“Abbiamo un paese che è di parole. E tu parla, che io possa fondare la mia strada pietra su pietra.
Abbiamo un paese che è di parole, e tu parla, così che si conosca dove abbia termine il viaggio.”

Mahmud Darwish

domenica 19 ottobre 2008

2008 ANNO DELLA PALESTINA

Per il 29 novembre manifestazione nazionale a Roma
appello della Manifestazione


Il Comitato Palestina Bologna, è un gruppo di persone che vuole attivamente sostenere la causa palestinese, attraverso il suo diritto di autodeterminazione. Riconosciamo la resistenza del popolo palestinese contro l'occupazione sionista. Parlare di Palestina per noi vuol dire parlare di una delle principali contraddizioni della competizione globale, è parlare di un popolo che vuole riaffermare la sua esistenza schiacciato dentro interessi mondiali che stritolano la sua vita. E' una storia quella del popolo palestinese che parla di sofferenza, sacrifici, morti, anni di prigionia, ma anche di coraggio, tenacia. Oltre ad una attività di contro-informazione sulla realtà palestinese e di promozione della cultura e storia della Palestina, cerchiamo di smascherare i rapporti economici che anche la nostra regione trattiene con gli occupanti israeliani.


Il Comitato Palestina Bologna, partecipa alla campagna nazionale "2008 anno della Palestina", campagna che è andata avanti dopo il successo di maggio attraverso le contestazioni della fiera del libro di Torino dedicata a Israele e negata alla Nakba dei palestinesi.


Nelle prossime settimane organizzeremo diverse iniziative qui a Bologna per preparare la manifestazione nazionale per la Palestina che si terrà a Roma il 29 novembre:


- una giornata, con cena palestinese, contro il Muro dell'apartheid durante la settimana internazionale contro il muro (9-16 novembre), convocata come ogni anno dalla International Campaing"Stop the Wall";


- un incontro dibattito con esponenti politici e intellettuali palestinesi nelle ultime settimane di novembre.
Facciamo nostri i punti proposti dal Coordinamento delle comunità palestinesi in Italia per la manifestazione nazionale per la Palestina del 29 novembre:
- per la fine dell'occupazione israeliana in Palestina
- per uno stato palestinese sovrano con Gerusalemme capitale
- per il diritto al ritorno ai rifugiati palestinesi, come è previsto dalla risoluzione ONU 194
- per la liberazione di tutti i prigionieri palestinesi dalle carceri israeliane
- per lo smantellamento del regime di apartheid e delle colonie israeliane
- per lo smantellamento dell'assedio imposto alla Striscia di Gaza
- per una partecipazione attiva dell'Italia a tutte le iniziative di pace chiediamo il congelamento dell'accordo della cooperazione militare con Israele
COMITATO PALESTINA BOLOGNA
Vi terremo informati sulle nostre iniziative sul nostro blog.
Se volete collaborare con noi per organizzarle potete contattarci via email.

sabato 18 ottobre 2008

Sostenere posizioni filo-palestinesi è fare demagogia!


Recentemente, in un incontro relativo alla Pace in Medio-Oriente tenutosi il 13 ottobre a Bologna presso il Quartiere Santo Stefano, in seguito a chiarimenti richiesti e ad opinioni da noi espresse nel dibattito, ci è stato risposto che “È ORA CHE I PALESTINESI COMINCINO A RAGIONARE!”; ci è stato risposto che le nostre posizioni e discorsi da “militanti filo-palestinesi” sono solo DEMAGOGIA.

- Noi siamo militanti filo-palestinesi, demagoghi e ottusi, incapaci di ammettere le colpe dei palestinesi che non hanno un loro Stato perché non hanno accettato la risoluzione ONU 181 -
Israele, che ha usurpato terra, acqua, aria, costruito muri e umiliato esseri umani peggio delle bestie (non si è fatta minima menzione di ciò negli interventi dei relatori) occupando ben oltre il territorio definito dalla 181, invece lo ha fatto?;

- siamo incapaci di ammettere che tra i palestinesi ci sono forti dissidi interni che contribuiscono all’attuale stallo del processo di pace (motivazione annoverata addirittura come PRIMA tra le varie cause dello stallo del processo di pace!) -
…ma c’è qualcuno, al di fuori dei palestinesi, che ha interesse vitale per una pace seria, giusta e democratica?;

- facciamo demagogia perché non riusciamo realmente a vedere e ad ammettere come stanno ora i fatti in quanto siamo troppo ancorati alla storia -
risulta più asettico e indolore presentare la questione palestinese-israeliana in intricati discorsi di politica internazionale come completamente astratta e avulsa non solo dalla storia, ma anche dalla attuale realtà quotidiana? …in buona sostanza girare intorno alla questione senza parlarne affatto.

