare la tremenda miseria dei campi, ben rappresentano l'esasperazione degli oltre 300.000 profughi palestinesi in Libano che si preparano a ricordare, il prossimo 16 settembre, il ventesimo anniversario del massacro di Sabra e Chatila.
Mai la tensione nei campi profughi, e più in generale in Libano, è stata così alta negli ultimi anni. Le minacce di una nuova guerra Usa all'Iraq, alla Siria, al Libano, un crescendo di episodi di violenza nei campi del sud e nella Beqaa, ma soprattutto le discriminazioni di cui sono vittime e il silenzio del mondo sui loro morti e sullo strazio dei loro diritti ha portato i rifugiati ad una cupa esasperazione ormai pronta ad esplodere.
«Da quindici giorni - ci dice Amina, una ragazza di vent'anni di Chatila - i media internazionali parlano delle 3.000 povere vittime dell'11 settembre e della necessità che sia resa loro giustizia, ma chi ricorda i nostri 3.000 morti di Sabra e Chatila? Come mai, se c'è questo senso di giustizia, il responsabile di quell'eccidio, Ariel Sharon, è invitato alla Casa bianca e definito da Bush "uomo di pace"?».
I fratelli di Amina annuiscono in silenzio guardandola con ammirazione. Poi dopo una breve pausa, mentre da dietro una tenda che divide in due l'unica stanza della casa dai muri verdi di muffa compare una sorella più piccola con un vassoietto col tè, uno di loro continua: «Perché tutti considerano normale che gli ebrei, dopo 2.000 anni, siano voluti tornare in Palestina mentre quelli di noi che, dopo appena 50 anni, vogliono fare altrettanto e si rifiutano di marcire in questi campi vengono definiti terroristi o estremisti?» «C'è chi innalza palazzi e chi scava tombe», sentenzia amara un'anziana parente, seduta nelle semioscurità.
I profughi vivono in una sorta di permanente, surreale incertezza fra il passato in patria, «il paese del latte e del miele», e il futuro «del ritorno» a dispetto di tutte le contingenze. L'ospedale di Sabra, ridotto ad uno scheletro di cemento dove vivono in piccole celle centinaia di famiglie con soli quattro bagni ogni piano e un lavello per i piatti e i panni, immerso nell'oscurità di pallide lampadine, si chiama non a caso «Gaza»; l'altro nosocomio vicino all'ambasciata del Kuwait, «Akko».
Sui muri delle case, foto ingiallite dei villaggi di origine mentre nelle vecchie scatole di metallo per i biscotti viene conservato tutto ciò che un giorno potrebbe essere utile a rivendicare la proprietà di terreni, case, beni mobili e immobili. In alcuni casi fanno la loro comparsa anche vecchie e grosse chiavi arrugginite: di casa, del magazzino, dell'ufficio, del negozio. Come se una chiave o persino un contratto di proprietà avessero un qualche valore davanti alla canna di un fucile quando il mondo guarda altrove.
Questo ventesimo anniversario è per certi versi ancora più amaro e triste di quelli che l'hanno preceduto, non solo per i ricordi personali delle 3.000 vittime massacrate dai falangisti sotto la supervisione dell'esercito israeliano tra il pomeriggio del 16 e la mattina del 18 - anziani, donne e soprattutto bambini torturati, menomati, in alcuni casi tagliati a fettine e poi ricomposti sulle tavole a mo' di dolci - ma anche per il fatto che tutto, a vent'anni di distanza, sembra di nuovo ripetersi.
Una veloce lettura degli eventi di quei terribili giorni del 1982 non lascia dubbi sulle responsabilità internazionali, proprio come oggi. I combattenti palestinesi si erano ritirati da Beirut alla fine di agosto in cambio dell'impegno sottoscritto dal governo israeliano con l'inviato Usa Philip Habib, di non entrare a Beirut ovest.
I soldati americani, francesi e italiani, arrivati il 21 agosto, avrebbero vigilato sul mantenimento degli impegni presi da Israele. Invece, ritiratisi i fedayin, gli Usa decisero un ritiro anticipato di 15 giorni, lasciando i campi alla mercé degli israeliani.
Sharon l'11 settembre dichiarò che a Sabra e Chatila «ci sono ancora 2.000 terroristi».
Martedì 14 venne ucciso Bechir Gemayel, il presidente falangista libanese alleato di Israele, mercoledì 15 l'esercito israeliano entrò a Beirut ovest e circondò i campi affidando ai falangisti la loro «ripulitura».
Giovedì 16 iniziò il massacro che sarebbe durato fino a sabato 18.
Lunedì 20 Reagan annunciò il ritorno delle forze multinazionali incaricate di «proteggere i palestinesi».
La strage era compiuta e la coscienza dell'Occidente salva.
*Stefano Chiarini, giornalista del manifesto ed esperto di Medio Oriente, è morto il 3 febbraio 2007. Questo articolo è stato pubblicato il 12 settembre 2002
da Il Manifesto del 17/09/2009
http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&task=view&id=1496&Itemid=1Qui per fermare una Nakba infinita
di Antonietta Chiarini
Ancora una volta siamo qui per un appuntamento ormai irrinunciabile: quella che per molti di noi, attraverso le parole e gli scritti di Stefano, era una partecipazione a distanza, ora, dopo la sua scomparsa, è diventata una esigenza profonda.
Siamo qui, e con noi anche Tullia, la figlia di Stefano, per rendere omaggio a queste vittime e per fare testimonianza.
