Sahera Dirbas, nata e cresciuta ad Haifa, residente a Gerusalemme. È una film-maker indipendente, ha pubblicato tre ricerche su altrettanti villaggi arabi distrutti nel 1948 e ha prodotto un documentario sulla sua citta'.
Abbiamo un paese che è di parole, e tu parla, così che si conosca dove abbia termine il viaggio.”
Mahmud Darwish
giovedì 28 agosto 2008
Estranei nella propria terra
Sahera Dirbas, nata e cresciuta ad Haifa, residente a Gerusalemme. È una film-maker indipendente, ha pubblicato tre ricerche su altrettanti villaggi arabi distrutti nel 1948 e ha prodotto un documentario sulla sua citta'.
Rompiamo l'assedio a Gaza
Nel pomeriggio del 23 agosto le due imbarcazioni Free Gaza e Liberty sono sbarcate a Gaza con a bordo 44 attivisti, di 16/17 diverse nazionalità; tra loro due “nonnine”: una suora di 81 anni ed una sopravvissuta all’olocausto di 84 anni; Jeff Halper, israeliano da anni attivo contro le demolizioni delle case palestinesi da parte di Israele (Jeff Halper è presidente della ICAHD - Israeli Committee against House demolition, http://www.icahd.org/eng/) e molto critico contro la politica israeliana di occupazione e distruzione dei territori; Lauren Booth, cognata di Tony Blair; Vittorio Arrigoni, unico italiano.Il 26 agosto la Free Gaza,ha scortato sei pescherecci palestinesi consentendogli di allontanarsi fino a una distanza dalla costa di 10 miglia nautiche, Israele impone come limite 6 miglia ai pescatori palestinesi. Negli ultimi anni 14 pescatori sono stati uccisi e una settantina sono stati arrestati dalle motovedette israeliane. “Fino all'inizio dell'Intifada, nel 2000, i pescatori di Gaza potevano allontanarsi fino a 12 miglia nautiche - una distanza comunque inferiore alle 20 miglia stabilita dagli accordi di Oslo - e riuscivano a pescare anche 3mila tonnellate di pesce ogni anno. Oggi questo settore è moribondo, come ha denunciato anche la vicepresidente del Parlamento europeo Luisa Morgantini. Lo scorso anno sono state pescate appena 500 tonnellate di pesce e dei 3.500 pescatori solo 700 sono ancora impiegati in un settore che prima dava lavoro a migliaia di persone. A ciò si aggiunge la penuria di carburante - frutto dell'embargo israeliano - che ha costretto i pescatori a ricorrere ai trucchi più fantasiosi, come usare l'olio da cucina usato invece della nafta, per poter uscire in mare.” (M. Giorgio, Il Manifesto - 26 agosto). “Il blocco navale israeliano è illegale, i palestinesi hanno il diritto di usare le loro acque per scopi pacifici. Penso all'arrivo a Gaza di navi cariche di aiuti per la popolazione palestinese e all'avvio di un traffico commerciale. Certo, Israele fa le sue minacce ma non può aprire il fuoco su navi che portano cibo e medicinali ai palestinesi e non mettono in alcun modo a rischio la sua sicurezza. Chi ha intenzioni pacifiche può e deve osare”, afferma Lauren Booth in un’intervista di M. Giorgio (Il Manifesto del 26 agosto).
Gli attivisti intendono ripartire per Cipro con dieci studenti palestinesi ammessi ad università straniere, a cui Israele rifiuta il permesso di partire. I pacifisti si attendono di essere fermati dalla Marina militare israeliana. Lo Stato ebraico oggi ha peraltro fatto sapere che nei prossimi giorni intende compiere manovre militari in acque internazionali vicine alle acque territoriali di Gaza.