I palestinesi devono cominciare a ragionare”: si rendano conto e ammettano una buona volta che le condizioni disumane in cui vivono se le sono volute…. Insomma, i palestinesi la smettano con i loro piagnistei, che se ne stiano buoni ed in silenzio: questo potrebbe finalmente consentire di completare il processo di Pace in Medio Oriente? …in poche parole zittiamo e cancelliamo direttamente la questione stessa.

Demagogia: […] cercare di accreditare le proprie tesi con affermazioni di facile presa, propagandistiche (Zanichelli).

Fa demagogia chi, in un conflitto giocato sfrontatamente ad armi impari, esprime chiaramente le proprie posizioni o chi racconta delle mezze verità ostentando imparzialità?

Assumere posizioni bipartisan è ormai una moda perseguita e affannosamente inseguita (anche a costo di risultare ridicoli e arroganti) da politici, intellettuali ed esperti a vario titolo: fa facile presa risultando propagandistica (= demagogia). Sono proprio le posizioni di chi si auto-dichiara bipartisan e pacifista che avallano la politica distruttiva del più forte (ed è demagogia far finta di non vedere che c’è e chi è il più forte): si tratta di posizioni, non solo demagogiche, ma pericolosamente subdole, altro che pacifismo e imparzialità!

Ci avrebbe fatto piacere ricevere, da parte dei relatori, delle risposte con argomentazioni circostanziate a sostegno di quanto dichiarato negli interventi e in replica alle nostre obiezioni e richieste di chiarimento, piuttosto che essere liquidati attribuendoci aggettivi sbrigativi… ma anche questa è demagogia.

Da militanti filo-palestinesi, troppo ottusi per capire come stanno seriamente le cose, vorremmo chiedere a chi ci accusa di demagogia, cosa pensa delle posizioni di ebrei israeliani quali Halper, Warshawsky, Pappe, Reynart, A. Shabtai, G. Levy, A. Hass e altri, che hanno criticato pesantemente la politica di Israele parlando di “stoccaggio di un popolo”, di pulizia etnica, di intenzionale e programmata distruzione della Palestina. Fanno anche loro ciechi discorsi da militanti filo-palestinesi? Sono anche loro ottusi idealisti che rischiano censure, prigione, il loro posto di lavoro in Israele, per fare semplicemente DEMAGOGIA?

Se ritenete che le nostre posizioni siano demagogiche e indice di incapacità di ragionare, vi segnaliamo alcuni libri e riferimenti di persone molto più autorevoli di noi, volutamente non selezionate tra i palestinesi stessi (“che devono ancora cominciare a ragionare”):

· Halper J. 2008. LO “STOCCAGGIO DI UN POPOLO DI TROPPO” – I PALESTINESI. http://www.rete-eco.it/approfondimenti/opposizione-israeliana/2782-lo-stoccaggio-di-un-popolo-di-troppo-i-palestinesi-.html; http://www.icahd.org/eng/articles.asp?menu=6&submenu=2&article=507

· Freedman S., 2008. PULIZIA ETNICA DI SOPPIATTO.
http://www.rete-eco.it/approfondimenti/politiche-israeliane/2629-pulizia-etnica-con-linganno.html

· Levy G., 2008. PALESTINA: PEGGIO DELL’APARTHEID.
http://nuke.alkemia.com/MedioOriente/tabid/80/Default.aspx
· Levy G., 2008. IL GENERALE DELLE CIPOLLE E DELL’AGLIO. http://www.rete-eco.it/documenti/35-riflessioni/2159-il-generale-delle-cipolle-e-dellaglio.html; http://www.haaretz.com/hasen/spages/1001358.html

· Pappe I., 2006. Trascrizione del Seminario di I. Pappe all’università di Granata: "LA PULIZIA ETNICA IN PALESTINA : UN NUOVO PARADIGMA PER COMPRENDERE IL PROBLEMA PALESTINESE".
http://www.assopace.org/news.php?id=94
· Pappe I., 2008. A GAZA IN ATTO UNA PULIZIA ETNICA. http://www.forumpalestina.org/news/2008/Maggio08/02-05-08GazaPuliziaEtnica.htm
· Pappe I., 2008. LA PULIZIA ETNICA DELLA PALESTINA. Fazi Editore.

· Fondazione Internazionale Lelio Basso per il diritto e la liberazione dei popoli, 1988. NAKBA L’ESPULSIONE DEI PALESTINESI DALLA LORO TERRA. Edizioni Ripostes. (Volume disponibile presso la Biblioteca Amilcar Cabral – Bologna).