A Sabra e Chatila si cade in un doloroso incantesimo: ci si sente contemporaneamente vittime e responsabili, vittime perché colpiti nella nostra umanità, violati nei sentimenti più cari, umiliati per un'ingiustizia non ancora riparata, qui come nelle altre stragi perpetrate a danno del popolo palestinese e degli altri oppressi della terra; Sabra e Chatila, simbolo di un lungo elenco di città e villaggi aggrediti, evacuati, distrutti, fino alla ferita più recente, Gaza; ma ci si sente anche responsabili perché ognuno di noi, oltre ad appartenere alla razza umana, è anche cittadino di uno Stato e i governi di questi stati, nonché l'Onu, non si sono saputi o voluti imporre, non hanno preteso il puntuale rispetto delle garanzie internazionali né delle risoluzioni prese, né i loro tribunali hanno saputo punire i responsabili di questo orrore: la nebbia della diplomazia e i mezzi di comunicazione abilmente pilotati non permettono di capire la realtà del dramma palestinese.
Per Gaza l'opinione pubblica ha dato vita in tutto il mondo a imponenti manifestazioni di solidarietà, Gaza non si è sentita sola, tuttavia è stata considerata, spacciata per «emergenza». Emergenza?
L'emergenza per i palestinesi è stata la Nakba e dura da più di 60 anni!
Se veramente avessimo capito questo, ogni giorno e in ogni città ci dovrebbero essere manifestazioni per porre fine ad una situazione insostenibile di isolamento e di oppressione, perché sia ridata dignità ad un popolo negato e per recuperare la nostra.
Sabra e Chatila: questo luogo della memoria trasmette così violentemente l'orrore del massacro da farlo sentire attuale e tale rimarrà, una ferita non rimarginata, finché al popolo palestinese non verrà riconosciuto il diritto al ritorno, il diritto alla terra, il diritto ad avere dignità di Stato fra gli stati.
Si può distruggere un villaggio o una città, si possono uccidere gli esseri umani, si può seguire un sogno distorto di potenza lasciando dietro di sé tracce insanguinate del proprio passaggio, ma non si può uccidere la memoria e di questa memoria Stefano ha voluto essere il testimone angosciato e tenace.
È nel suo ricordo che noi siamo qui, perché la memoria delle ingiustizie patite dai palestinesi non si affievolisca ma si rafforzi e si dilati: una testimonianza a mille persone diventano mille testimonianze. Noi siamo qui ancora una volta, e tra noi tanti giovani, per essere testimoni credibili.
A Sabra e Chatila in questa ex-discarica diventata luogo di rispetto e di amore, la battaglia della memoria l'hanno vinta i palestinesi e i loro amici.
da Il Manifesto del 17/09/2009
domenica 27 settembre 2009
Jeff Halper: «Barack ostaggio del Congresso, è il momento del boicottaggio»
L'antropologo israeliano: il presidente ha le mani legate. La società civile si mobiliti per tenere viva la questione palestinese
di Michelangelo Cocco
Jeff Halper coniuga pessimismo della ragione - «Nessuna indicazione che Obama possa fare serie pressioni su Israele; 24mila case palestinesi demolite dal 1967» - e ottimismo della volontà - «Il movimento di boicottaggio sta riscuotendo grandi successi». In giro da Bolzano a Napoli per promuovere «Ostacoli alla pace» (Una città), abbiamo intercettato l'antropologo israeliano fondatore del Comitato israeliano contro la demolizione delle case (Icahd) a Roma [...].
Sulle colonie ebraiche nei Territori palestinesi occupati Obama sembra incapace di raggiungere con Netanyahu perfino un accordo parziale. Come lo spiega?
Israele sa da sempre che il suo asso nella manica è il Congresso, dove gode del sostegno bipartisan di repubblicani e democratici. Così Tel Aviv può permettersi di non ascoltare la Casa Bianca. Quando George W. Bush varò la Road map, il parlamento spedì all'ex presidente una lettera intimandogli di non toccare Israele. Finché Barack Obama non si mostrerà capace di portare il Congresso sulle sue posizioni, di essere duro con Israele, nulla cambierà.
Se Obama portasse dalla sua il Congresso, quali strumenti potrebbe utilizzare per fare pressione su Tel Aviv?
L'economia israeliana dipende dall'accesso privilegiato alla tecnologia militare statunitense. I progetti di sviluppo di armamenti che sottoscrive con l'Europa o la Cina vanno avanti grazie a questa disponibilità di tecnologia «made in Usa». Se Obama dicesse al ministro della difesa Gates: «Stop ai progetti comuni, ai milioni di dollari Usa nel sistema antimissile Arrow», Israele cederebbe alle richieste Usa perché, altrimenti, la sua economia crollerebbe.
Oltre alle colonie, quali sono i principali «ostacoli alla pace» descritti nel suo libro?
Per quanto riguarda gli ostacoli fisici: i checkpoint, il Muro, le demolizioni di case palestinesi. Ma quello che ho provato a dimostrare è che il grande ostacolo è Israele. Non si può sostenere che entrambe le parti debbano negoziare o cessare la violenza. Tutti gli ostacoli sul terreno sono stati creati da Israele, che è la potenza occupante.
E la demolizione delle case palestinesi a Gerusalemme?
Gli Usa chiedono il congelamento delle colonie ma non la fine dell'abbattimento, illegale, delle case palestinesi che va avanti ogni giorno: soltanto a Gerusalemme est 22mila case - 1/3 delle abitazioni palestinesi - hanno ricevuto ordine di demolizione da parte delle autorità occupanti. Da due generazioni viene sistematicamente impedito ai palestinesi di costruire a Gerusalemme, mentre 250mila israeliani si sono stabiliti nella sua parte orientale, come coloni. Il tentativo è quello di distruggere Gerusalemme est come capitale palestinese: una pressione tremenda verso quella che noi chiamiamo «giudaizzazione» di Gerusalemme.