Intanto Jeff Halper, ha tentato di tornare a Gerusalemme attraverso il valico di Erez, tra Gaza e Israele, e dopo aver atteso circa due ore sul versante palestinese del terminal, e' stato autorizzato ad entrare nello Stato ebraico. Subito dopo e' stato portato alla stazione di polizia di Sderot dove e' stato interrogato per circa un'ora prima di essere rilasciato. La notizia di oggi è che Jeff Halper è stato arrestato, la portavoce della polizia ha diramato questa comunicazione: "Jeff Halper è stato arrestato al passaggio di Eretz, in quanto era sulla nave per rompere l’assedio ed è entrato nella Striscia di Gaza dal mare, violando le leggi israeliane. Ha anche violato quelle che vietano ai cittadini ebrei di entrare nella Striscia". Una legge dello Stato ebraico vieta categoricamente l'ingresso di cittadini israeliani nei territori autonomi palestinesi.
website della missione: www.freegaza.org

giovedì 7 agosto 2008
Le Ong accusano i servizi israeliani "Informazioni in cambio di cure"
Un'organizzazione umanitaria denuncia i metodi estorsivi dei servizi "Negano assistenza sanitaria ai palestinesi che si rifiutano di fare la spia"da la Repubblica
"Parla apertamente e non avrai problemi a tornare in Israele, altrimenti ...". Sono molte le minacce, esplicite o indirette, fatte dai servizi segreti israeliani ai palestinesi che vanno a curarsi in Israele. Lo denuncia l'organizzazione umanitaria "Physicians for human rights" (Phr), nota anche per i suoi report su Abu Graib, Guantanamo e le torture nelle carceri afghane. Il rapporto dell'organizzazione umanitaria si basa sulle testimonianze di oltre 30 palestinesi.
Bassam al-Wahidi, un giovane giornalista palestinese vicino a Fatah, ha raccontato all'Ong di esser stato portato più volte in stanze sotterranee e lì minacciato che, se non avesse dato informazioni, gli avrebbero negato l'accesso alle cure mediche in Israele. Situazione complicata quella di al-Wahidi: se da un lato curarsi in Palestina è quasi impossibile perché gli ospedali vengono giù a pezzi e sono stracolmi, dall'altro "chi parla", al ritorno, è condannato a morte. Il giovane al-Wahidi, che si è rifiutato di collaborare, ha dovuto interrompere le cure per un problema alla vista: adesso è completamente cieco all'occhio destro e presto lo sarà del tutto.
Nonostante l'uso dei civili a scopi di guerra sia espressamente vietato dal diritto internazionale, Israele continua a mostrarsi sordo a ogni richiamo. Secondo il rapporto di Phr, l'organizzazione umanitaria statunitense formata da medici e operatori sanitari che si impegnano per il rispetto dei diritti umani, i ricatti dello Shin Bet in alcuni casi hanno avuto come oggetto della "transazione" cure essenziali alla stessa sopravvivenza dei palestinesi.
E' il caso di Abu Obeid, un operaio palestinese di 38 anni che soffre di cuore e da anni si reca in Israele, dove gli hanno impiantato un pacemaker. Ma un anno fa un ufficiale israeliano lo ha ricattato: "Facciamo un patto: tu mi dai un'informazione e io ti semplifico l'ingresso in Israele". Abu Obeid si è rifiutato di parlare e l'ufficiale gli ha negato il permesso. Da quel giorno Abu Obeid sta aspettando che un team israeliano di medici possa entrare a Gaza per controllargli il pacemaker. Un ufficiale israeliano, Shlomo Dror, in una nota alla France Press, ha smentito qualsiasi ricatto: "E' una prassi che chiunque entri in Israele debba essere interrogato sui motivi della sua visita e se appartenga o meno a un'organizzazione teroristica - si è giustificato l'ufficiale - d'altronde per noi sarebbe inutile cercare di carpire informazioni da loro, poiché al ritorno in Palestina sarebbero subito tacciati di collaborazionismo".
(4 agosto 2008)
martedì 5 agosto 2008
Strage di Bologna: il depistaggio palestinese
[...] «Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità», specialmente se a ribadirla sono alte cariche istituzionali, come un ministro della propaganda ieri o un sindaco oggi. [...]
LEGGI SU:
Risposta del PFLP all'accusa di Cossiga
Former Italian Prime Minister fabricates lies against the Palestinian people
The Popular Front for the Liberation of Palestine totally rejects the statements of former Italian prime minister and Senator for life, Francesco Cosiga, that were published in the Lebanese newspaper, Al-Safir, on July 9, 2008 in Issue no. 11044. Cosiga, speaking with the Italian newspaper "El Courier Delaciera," falsely accused the PFLP of masterminding an attack on the Bologna train station in northeastern Italy 28 years ago.