· Reinhart T., 2004. DISTRUGGERE LA PALESTINA. La politica israeliana dopo il 1948. Marco Tropea Editore.

· Warshawsky M., 2004. IL RICATTO DELL’ANTISEMITISMO.
http://www.forumpalestina.org/news/2007/Gennaio07/Antisionismo/antisionismo_Non_antiebraismo_Warshawski.htm
· Warshawsky M., 2006. INTERVISTA A MICHEL WARSHAWSKY di Geraldina Colotti. http://nuke.alkemia.com/MedioOriente/MichelWarschawski/tabid/223/Default.aspx
· Warshawsky M., 2008. I MACELLAI OLMERT E BARAK E LA RESPONSABILITA’INTERNAZIONALE.
http://www.forumpalestina.org/news/2008/Marzo08/11-03-08MacellaiOlmertBarak.htm

Fino a quando saremo costretti a prendere a prestito parole di non-palestinesi per sperare di essere considerati “ragionevoli” e credibili sulla questione palestinese?

COMITATO PALESTINA BOLOGNA

domenica 12 ottobre 2008

Palestina: imparare dal Sudafrica

di Savera Kalideen e Haidar Eid *

Il valore strategico della solidarietà internazionale con il popolo palestinese di Gaza e Cisgiordania, con i rifugiati della diaspora e con i palestinesi che vivono in Israele fa sorgere alcune domande fondamentali. Le più immediate ed urgenti sono: di quale natura dovrebbe essere la solidarietà internazionale e come potrebbe migliorare il sostegno alla lotta palestinese per l’autodeterminazione? La solidarietà internazionale deve innanzi tutto affrontare i modi in cui il sionismo colonialista ha perseguito e continua a perseguire la politica di bantustinazzione [tipica] del Sudafrica dell’apartheid. È anche imperativo trattare i gravi danni che gli Accordi di Oslo hanno causato alla lotta palestinese, dato il grado di confusione che questi hanno creato nell’arena internazionale.Un’analisi storica dell’attuale pantano palestinese non può separare l’apartheid ed il sionismo dal colonialismo. Come argomenta in modo molto persuasivo Samir Amin nel suo [libro] Unequal Development [Sviluppo disuguale], nel Sudafrica del XIX secolo, il capitalismo ed i colonialisti espropriarono le comunità rurali africane della terra che soddisfava i bisogni di una parte consistente del proletariato, per sfruttare l’enorme ricchezza mineraria del paese. La popolazione originaria fu relegata in zone aride e non ebbe altra possibilità che trasformarsi in manodopera a basso costo per le miniere e le fattorie europee e, successivamente, per la nascente industria sudafricana. L’esproprio iniziale trasformò lentamente una società vitale e dinamica in mera manodopera di riserva, con una perdita graduale della sua indipendenza e portò, in ultima istanza, alla creazione dell’apartheid e dei Bantustan. Tuttavia, questo processo ricevette opposizione: durante l'esproprio e la conversione del Sudafrica in un paradiso della supremazia razziale, la comunità internazionale fu mobilitata dalla lotta interna sudafricana e da una campagna di difesa coordinata dai sudafricani per protestare contro la flagrante creazione di una manodopera in eccesso e contro l’inumano e razzista sfruttamento dei neri sudafricani. Oggi è il razzista stato israeliano ad esser condannato di spogliazione della popolazione originaria, di adottare contro di essa una politica genocida e, più di recente, perfino di minacciare un “olocausto” nella Striscia di Gaza. Nel corso degli anni, sudafricani come l’arcivescovo Tutu, Blade Nzimande e John Dugard hanno accusato Israele di essere peggiore dello stato dell’apartheid. Questi sudafricani che vissero la segregazione razziale individuano alcune pratiche che rendono l’apartheid israeliana qualitativamente peggiore dell’apartheid sudafricana, come l’uso di caccia F-16 e di elicotteri per colpire civili indifesi, la demolizione delle case, la detenzione delle famiglie di chi è sospettato di essere “militante” .Similitudini tra i due stati dell’apartheid si riscontrano nelle politiche sulla cittadinanza, nell'uso della detenzione senza processo e nelle leggi che limitano la libertà di movimento e il diritto a vivere nella propria casa con la propria famiglia. Così come la segregazione razziale sudafricana concedeva la cittadinanza ai sudafricani bianchi e relegava i neri in “homelands, terre indipendenti” (cioè i Bantustans), il sionismo concede a tutti gli ebrei il diritto alla cittadinanza nello Stato d’Israele e nega la cittadinanza ai palestinesi, che sono gli abitanti originari di questa terra. Mentre l’apartheid sudafricana utilizzava la razza per determinare la cittadinanza, lo Stato d’Israele utilizza l’identità religiosa. Così come in Sudafrica vennero emanate leggi che