Cosa ci si può aspettare dalla società civile?
La preoccupazione di Obama ora è la riforma sanitaria e il presidente non ha ancora il controllo del suo partito, ma ha dichiarato che la pace in Palestina è interesse nazionale degli Stati Uniti, cioè che il conflitto è contrario ai loro interessi. Noi (la società civile internazionale) abbiamo un ruolo importante: far capire che - contrariamente alle aspettative di tanti governi - la questione palestinese non scomparirà. La resistenza palestinese, noi, l'International solidarity movement, le organizzazioni per i diritti umani, manteniamo viva la questione. E all'estero assistiamo alla nascita di un movimento molto forte che chiede boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (Bds) per Israele.
Intervista a Jeff Halper a Fahrenheit su Radio3:
sabato 26 settembre 2009
L'ultima tentazione, vivere col nemico
di Michele Giorgio
http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20090922/pagina/09/pezzo/260475/
Oggi incontro a New York tra il presidente statunitense, quello dell'Anp e il premier israeliano. Gli stessi americani confessano di avere «poche speranze». Netanyahu, che non ha fatto alcuna concessione sul congelamento degli insediamenti, gongola. Mentre Abu Mazen ingoia amaro, per non aver saputo dire di no GERUSALEMME Sempre più palestinesi acquistano casa nelle colonie
«Come viviamo a Pisgat Zeev?». Maher riflette qualche secondo prima di rispondere. «Mah, bene - dice - anche se abbiamo pochissimi contatti con i nostri vicini. Qualcuno ha capito che siamo palestinesi e ci evita, altri invece ci tollerano». Maher, palestinese di Gerusalemme, ci ha chiesto di non rivelare il suo cognome. Da due anni risiede con la famiglia in un appartamento della colonia ebraica di Pisgat Zeev, costruita a ridosso della zona araba (Est) della città.
Fino a pochi anni fa, un palestinese non avrebbe mai scelto di stare in una colonia, assieme ai «settler» che occupano la zona destinata a diventare la capitale del futuro Stato di Palestina. Nel migliore dei casi sarebbe stato accusato di essere un «collaborazionista» di Israele. «Ma oggi le cose stanno cambiando - sostiene Maher -, a Gerusalemme Est non ci sono case disponibili, costruirne una costa troppo e gli israeliani raramente concedono i permessi edilizi. Per me venire qui è stata una scelta obbligata».
Non sono noti i dati ufficiali del 2008 sulla presenza di palestinesi nelle colonie ebraiche costruite nel settore di Gerusalemme sotto occupazione dal 1967. Quelli del 2007, resi noti dall'Israel center for Jerusalem studies, evidenziano un fenomeno che non è più marginale. Dei 42mila abitanti di Pisgat Zeev circa 1.300 sono palestinesi, oltre 800 i palestinesi che vivono tra i 7mila residenti della Collina Francese e altri 600 risiedono a Neve Yaakov.
Una «presenza» passata inosservata per lungo tempo e che comincia a «preoccupare» gli ultranazionalisti israeliani. Non sorprende perciò l'incontro convocato il mese scorso dall'organizzazione militante «Nuovo Sinedrio» proprio a Pisgat Zeev, per discutere e condannare con parole di fuoco gli israeliani ebrei che vendono le case ai palestinesi. «Chi cede le case agli arabi è un traditore - ha proclamato Hillel Weiss, il portavoce del «Nuovo Sinedrio» -: siamo in guerra, se gli arabi conquistano anche un solo quartiere (colonia, ndr), saranno in grado di conquistare tutti gli altri».
Yusef, che come Maher preferisce non rivelare pienamente la sua identità, vive da un anno a Pisgat Zeev e non sembra avere in mente propositi di «riconquista». Tuttavia lo rallegra l'idea di aver messo piede nella terra che un tempo, prima delle confische, apparteneva al quartiere arabo di Beit Hanina. «Questa è terra palestinese e poi non è stato (il premier israeliano) Netanyahu a proclamare che ebrei e arabi possono vivere ovunque a Gerusalemme?», dice accennando un sorriso beffardo. Certo, spiega, «mi piacerebbe vivere assieme ai palestinesi ma a Gerusalemme est non si trova una casa per meno di mezzo milione di dollari e quelle che costano meno sono state costruite senza permesso e rischiano di venir demolite». «Qui - prosegue - ho comprato da un israeliano una casa di 150 metri quadrati per 245mila dollari e con tutti i documenti in regola».
Yusef aggiunge che a Pisgat Zeev ha trovato quei servizi che il comune non garantisce nella zona palestinese di Gerusalemme. «Ho a disposizione i trasporti pubblici, un servizio efficiente di raccolta dei rifiuti, strade asfaltate, con i marciapiedi e ben illuminate. Preferirei avere dei vicini diversi, ma non si può ottenere tutto nella vita», aggiunge ancora con tono beffardo. Yusef e Maher vivevano, rispettivamente, a Beit Hanina e Beit Safafa, quartieri dove gli abitanti pur pagando, come gli israeliani, le tasse comunali ricevono in cambio ben pochi servizi.