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venerdì 1 agosto 2008
«Rompere l'assedio», i pacifisti preparano lo sbarco a Gaza
http://www.forumpalestina.org/news/2008/Luglio08/31-07-08RompereAssedio.htm
giovedì 31 luglio 2008
Protesti? Sei morto.
http://www.associazionezaatar.org/index.php?option=com_content&task=view&id=232&Itemid=1Adesso non siamo più nel 1948, adesso la pulizia etnica della Palestina continua sotto gli occhi di tutti. Adesso non ci sono più scuse. TUTTI quelli che fingono di non sapere sono complici. TUTTI.
29/07/2008
articolo originale su: http://www.palsolidarity.org/main/2008/07/29/10-year-old-shot-dead-at-nilin/
Un ragazzino di 11 anni di nome Ahmed Ussam Yusef Mousa è stato ucciso approssimativamente alle 18.00 nei pressi del villaggio palestinese di Nil’in. E’ stato colpito una volta alla testa da un proiettile a distanza ravvicinata.
- Mohammad Fadel Hashem Rayan, age 25
- Zakaria MaHmud Salem, age 28
- Abdal Rahman Abu Eid, age 62
- Mohammad Daud Badwan, age 21
- Diaa Abdel Karim Abu Eid, age 24
- Hussain mahmud Awwad Aliyan, age 17
- Islam Hashem Rizik Zhahran, age 14
- Alaa Mohammad Abdel Rahman Khalil, age 14
- Jamal Jaber Ibrahim Assi, age 15
- Odai Mofeed Mahmud Assi, age 14
- Mahayub Nimer Assi, age 15
For more information contact the ISM Media Office (970)-2-2971824.
Migliaia di persone al funerale del bambino palestinese ucciso dai poliziotti israeliani
Coloni israeliani attaccano bambini palestinesi e internazionali sulla strada per casa mentre tornavano dal campo estivo
Per ulteriori informazioni contatta il Christian Peacemaker Teams ad At-Tuwani:0542531323
27 luglio 2008
AT-TUWANI – Domenica 27 luglio, all' 1:50 del pomeriggio, almeno tre coloni israeliani hanno attaccato dei bambini palestinesi e due accompagnatori internazionali mentre stavano camminando, di ritorno verso il loro villaggio di Tuba. I bambini stavano frequentando il campo estivo organizzato nel villaggio di At-Tuwani. Mentre quattordici bambini e due internazionali del Christian Peacemaker Teams (CPT), stavano camminando in una valle a sud dell'avamposto israeliano illegale di Havot Ma'on, un colono con il volto coperto è sceso dalla collina lanciando sassi con una fionda. I bambini e il volontario del CPT, Jan Benvie, sono corsi in avanti, ma altri coloni i stavano avvicinandosi a loro provenendo dalla parte opposta della valle. Nessuna delle pietre lanciate dai coloni ha colpito i bambini, che hanno un'età compresa tra i 6 e i 15 anni, cosicchè essi hanno potuto mettersi in salvo.
Il volontario del CPT, Joel Gulledge, stava filmando l'aggressione. Non appena il colono mascherato notò Gulledge con la videocamera, cominciò a lanciargli contro delle pietre. Il colono colpì Gulledge ad una gamba con una pietra tanto che egli non fu più in grado di muoversi. A questo punto il colono lo affrontò, gli strappò la videocamera e cominciò a percuoterlo con una pietra e con la videocamera. Dopo di ciò il colono si allontanò portandosi dietro la videocamera.
Il 22 luglio, la scorta militare non aveva accompagnato i bambini. Solo sette bambini avevano accettato il rischio di ritornare da soli a At-Tuwani. I bambini avevano informato il CPT che almeno altri otto bambini non si erano recati al campo estivo perchè avevano avuto troppa paura a dover affrontare il percorso senza una scorta militare. Di nuovo, la mattina del 23 luglio, l'esercito si era rifiutato di fare da scorta ai bambini. Mentre i bambini se ne andavano senza scorta verso il campo estivo, erano stati inseguiti da tre coloni, uno dei quali aveva il volto coperto ed aveva una mazza. Il 26 luglio un rappresentante dell'esercito informò gli internazionali che i militari non avrebbero più fornito la scorta per i bambini che stavano aspettando l'arrivo dell'esercito, nonostante che, nel frattempo, quattro coloni dell'avamposto illegale di Havot Ma'on stessero gridando contro quei fanciulli. Il rappresentante non volle qualificarsi e il comandante di brigata si rifiutò di fornire la scorta. Quando l'internazionale cercò di spiegare la pericolosità della situazione per i bambini, il rappresentante militare rispose, "Non ritengo che i coloni aggrediranno i bambini."