criminalizzavano la libertà di movimento dei neri nella loro terra di origine, Israele utilizza infrastrutture d’occupazione militare atte alla segrazione: i checkpoint, gli insediamenti e le strade per i soli ebrei, il muro, oltre a una miriade di norme che governano la vita quotidiana palestinese e che sono progettate specificatamente per restringere le libertà personali di vita e lavoro.Dal 1967, Israele ha imprigionato un quarto della popolazione maschile palestinese ed oggi nelle sue prigioni sono detenuti in più di 11.000, migliaia dei quali non hanno assistenza legale. Molte di queste persone incarcerate hanno trascorso anni in prigione per “crimini” come l’entrare illegalmente in Israele. Migliaia di famiglie palestinesi vivono sotto la minaccia di una separazione forzata o sono già separate perché non hanno i permessi necessari per vivere insieme, permessi che Israele si rifiuta di rilasciare dal 2000. Queste politiche colpiscono il cuore della vita familiare, poiché i palestinesi sono obbligati a chiedere ad Israele i permessi di riunificazione familiare se vogliono vivere insieme.Durante gli anni dell’apartheid, il Sudafrica fu sottoposto alla pressione della comunità internazionale e di organizzazioni multilaterali come il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che approvò innumerabili risoluzioni contro quel paese a causa del trattamento inumano verso i neri. Questo portò un aiuto indispensabile agli oppressi, mentre oggi ai palestinesi è negata perfino questa minima consolazione, poiché gli Stati Uniti continuano ad utilizzare il loro diritto di veto per assicurarsi che Israele sfugga alla censura dalla comunità mondiale.Per decenni, la solidarietà internazionale col popolo palestinese ha svolto un ruolo estremamente importante, benché dialettico, nell’incrementare la lotta. Esiste un’indubbia relazione proporzionale tra le differenti forme di lotta nei territori occupati e l’attenzione e la solidarietà internazionali che questa è capace di suscitare. E' inquietante come sia fermamente radicata nella società civile internazionale la credenza che, in sostanza, la lotta palestinese si sia risolta, nonostante negli ultimi quindici anni Israele abbia rifiutato ciascuno dei compromessi indicati negli Accordi di Oslo, e nonostante gli otto anni trascorsi dall’inizio della seconda Intifada palestinese, tutt'ora in atto. Da qui l’urgenza di una campagna di solidarietà internazionale che denunci con piena chiarezza le similitudini tra apartheid e sionismo, così come tra le esperienze comuni dei palestinesi di oggi, in quanto popolo diseredato, e i neri sudafricani sotto l’apartheid.Tutti siamo stati testimoni di come la comunità internazionale negò legittimità ai risultati delle elezioni del 2006 in Palestina, e di come il popolo palestinese sia stato punito collettivamente per la temerarietà nello scegliere i propri dirigenti. I sudafricani dovettero aspettare 27 anni prima che i dirigenti ed il partito politico che avevano scelto per governarli, fossero messi in libertà . Durante tutti quegli anni respinsero ogni falso dirigente che fu loro imposto, anche quando questi quisling [collaborazionisti] erano celebrati da personaggi del calibro di Margaret Thatcher e Ronald Reagan. In una data tanto recente come il 1987, la Thatcher era sufficientemente sicura per affermare che “Nelson Mandela non sarà mai presidente del Sudafrica.”Come il governo Thatcher, altri governi del mondo furono obbligati ad isolare lo stato dell’apartheid sudafricano. Non l’avrebbero fatto se non fosse stato per la pressione dei propri popoli. Israele deve essere isolato esattamente come lo fu il Sudafrica dell’apartheid. Oggi esiste una crescente lotta di massa all’interno della Palestina, come anche altre forme di lotta, esattamente come nel Sudafrica della segregazione razziale. Il rafforzamento del movimento di solidarietà internazionale con un’agenda comune farebbe risuonare la lotta palestinese in tutti i paesi del mondo. Di conseguenza il mondo stesso si chiuderebbe agli israeliani fino a quando essi non lo aprissero ai palestinesi.
*Savera Kalideen è un’ attivista sudafricana; Haidar Eid appartiene alla Campagna di boicottaggio per il disinvestimento e le sanzioni (BDS) ed è attivista per uno Stato unico in Palestina.
Traduzione dall’inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

giovedì 9 ottobre 2008

Speciale Palestina

TERRA DI TUTTI FILM FESTIVAL (http://www.terradituttifilmfestival.org/programma-10-pro.html)