Secondo il ricercatore Khalil Tufakji, autore di «La dearabizzazione di Gerusalemme est», dopo oltre 40 anni di occupazione israeliana le misure anti-arabe si starebbero rivelando un «boomerang». «Il fine della politica (israeliana) nella zona est di Gerusalemme è stato quello di privare di servizi e diritti la popolazione palestinese allo scopo di spingerla a lasciare la città e di contenere la crescita demografica araba. (L'ex premier israeliana) Golda Meir voleva limitare gli abitanti palestinesi al 25%, ma oggi sono almeno il 35% e nel 2040 saranno il 55%, quindi la maggioranza», spiega Tufakji. «Ai palestinesi vengono negati i permessi edilizi - aggiunge - le aree edificabili sono state ridotte al minimo, le residenze revocate con vari pretesti (almeno 4mila famiglie sono state costrette a lasciare la città dal 1967)».
Tutto ciò, prosegue il ricercatore, «sta spingendo tante famiglie arabe a cercare casa nelle colonie ebraiche, approfittando della disponibilità di non pochi israeliani a vendere le loro abitazioni per trasferirsi nelle zone centrali del paese». Tufakji ricorda che l'86% dei terreni palestinesi a Gerusalemme est è stato confiscato e che le aree edificabili sono rare. «E anche quando si ottiene il permesso - spiega - occorre pagare subito 35mila dollari all'amministrazione comunale e, in ogni caso, non si possono costruire case alte più di tre piani». Nel 2004, riferisce Tufakji, delle 1.695 concessioni edilizie rilasciate dal comune appena 116 sono andate ai palestinesi e di queste solo 46 riguardavano abitazioni» A queste condizioni, conclude Tufakji, i palestinesi non possono far altro che comprare o affittare case ovunque siano disponibili a Gerusalemme.
Maher intanto si gode la sua abitazione a Pisgat Zeev e chiede all'Anp di Abu Mazen di creare un fondo speciale per Gerusalemme. «Sarebbe un modo per riappropriarci della nostra terra e per sfidare le politiche israeliane - dice - ora siamo costretti a rivolgerci alle banche israeliane per ottenere un mutuo, mentre le banche palestinesi potrebbero facilitare chi desidera comprare case israeliane». Secondo Khalil Tufakji «sarebbe opportuno» ma, aggiunge, «l'Anp e il mondo arabo non hanno una strategia valida per contrastare le politiche di Israele a Gerusalemme».
http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20090922/pagina/09/pezzo/260475/
Israele cerca l’appoggio di Obama sull’indagine a Gaza
di Barak Ravid e Anshel Pfeffer
http://www.haaretz.com/hasen/spages/1115233.html
(tradotto da mariano mingarelli)
http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&task=view&id=1493&Itemid=76
di The Associated Press
(tradotto da mariano mingarelli)
http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&task=view&id=1494&Itemid=76
Mercoledì, Israele ha domandato a un certo numero di membri ad alto livello dell’amministrazione di Obama di appoggiarla nel limitare il grave danno internazionale prodotto dalla relazione della Commissione Goldstone rilasciata questa settimana, nella quale si accusa Israele di aver commesso crimini di guerra durante l’Operazione Piombo Fuso.
Il Ministero degli Esteri, mercoledì, ha deciso di concentrare i suoi sforzi nel tentativo di combattere le accuse contenute nel rapporto rivolgendosi agli Stati Uniti, alla Russia e a pochi altri membri appartenenti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e al Consiglio per i Diritti Umani, che sono coinvolti nelle guerre in Iraq e in Afghanistan.
Il messaggio israeliano sostiene che il rapporto Goldstone minaccia quei paesi, in quanto esso crea grosse difficoltà alla guerra al terrore, e ci si deve perciò impegnare per impedire che esso venga portato davanti alla Corte Criminale Internazionale dell’Aja (ICC). Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha sollevato la questione mercoledì con l’inviato speciale per il Medio Oriente, Gorge Mitchell, mentre il rappresentante del Ministero degli Esteri, Daniel Ayalon, ne ha discusso con l’ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite, Susan Rice, e con altri funzionari di alto livello.
La Commissione Internazionale, nominata dal Consiglio per i Diritti Umani e guidata dal giudice Richard Goldstone, accusa Israele di crimini di guerra e sta trasmettendo le sue raccomandazioni al ICC dell’Aja. Secondo il rapporto: “Alcune delle azioni del governo di Israele potrebbero giustificare una decisione della corte competente che accerti che sono stati commessi crimini contro l’umanità,” e “….la Missione rileva che c’è stato un certo numero di violazioni del Diritto Umanitario Internazionale e della legge per i Diritti Umani.”
Il Ministero degli Esteri ha costituito un forum di esperti legali per seguire qualsiasi azione processuale che potrebbe essere intentata a seguito del rapporto e per essere pronti per una situazione nella quale una causa fosse stata portata di fronte al tribunale dell’Aja.
Ayalon, che stava facendo una visita di lavoro negli Stati Uniti, ha cominciato giovedì a inviare messaggi a membri ad alto livello dell’amministrazione degli Stati Uniti e del Congresso per la necessità di presentare obiezioni nei confronti del rapporto. Egli ha rilevato che la stessa strategia che era occorsa in merito alla Risoluzione 3379 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che metteva in relazione il sionismo con il razzismo, deve essere messa in atto con la relazione Goldstone.
Il Presidente Shimon Peres ha rilasciato una dichiarazione, mercoledì, nella quale si afferma che il rapporto Goldstone “ha fatto una parodia della storia.”
Sempre mercoledì, l’ufficio del Primo Ministro ha deciso che Peres avrebbe dovuto trovarsi in prima linea nella campagna israeliana contro la relazione. Netanyahu e il Ministro degli Esteri Avigdor Lieberman non si sarebbero espressi pubblicamente sull’argomento, ma sarebbero impegnati in una diplomazia nascosta.