Nell'ottobre del 2004, coloni israeliani avevano aggredito scolari palestinesi e internazionali nella stessa zona dove è avvenuto l'attacco del 27. Due internazionali erano stati ricoverati in ospedale e, solo dopo che i mezzi di informazione internazionali ebbero dato spazio all'aggressione, il parlamento israeliano aveva raccomandato che l'esercito israeliano fornisse una scorta giornaliera perchè i bambini potessero recarsi e tornare da scuola.
(trad. mariano mingarelli)
Operation Dove - Nonviolent Peace CorpsPalestine - Israel Community Pope John XXIII
e mail: operationdove@gmail.comwebsite: www.operationdove.orgmobile: 0548 130 634
Gli israeliani si stanno prendendo tutta Gerusalemme. Confische e demolizioni contro i palestinesi

Una politica estera per l'Unione Europea
Mercoledì 23 Luglio 2008 06:14
La Fabbrica. eu, 22 Luglio 2008
FORZA EUROPA!?
Credo che, tra i tanti problemi e progetti dell'UE, indicati anche dall'on. Gozi, la politica estera debba avere una rilevante priorità, perchè la UE non ha una propria politica estera, ma è in sostanza subalterna a quella degli USA. Poco contano infatti le espressioni retoriche di alcuni esponenti politici, quali Sarkosy e Tony Blair al quale, dopo tanti anni di governo, è stato affidato in Israele-Palestina un incarico per il quale è assolutamente inadatto, perchè è tutto sbilanciato in favore di una visione filoisraeliana e colonialista del problema palestinese. Occorre che l'UE promuova la pace in quella regione in modo effettivo, cioè prendendo una posizione di decisa critica al Governo israeliano, che si concreti nell'adozione di misure forti, come la sospensione dei rapporti economici e di particolare favore in tutti i campi, per indurre Israele a cessare la politica di durissima persecuzione contro i Palestinesi, che ha ormai superato il livello di guardia del genocidio, ed a arrivare rapidamente al ritiro di esercito e coloni dai territori palestinesi occupati e da Gaza. Solo in questo modo si potrà arrivare alla costituzione di uno Stato Palestinese, oppure di uno stato unico per i due popoli, come sceglieranno gli interessati in completa autonomia. Ma l'autonomia non è possibile senza il ritiro dell'esercito occupante, e la totale cessazione degli atti di inaudita inumanità che Israele sta praticando nella striscia di Gaza ed in Cisgiordania. Questo problema è cruciale per la pace nel mondo: la situazione in Israele-Palestina ha un'influenza determinante nel promuovere un allargamento della guerra a tutto il vicino e medio Oriente, ed allo scoppio della terza guerra mondiale. Questo sia per la grande potenziale militare di Israele, sia per la sua enorme influenza sulle decisioni degli Stati Uniti. Molti altri problemi sono legati a questo:L'Europa deve quindi prendere decisamente, intendo con atti concreti di grande forza, decisioni che possano portare ad una giusta soluzione del problema Palestinese ed alla pace in quella regione: è un problema di giustizia fondamentalmente, a cui sono associati nostri fondamentali interessi.
mercoledì 23 luglio 2008
APARTHEID! "Misure così restrittive neppure durante l'apartheid in Sudafrica"
di Amira Hass*
Internazionale 753, 17 luglio 2008; internazionale.it/firme/articolo.php?id=19786
Se il prestigio morale avesse il suo peso, dieci giorni fa l'asfalto di Shuhada street, una strada deserta nella città vecchia di Hebron, si sarebbe incrinato. Zaki Achmet era sconvolto dalla vista delle case vuote, che i palestinesi avevano dovuto lasciare a causa degli abusi dei coloni e dei soldati israeliani. Militante antiapartheid da quando aveva 14 anni, Achmet è il fondatore della Treatment action campaign (Tac), un movimento di base che si batte per assicurare la prevenzione e le cure contro l'aids per tutti i sudafricani. Anche lui contagiato, si è rifiutato a lungo di assumere i farmaci antiretrovirali: prima bisognava garantirli a tutti i malati di aids. Perfino Nelson Mandela è andato a trovarlo, implorandolo di curarsi, ma lui ha rifiutato. Ha cambiato idea solo quando l'assemblea della Tac ha votato perché si lasciasse curare. Era l'agosto del 2003. Poco dopo il governo sudafricano ha reso gli antiretrovirali disponibili per tutti.