Ufficiali superiori del Ministero degli Esteri, mercoledì, hanno dichiarato che la decisione israeliana di non collaborare con la Commissione Goldstone era stata giusta. Essi hanno insistito che questo era il caso, malgrado il fatto che tutti gli israeliani che hanno prestato liberamente testimonianza prima della Commissione Goldstone, come Noam Shalit, padre del soldato israeliano rapito Gilad Shalit, hanno inciso sulla relazione e sullo stesso Goldstone in modo affine a ciascun’altra testimonianza israeliana.
Un funzionario superiore del Ministero degli Esteri ha affermato: “Noi sapevamo che la relazione sarebbe stata inclemente, ma Goldstone ci ha sorpreso sul come è stata dura. Ciò sta proprio a dimostrare quanto eravamo dalla parte della ragione nel non collaborare. Se l’avessi fatto, avremmo legittimato questo scandalo.”
La relazione di 575 pagine descrive 36 casi specifici nel quali l’IDF ha violato in modo evidente le leggi internazionali. Un gran numero di casi sono già stati presi in esame dall’IDF a seguito dell’operazione, all’interno delle unità che avevano preso parte ai combattimenti e da cinque comitati istituiti con ordinanza del capo di stato maggiore Gabi Ashkenazi. Nella maggior parte dei casi, le indagini hanno stabilito che i soldati hanno operato secondo gli ordini, nonché nel rispetto del diritto internazionale. Tuttavia, non è stato deciso ancora se fare uso del materiale raccolto da parte dell’IDF per confutare le conclusioni del gruppo di Goldstone o di lasciarlo come prova nel caso in cui all’estero vengano formulate delle accuse contro specifici ufficiali delle Forze Israeliane di Difesa.
L’IDF e il Ministero della Giustizia sono preoccupati in quanto il rapporto potrà rendere difficoltosi i viaggi all’estero per ufficiali israeliani. Un gruppo congiunto del Ministero della Giustizia, dell’IDF e del Ministero degli Esteri ha già una squadra di esperti legali, che avvertono gli ufficiali di non lasciare il paese e in alcuni casi ha impedito loro di visitare specifici paesi.
Viene richiesto che ogni soldato e ufficiale si sottoponga ad un incontro informativo di sicurezza prima di intraprendere un viaggio all’estero; lo scorso anno, venne richiesto ad alcuni ufficiali che avevano preso parte ai combattimenti a Gaza, in particolar modo se i loro nomi erano comparsi nei media, di sottoporsi ad un incontro informativo speciale.
Fonti legali hanno affermato che sono stati coinvolti per trattare la questione principalmente esperti civili, piuttosto che l’ufficio dell’Avvocatura Militare Generale.
Diversamente da quanto comporta la sua partecipazione al gruppo congiunto, l’IDF si è rifiutato ufficialmente di confutare le affermazioni contenute nel rapporto Goldstone. L’esercito ha deciso di fornire al Ministero degli Esteri le risposte alle critiche all’estero riguardanti le proprie attività.
Haaretz ha rivelato una direttiva dell’IDF, che fa seguito all’Operazione Piombo Fuso, la quale proibisce di pubblicare i nomi e le foto dei comandanti di battaglione che hanno partecipato all’operazione per il timore di rappresaglie legali nei loro confronti. Pochi mesi dopo, l’IDF ha fatto marcia indietro sulla questione.
Israele è preoccupato in quanto gli ufficiali, e perfino gli alti funzionari governativi ed i ministri che sono coinvolti nell’approvazione dell’operazione, potrebbero rischiare di essere arrestati in un paese che sia firmatario del trattato che riconosce la Corte Criminale Internazionale dell’Aja (ICC) e che è obbligato, di conseguenza, a rispettare i suoi mandati di cattura.
Le autorità sono preoccupate, in modo particolare, per gli ufficiali che sono in visita in paesi che permettono ai loro sistemi legali che prevedono la “giurisdizione universale” di processare – a seguito delle denuncie presentate da privati cittadini o delle iniziative di giudici inquirenti – una persona sospettata di aver commesso crimini di guerra in un altro paese. Sono inclusi tra questi paesi la Gran Bretagna, il Belgio, la Spagna e la Norvegia.
Fino ad oggi, c’è stato solo un caso di un ufficiale che ha corso il rischio di venire arrestato in un paese straniero – il maggiore generale Doron Almong, ex-comandante della regione occupata meridionale (GOC) – che è dovuto restare a bordo dell’aereo con il quale era andato a Londra e ritornare in Israele per la paura di essere arrestato, dopo che un gruppo palestinese aveva intentato un’azione legale contro di lui per crimini di guerra.
http://www.haaretz.com/hasen/spages/1115233.html
(tradotto da mariano mingarelli)
http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&task=view&id=1493&Itemid=76
Gli Stati Uniti affermano che il rapporto delle Nazioni Unite su Gaza è ingiusto nel confronti di Israele
di The Associated Press
Venerdì, l’amministrazione Obama ha criticato seccamente una relazione delle Nazioni Unite che afferma che Israele ha commesso numerosi crimini di guerra all’inizio di quest’anno durante la sua guerra a Gaza. La dichiarazione del Dipartimento di Stato U.S. mette fine a quasi una settimana di reazioni fatte in sordina alle conclusioni che sono già state respinte da Israele.
Il Dipartimento di Stato ha sostenuto che le conclusioni della Commissione delle Nazioni Unite guidata dal giudice sudafricano Richard Goldstone sono state ingiuste nei confronti di Israele, in quanto non hanno affrontato in modo completo il ruolo avuto nel conflitto dai gruppi di miliziani palestinesi di Hamas. Ha affermato che gli Stati Uniti si sono opposti alla raccomandazione che le azioni compiute da Israele siano rinviate alla Corte Criminale Internazionale (ICC).
Il portavoce Ian Kelly ha raccontato ai giornalisti: "Benché la relazione faccia riferimento ad entrambe le parti del conflitto, essa si concentra in modo schiacciante sulle azioni compiute da Israele."
Egli ha sostenuto che, mentre la relazione trae conclusioni di fatto e di legge eccessivamente radicali nei riguardi di Israele, le sue risultanze sulla condotta deplorevole di Hamas e il mancato adeguamento dello stesso al diritto umanitario internazionale durante il conflitto, sono al più approssimative e incerte.
La relazione delle Nazioni Unite, consegnata giovedì, ha criticato Israele per le morti di civili a Gaza, affermando che nell’offensiva era stata utilizzata una forza sproporzionata. Durante le tre settimane del conflitto sono stati uccisi circa 1.400 palestinesi. Israele ha rilanciato l’accusa dicendo che la colpa è stata di Hamas in quanto i suoi combattenti avevano dislocato sia le forze che coloro che lanciavano i missili in quartieri affollati.
La relazione ha dichiarato che anche il lancio da parte di Hamas di razzi sui civili israeliani è un crimine di guerra.
Giovedì, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha criticato ferocemente le conclusioni, affermando che le forze di sicurezza israeliane stavano esplicando il diritto del loro paese di difendere se stesso. Gli Stati Uniti sono rimasti per lo più muti fino a venerdì, limitando la loro reazione ad espressioni di preoccupazione a proposito di argomenti non specificati e sul mandato della commissione.
Il mandato era stato assegnato a Goldstone e ai suoi colleghi dal Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, quest’anno, prima che il Presidente Barack Obama avesse deciso di mettere fine alla politica dell’amministrazione Bush di snobbare l’istituzione, prendendovi parte.
Venerdì, Kelly ha affermato che gli Stati Uniti avevano l’intenzione di mantenere la discussione sulla relazione all’interno del Consiglio e che erano preoccupati molto seriamente riguardo alla raccomandazione che essa fosse sollevata presso altre istituzioni, inclusa la Corte Criminale Internazionale.
Egli ha sostenuto: "Facciamo notare in particolare che Israele possiede degli organismi democratici per indagare e per intentare azioni penali contro eventuali abusi, e noi esortiamo che sia Israele ad utilizzare quelle istituzioni."
Anche degli ufficiali degli Stati Uniti si sono dimostrati preoccupati per la possibilità che Stati Arabi ed altri potrebbero cercare di sollevare la questione del rapporto, la prossima settimana, alla sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Kelly ha detto che era importante per il mondo restare concentrato sul tentativo di rilanciare i colloqui di pace Israelo-palestinesi e ha continuato:
"Noi ci auguriamo che gli impegni assunti presso il Consiglio per i Diritti Umani e le altre istituzioni internazionali e riguardanti il Medio Oriente potranno avere prospettive di futuro sul come si può sostenere l’obiettivo di una soluzione a due-stati."
http://www.haaretz.com/hasen/spages/1115659.html(tradotto da mariano mingarelli)
http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&task=view&id=1494&Itemid=76
Disonore all'Aja
di Gideon Levy
di Michael Warschawski
(tradotto da Caterina Guarna)
http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&task=view&id=1495&Itemid=76
C’è un nome su ogni pallottola, e c’è qualcuno responsabile per ogni crimine. E’ stato squarciato, una volta per tutte, il mantello di teflon che Israele si era avvolto tutt’attorno fin dall’Operazione Piombo Fuso ed ora devono essere affrontate questioni difficili. E’ divenuto superfluo porre la domanda se a Gaza vennero commessi dei crimini di guerra, in quanto sono già state fornite risposte chiare ed autorevoli. In tal modo, deve essere posta la domanda successiva: di chi è la colpa? Se vennero commessi dei crimini di guerra a Gaza, ne consegue che tra di noi ci sono dei criminali di guerra in libertà. Essi devono essere giudicati responsabili e puniti. Questa è la rigorosa conclusione tracciata dalla relazione dettagliata delle Nazioni Unite.
Per quasi un anno, Israele ha cercato di sostenere che il sangue versato a Gaza era soltanto acqua. Un rapporto si era succeduto all’altro, con effetti ugualmente raccapriccianti: assedio, fosforo bianco, scempio di civili innocenti, infrastrutture distrutte – crimini di guerra in tutti i resoconti. Ora, dopo la pubblicazione della relazione, la più importante e schiacciante fra tutte, compilata dalla commissione diretta dal giudice Richard Goldstone, i tentativi di Israele di screditarli appaiono assurdi e le vuote sbruffonate dei suoi portavoce risuonano patetiche.
Per quanto essi si siano concentrati sugli inviati e non sulle loro comunicazioni: l’investigatore per il Controllo del rispetto dei Diritti Umani raccoglie cimeli nazisti, Rompere il Silenzio è un affare, Amnesty International è anti-semitica. Tutto è propaganda a buon mercato. Come se, questa volta, l’inviato fosse un professore in propaganda. Nessuno può affermare seriamente che Goldstone, un fervente ed attivo sionista, con legami profondi con Israele, sia un anti-semita. Sarebbe ridicolo. Quantunque ci siano stati alcuni agenti che hanno tentato di usare effettivamente l’arma dell’anti-semitismo contro di lui, sebbene riconoscessero che tutto ciò fosse farsesco. Si sarebbe dovuto ascoltare la commovente intervista che la figlia di Goldstone, Nicole, aveva concesso mercoledì a Razi Barkai della Radio dell’Esercito, per capire che lei di fatto amava Israele e ne era un’amica autentica. Ella aveva raccontato, in ebraico, dell’angoscia mentale che suo padre aveva provato e della sua convinzione che, se non ci fosse stato lui, il rapporto sarebbe stato di gran lunga peggiore. Precisò che tutto ciò che lui voleva era un Israele che fosse più giusto.