A Hebron c'era anche Barbara Hogan, che ascoltava il racconto di una caparbia donna palestinese, rimasta a vivere nella sua casa. I coloni le impediscono di percorrere a piedi la strada, così deve saltare di tetto in tetto e passare per i vicoli interni della città vecchia. La Hogan è stata condannata a dieci anni di carcere per aver aderito all'African national congress (Anc). Di origini ebraiche, oggi è deputata.
Il giudice dell'alta corte di giustizia Dennis Davis, membro attivo della comunità ebraica, osservava con stupore mentre un colono, armato di megafono, cercava di ostacolare la loro visita guidata. Lui e il suo collega della corte suprema di appello, Edwin Cameron, e gli altri giuristi e difensori dei diritti umani presenti nel gruppo, tutti vecchi avversari dell'apartheid, hanno visto con i loro occhi come funziona il sistema: la polizia israeliana è intervenuta per arrestare tre dei giovani militanti israeliani che guidavano il gruppo, permettendo invece al colono di continuare a minacciare i visitatori. Gli attivisti antiapartheid non hanno avuto nessuna difficoltà a capire perché negli ultimi dieci anni decine di migliaia di palestinesi sono stati costretti a lasciare la città vecchia. Nozizwe Madlala-Routledge, ex viceministra della sanità, ha ascoltato attentamente mentre le spiegavano dove un palestinese può camminare e dove no.
Non ricordava misure così restrittive durante l'apartheid in Sudafrica. Questi 23 militanti sudafricani hanno chiesto di visitare la Cisgiordania per farsi un'idea della situazione. Quando i tre israeliani sono stati portati via su un furgone della polizia, alcuni membri della delegazione hanno chiesto di parlare con i rappresentanti dei coloni, abili a nascondersi dietro parole di miele. "Siete stati ingannati", ha detto uno di loro, riferendosi in particolare a Yehuda Shaul, uno dei tre arrestati. Shaul è un ebreo ortodosso che, dopo aver prestato servizio a Hebron come soldato regolare, è rimasto sconvolto per le violazioni dei diritti umani dei palestinesi e ha fondato un'associazione chiamata Shovrim shtikat ("rompere il silenzio"). Poi ha cominciato a raccogliere le testimonianze dei soldati.
I membri della delegazione hanno capito subito che non aveva senso continuare la discussione. Incapaci di esprimere a parole il loro disappunto, hanno sollevato i pugni e intonato l'inno dell'Anc. Questo loro canto tranquillo e potente è stato trasmesso via cellulare a Shaul e ai suoi due compagni, che si trovavano già nella stazione di polizia di Hebron.
*A. Hass: "È una giornalista israeliana. Vive a Ramallah, in Cisgiordania, scrive per il quotidiano Ha'aretz e ha una rubrica su Internazionale."
Tutti gli articoli di Amira Hass pubblicati da Internazionale:
http://www.internazionale.it/firme/archivio.php?author_id=30
martedì 22 luglio 2008
No al silenziatore
Ventuno anni fa veniva assassinato a Londra, con uno sparo alla testa, NAJI AL ALI, vignettista palestinese, conosciuto in tutto il mondo arabo. La firma sulle sue vignette era un "bambino un po' spelacchiato" di nome HANDALA, sempre disegnato di spalle, divenuto simbolo della Resistenza palestinese.
lunedì 21 luglio 2008
VIGLIACCHI !!!
dalla Rebubblica del 21 luglio
"Un soldato israeliano colpisce un giovane palestinese arrestato durante scontri nella West Bank
Il documento-denuncia diffuso dall'associazione pacifista B'Tselem.
Il giovane palestinese viene ferito ad una gamba mentre ha le mani legate e gli occhi bendati. L'episodio sarebbe avvenuto due settimane fa, alla presenza di un tenente colonnello dell'esercito israeliano."
Coloni aggrediscono i pastori, la polizia israeliana arresta i volontari
"Gabriella, si trova dal 19 luglio in un villaggio di pastori, Susya, non lontano da Hebron e circondato da postazioni dell’esercito e da colonie. Alloggia con gli altri internazionali (un inglese e 2 svedesi) nelle tende, esattamente come i pastori che sono stati cacciati dalle loro case/grotte nell’86. Si tratta di 5 famiglie, circa 20 – 30 persone che hanno a disposizione poca acqua e un solo bagno.
L’elettricità è fornita da un pannello solare e da un impianto eolico. Il compito dei volontari internazionali è di accompagnare al mattino presto i pastori con le greggi al pascolo. La presenza degli internazionali non è garanzia di protezione per i palestinesi, ma senza una presenza internazionale gli attacchi dei coloni sarebbero molto più violenti e pericolosi. Le violenze sono quotidiane e si basano sugli insulti e su aggressioni vere e proprie con sassi e a volte spari, i coloni infatti sono tutti pesantemente armati. Le aggressioni sono spesso indirizzate anche agli internazionali che proteggono i palestinesi. Il 18 luglio, un internazionale è stato ferito lievemente da un sasso lanciato da un colono.
Anche i soldati si danno da fare, Gabriella ci ha raccontato che ieri (19 luglio) alcuni di loro sono entrati in una casa che in quel momento era vuota, per rubare e si sono allontanati solo quando si sono accorti che un internazionale stava osservando la scena."
domenica 20 luglio 2008
Apartheid dell'acqua - Betselem: stesso liquido, prezzi diversi
il Manifesto, 19 luglio 2008
«Non ci mancava nulla, avevamo tutto: la terra da coltivare, gli alberi, l'acqua», dice Abdel Latif Khaled, volgendo lentamente lo sguardo verso la campagna di Jayyus, nel nord della Cisgiordania occupata. «Ora - aggiunge a voce bassa - c'è rimasto poco o niente. Gli israeliani ci hanno tolto buona parte della terra e quando hanno completato il muro (in questa zona) ci hanno tagliato fuori dai nostri pozzi. L'acqua per irrigare i nostri campi un tempo era abbondante, adesso dobbiamo comprarla». Jayyus ha sete, come tanti villaggi palestinesi, ma può dirsi paradossalmente «fortunato».
Le risorse idriche nei Territori Palestinesi ed in Israele sono scarse e mal distribuite in quanto prevalentemente concentrate al nord. Nonostante l'articolo 40 degli Accordi di Oslo (Oslo II del 1995) prevedeva un utilizzo EQUO delle risorse idriche tra le due comunità, gli israeliani ne consumano una quantità cinque volte superiore a quella dei palestinesi, 350 mc a testa in un anno contro i 70 mc per i palestinesi. Mentre i coloni israeliani utilizzano l’acqua per riempire piscine e innaffiare prati, il consumo prevalente per i palestinesi è rappresentato dall’agricoltura e la maggioranza della popolazione palestinese è costretta a rifornirsi con la raccolta di acqua piovana in cassoni posti sopra i tetti.
I palestinesi denunciano che l'occupazione israeliana ha assunto il controllo totale dell'acqua solo per costringerli ad abbandonare l'agricoltura e diventare mano d'opera sottopagata sul mercato del lavoro israeliano.
Fonte: M. Emiliani, 2007. La terra di chi? Geografia del conflitto arabo-israeliano-palestinese Casa Editrice il Ponte
martedì 15 luglio 2008
Il generale delle cipolle e dell'aglio
Lunedì 14 Luglio 2008 05:25
Haaretz, 13 luglio 2008
Queste foto bizzarre di un ordine di chiusura emanato dal generale di comando, appiccicato alla finestra di un negozio di cosmetici o di un centro fisioterapico, di un ordine di confisca attaccato a un forno per la pita (pane arabo piatto), mostrano che l'occupazione israeliana è impazzita. Alcuni mesi fa ho visitato gli enti di beneficienza ed i centri commerciali che l'IDF ha cominciato a chiudere, a Hebron; ho visto scene tanto assurde da far diventare furiosi. Una scuola moderna, progettata per 1.200 allievi, chiusa per ordine del generale di comando, e una biblioteca per giovani, sul punto di chiudere.