Nessuno può avere dei dubbi neppure sulle sue credenziali giuridiche, in quanto giurista internazionale al massimo livello con una impeccabile reputazione. L’uomo che aveva scoperto la verità sul Ruanda e sulla Yugoslavia, aveva fatto ora la stessa cosa riguardo a Gaza. L’ex principale procuratore del Tribunale Criminale Internazionale dell’Aja non è solo un’autorità giuridica, ma anche un’autorità morale; quindi critiche nei confronti del giudice non saranno prese in considerazione. E’ tempo, invece, di guardare più da vicino gli accusati. Quei responsabili sono in primo luogo Ehud Olmert, Ehud Barak e Gabi Ashkenazi. Finora, cosa incredibile, nessuno di loro ha pagato alcun prezzo per i loro misfatti.
Piombo Fuso è stata un’aggressione esagerata su una popolazione civile assediata e senza protezione alcuna che non ha mostrato quasi alcun segno di resistenza durante l’operazione. Ciò avrebbe dovuto sollevare una collera immediata in Israele. E’ stata una Sabra e Chatila, questa volta eseguita da noi. Sennonché in questo paese, a seguito di Sabra e Chatila, ci fu una bufera di proteste, mentre dopo Piombo Fuso sono state sciorinate solo pure citazioni.
Avrebbe dovuto essere sufficiente considerare solo la spaventosa disparità nel numero delle vittime – 100 palestinesi uccisi per ognuno degli israeliani – per turbare l’intera società di Israele. Non c’era alcuna necessità di aspettare Goldstone per comprendere quale terribile cosa era avvenuta tra il Davide palestinese e il Golia israeliano. Ma gli israeliani hanno preferito guardare da un’altra parte o starsene con i loro bambini sulle colline attorno a Gaza ed esultare per la carneficina causata dalle bombe.
Sotto la copertura di media impegnati, di analisti ed esperti criminalmente parziali – i quali tutti si sono trattenuti dal divulgare le informazioni – e con un’opinione pubblica compiacente alla quale era stato fatto il lavaggio del cervello, Israele si è comportato come se nulla fosse accaduto. Goldstone ha messo fine a tutto ciò e per questo dobbiamo ringraziarlo. Dopo che il suo compito si è concluso, saranno prese le ovvie iniziative pratiche.
Sarebbe meglio che Israele facesse appello al coraggio per cambiare la rotta, fintanto che c’è ancora tempo, facendo sulla materia indagini reali, e non tramite le inchieste grottesche delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), senza aspettare Goldstone. Olmert e Tzipi Livni devono essere costretti a pagare per la loro vergognosa decisione di non collaborare con Goldstone, sebbene a questo punto il latte è versato. Ora che la relazione prosegue sulla sua strada verso la Corte Criminale Internazionale (ICC) e potrebbero essere emessi presto dei mandati di arresto, ciò che resta ancora da farsi è la costituzione immediata di una Commissione d’Inchiesta per evitare il disonore dell’Aja.
Forse la prossima volta che si darà inizio ad un’altra inutile ed infelice guerra, si prenderà in considerazione non solo il numero delle vittime che si dovranno probabilmente subire, ma anche il pesante danno politico che tali guerre producono.
Alla vigilia del nuovo anno ebraico, Israele sta diventando, meritatamente, un paese emarginato ed odiato. Non dobbiamo dimenticarcelo per un minuto solo.
http://www.haaretz.com/hasen/spages/1115240.html (tradotto da mariano mingarelli)
http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&task=view&id=1492Itemid=76Dopo la pubblicazione del rapporto dell’ Onu per i fatti avvenuti a Gaza: Israele al Tribunale per i crimini di guerra!
di Michael Warschawski
La pubblicazione del rapporto dell’Onu per l’accertamento dei fatti sul conflitto di Gaza è un passo importante, a condizione che abbia un seguito. Esso è importante anzitutto per la sicurezza pubblica internazionale: durante i due decenni del predominio dei neo-conservatori negli Stati Uniti, abbiamo assistito agli sforzi congiunti della casa Bianca e di Israele per vanificare le norme del diritto internazionale. Possiamo ricordare lo stupido commento di George W. Bush: egli, nella cornice della guerra globale al terrorismo sostenne che era essenziale annullare le limitazioni poste ai combattenti dalla Convenzione di Ginevra.
E Israele, già nei primi anni ’70 aveva deciso che la Quarta Convenzione di Ginevra non era applicabile nei Territori Occupati.
Il rapporto, e prima di questo il parere consultivo della Corte Internazionale sulle Conseguenze legali della costruzione di un muro nei territori palestinesi occupati, ricorda al mondo che la lezione dell’epoca nazista non è stata dimenticata e che il mondo non è una giungla in cui predomina la forza, ma una comunità civilizzata che si sforza di agire secondo le leggi internazionali che proteggono i fondamentali diritti degli esseri umani. E per coloro che obiettano, giustamente, che queste norme internazionali sono violate ogni giorno dalla maggioranza dei Paesi del mondo, noi dobbiamo rispondere che è meglio che ci siano norme e leggi che proteggono i più deboli, anche se non sono generalmente rispettate, che vivere in una società senza leggi che permette al più forte di fare ciò che vuole.