Così l'occupazione dimostra una volta di più che non vi è punto, nella vita dei palestinesi, che non può raggiungere, e che non ha limiti: un esercito che chiude una scuola, una biblioteca, un panificio ed un collegio; soldati che fanno incursione in una stazione televisiva commerciale autorizzata, confiscandone l'attrezzatura e minacciando di chiuderla, come è avvenuto di recente nell'emittente TV Afaq, a Nablus.
In Israele non si è levata alcuna voce di protesta, naturalmente, ne' contro la chiusura della scuola, ne' contro quella della stazione televisiva. Secondo il filo di pensiero israeliano, se chiudiamo un panificio che fa dolci per gli orfani, si indebolirà il potere di Hamas; se gettiamo dal collegio sulla strada centinaia di bambini bisognosi, questi ed i loro parenti entreranno in sintonia con Israele; se chiudiamo un affollato centro commerciale, avventori e proprietari irati inizieranno a sostenere Fatah.
È da molto tempo che non si è vista l'occupazione israeliana in una luce così ridicola e crudele come in queste operazioni di chiusura e di confisca ordinate dal generale del comando centrale Gadi Shamni, il generale delle cipolle e dell'aglio, a giudicare dai prodotti confiscati dai suoi soldati dai magazzini alimentari di Hebron. Illegali, certo immorali, ma cionondimeno miopi, queste operazioni trasmettono un messaggio forte e chiaro: l'occupazione ha perduto tutti i freni morali ed ogni straccio di giudizio. Quanto è meschino un esercito che svuota magazzini di alimenti e di vestiario per i poveri, quanto è ridicolo che il generale di comando firmi ordini di chiudere saloni di pettinatrici, quanto è patetico un raid militare in panetterie, e quanto è crudele un esercito che chiude ambulatori per ogni pretesto!
Hamas è entrato nel vuoto creato in Cisgiordania e a Gaza. Come ogni movimento religioso, è germogliato nel terreno della sofferenza e della miseria. Ora arriva Israele e dice: “Peggioriamo ancora la miseria e la sofferenza”. Perché? Per combattere Hamas. Nulla di più assurdo. Decine di migliaia di bimbi poveri, in Cisgiordania, non hanno alcuno a cui rivolgersi, a parte gli enti di beneficienza islamici che Israele sospetta essere legati a Hamas, benché molti fossero stati istituiti molto prima che l'organizzazione nascesse. Israele ha smesso di provvedere all'assistenza della popolazione occupata, nonostante i suoi obblighi in base alla legge internazionale, e pure l'Autorità Palestinese non mostra alcun particolare interesse per le necessità sociali ed economiche. Fatah ha sempre destinato più risorse ai campi militari, alle pistole ed alle auto ufficiali che agli orfanotrofi, ai letti d'ospedale e alle macchine per la dialisi.
Questo è il vuoto che il Movimento Islamico sta colmando, offrendo un livello imponente di servizi. L'orfanotrofio che ho visitato a Hebron è uno dei più belli, e meglio curati, che io abbia visto. Ci vuole una certa qual crudeltà a minacciarne la chiusura, una certa qual audacia a sostenere che far questo sarà utile alla guerra contro il terrorismo, e una certa qual stupidità a ritenere che una misura di questo genere sarà d'aiuto. La chiusura di depositi e centri commerciali assicurerà solo un altro colpo all'economia palestinese, che persino ora si dibatte per reggere in condizioni di quarantena. Possibile che Israele non abbia imparato alcunché dal fallimento dell'assedio a Gaza?
Chiunque visiti gli enti di beneficienza vedrebbe che non tutto il denaro che vi affluisce è destinato all'acquisto di esplosivi e di cinture per attentatori suicidi. Non si può simultaneamente imprigionare i residenti in Cisgiordania, proibire loro di guadagnarsi da vivere e non offrire loro alcuna assistenza sociale, colpendo intanto coloro che tentano di fornirla, quali che siano le motivazioni. Se Israele vuole combattere le associazioni caritatevoli, deve quanto meno offrire servizi alternativi. Alle spalle di chi combattiamo il terrorismo? Delle vedove? Degli orfani? È vergognoso.
Testo inglese: http://www.haaretz.com/hasen/spages/1001358.html