Le risposte dei leader israeliani erano prevedibili: “rapporto prevenuto” “ approccio unilaterale”, e “ noi abbiamo sempre saputo che Goldstone è antisemita…. o un Ebreo che odia se stesso”.
A capo di questa campagna sta, e non poteva essere altrimenti, Ehud Barak, che ha dichiarato che “questo rapporto non solo premia il terrorismo, ma addirittura lo incoraggia” . Barak ha aggiunto che il Ministro della Difesa assicurerà la consulenza legale a quegli ufficiali contro i quali fossero avviati procedimenti legali.
In base ai regolamenti della legge internazionale si suppone che le conclusioni del rapporto saranno ora discusse nel Consiglio per i Diritti Umani e poi nel Consiglio di Sicurezza, che potrebbe poi trasferirle alla Corte Internazionale dell’Aja o a una Corte internazionale speciale, cosicché coloro che sono sospettati di aver commesso crimini di guerra possano essere processati e se ritenuti colpevoli condannati a stare dietro le sbarre per molti anni. In ogni modo, questa stessa legge internazionale ha previsto dei privilegi per le grandi potenze, cioè il potere di veto.
La diplomazia israeliana concentrerà immediatamente i propri sforzi nel convincere alcune di queste potenze a porre il veto e togliere Israele dai guai. E soprattutto farà pressioni sulla casa Bianca.
Così è arrivata la vera prova per Barack Obama : nessuna dichiarazione su “la pace entro due anni” e “il diritto dei palestinesi a uno stato”, ma al momento una trattativa con politiche concrete che contraddicono i valori che egli sostiene e con chiare esortazioni a adire alle vie legali.
Barack deciderà se al sistema delle leggi internazionali sarà permesso di fare ciò che ci si aspetta da esse . Con mio dispiacere, io scommetto che lui starà con Israele, cioè, che gli Stati Uniti useranno il potere di veto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.Comunque, il veto americano non porrà fine alla storia: numerosi Paesi nel mondo hanno adottato leggi che permettono loro di giudicare persone accusate di crimini di guerra contro l’umanità.
Sta a noi, donne e uomini, in Israele e all’estero, che temono per la sicurezza pubblica internazionale e le leggi internazionali, il compito di unire le forze per porre a questi criminali di guerra il dilemma: rischiare di essere processati se vengono trovati in paesi il cui la legge lo permette, o rimanere chiusi in Israele, abbandonando l’idea di fare turismo in Spagna o un anno sabbatico nel Regno Unito.
Come è accaduto al precedente comandante delle forze aeree israeliane che è stato costretto a rimanere dentro l’aereo all’aeroporto di Londra, quando seppe dell’ordine di detenzione che lo aspettava se avesse messo piede in Gran Bretagna.
La creazione di un “Osservatorio sui crimini di guerra israeliani” può essere uno dei contributi della società civile per dar seguito al rapporto dell’ ONU , in aggiunta alla raccolta del rilevante materiale e delle testimonianze sulle azioni militari di Israele a Gaza , e al monitoraggio dei movimenti di coloro che sono sospettati di crimini di guerra.
http://www.alternativenews.org/michael-wasrschawski/2160-following-pubblication-of-report-of-the-un-fact- finding-mission-on-gaza-israeli-war-criminals-to-trialcourt-.html(tradotto da Caterina Guarna)
http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&task=view&id=1495&Itemid=76
DOPO IL RAPPORTO ONU SUI MASSACRI A GAZA Sindacato britannico boicotta Israele
di Michelangelo Cocco
http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20090918/pagina/07/pezzo/260179/
Il British trades union congress (Tuc), che con i suoi 6,5 milioni di iscritti è la principale confederazione sindacale britannica, ha aderito alla campagna di boicottaggio disinvestimento e sanzioni (Bds) contro Israele. La decisione è stata presa ieri (a maggioranza assoluta) nella giornata di chiusura del congresso annuale del Tuc a Liverpool e all'indomani della pubblicazione del rapporto della Commissione Onu presieduta dal giudice Richard Goldstone che accusa Israele di aver commesso «crimini di guerra» durante l'offensiva militare contro la Striscia di Gaza (27 dicembre 2008-18 gennaio 2009) costata la vita a oltre 1.400 palestinesi, la maggior parte dei quali civili. Dichiarandosi a favore dei due stati e condannando anche il lancio di razzi Qassam da parte di Hamas, il Tuc chiede al governo laburista di Gordon Brown di «cessare ogni commercio di armi con Israele, imporre il bando all'importazione di merci prodotte negli insediamenti illegali nei Territori occupati». Il sindacato, che ha seguito l'esempio dell'irlandese Irish congress of trade unions (Ictu) e del sudafricano Cosatu, «appoggia le mosse per la sospensione del trattato di associazione Israele-Unione europea». Il Palestine solidarity campaign, la rete di associazioni britanniche che ha spinto per il boicottaggio, festeggia la sua vittoria. Così come gli attivisti palestinesi promotori del Bds, che incassano un altro successo dopo la decisione presa qualche giorno fa dal Fondo pensioni norvegese di ritirare i propri investimenti dall'azienda militare israeliana Elbit. Per la Palestina - sostengono i militanti - «è finalmente arrivato il momento sudafricano», con riferimento alla campagna internazionale di boicottaggio che contribuì in maniera determinante a porre fine al regime dell'apartheid in Sudafrica.
http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20090918/pagina/07/pezzo/260179/
Iscriviti a:
Post (Atom)