Sezione Terra Tematica – Speciale Palestina

Sabato 11 Ottobre – Centro Sociale TPO, via Casarini 17/5

ORE 21,00
Educare a Gaza
di Alessia Del Bianco e Nicola Gencarelli - Italia, 2008, 30’
Un furgone pieno di giochi attraversa la Striscia di Gaza per raggiungere scuole, ospedali e strade sterrate. Educatori, artigiani, genitori e bambini raccontano il senso dell'educazione e della cooperazione in un contesto di guerra e precarietà.

40 years
di Sami Alhaw - Palestina, 2007, 40’’
Video-arte sugli effetti di 40 anni di violenza in Palesatine, che hanno portato la comunità ad un contesto di lotta continua e hanno distrutto le relazioni sociali

Water not included
di Francesco Cannito - Italia/Palestina, 2007, 20’ (Fuori concorso)
Adh Dhahiriya è una cittadina di 20.000 abitanti nel sud della regione di Hebron, nei territori palestinesi occupati. Lo stato di povertà generalizzata della Gisgordania e di Gaza è accentuata in quest’area a causa della mancanza cronica di acqua dovuta a fattori sia geografici che politici.

Palestina la vita oltre il muro
di Giovanni Lucci - Italia, 2006, 10’
Nella primavera del 2003 il governo di Israele da inizio alla costruzione di un muro di cinta per separare i Territori Occupati della Cisgiordania dal resto del Paese, allo scopo di prevenire attacchi terroristici da parte dei Palestinesi. Il muro viene chiamato "muro di sicurezza". La Comunità Internazionale condanna l'iniziativa e chiede ufficialmente ad Israele di interrompere il progetto. La risoluzione ufficiale non è accompagnata dalla possibilità di combinare sanzioni. Il governo di Israele continua a tutt'oggi la costruzione dal muro dell'Apartheid. Palestina.: la vita oltre il muro è una testimonianza delle condizioni di vita dei Palestinesi nei Territori Occupati raccontata attraverso i reportage realizzati dalla giornalista Michela Sechi inviata di RadioPopolare di Milano e dalla fotoreporter Bruna Orlandi durante l'anno 2005.

ORE 24.00 00

I Ramallah Underground Live
Il TPO nell’ambito del Terra di Tutti Film Festival presenta per la prima volta in Italia i Ramallah Underground, collettivo di giovani musicisti palestinesi, autori di una musica nuova ed originale che va dall’elettronica araba all’ hip-hop, dal trip hop al downtempo.
Il gruppo è nato a Ramallah (Palestina), dal desiderio di tre giovani musicisti, Boikutt, Stormtrap e Aswatt, di sperimentare nuovi generi musicali e di dare voce, al tempo stesso, ad una generazione di Palestinesi e Arabi che si trovano ad affrontare un panorama politico turbolento ed incerto. Special guest della serata sarà la giovane videomaker e fotografa palestinese Ruanne Abou-Rahme, che accompagnerà le musiche con performance video.

Le date del Tour dei Ramallah Underground: Reggio Emilia 10 Oct Laboratorio Sociale AQ16; Bologna 11 Oct. Centro Sociale TPO; Padova 14 Oct. Centro Sociale Pedro; Milan 15 oct. Centro Sociale Baraonda; Bergamo 16 oct. Centro Sociale Paci Paciana; Pisa 17 oct Centro Sociale Newrotz; Rome 18 oct Centro Sociale STRIKE

mercoledì 8 ottobre 2008

L’Italia sapeva chi erano i killer di Wael Zwaiter e non li ha arrestati

Le rivelazioni di Cossiga richiedono che si riaprano tutte le inchieste sugli assassini di quattro dirigenti palestinesi a Roma

Wael Zwaiter nel 1972, Majed Abu Sharar nel 1981, Kamal Hussein e Nazih Matar nel 1982, sono questi i nomi e le date degli omicidi di quattro dirigenti palestinesi avvenuti a Roma nel giro di dieci anni ed effettuati con armi da fuoco ed esplosivi dai servizi segreti israeliani. Su questi delitti il depistaggio e l’insabbiamento degli inquirenti e dei mass media italiani sono stati totali.
Sul primo caso, quello dell’intellettuale palestinese Wael Zwaiter troviamo conferma nelle parole dell’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, di come le autorità italiane sapevano chi fossero gli assassini ma non procedettero ad alcun arresto.

In una intervista rilasciata al quotidiano israeliano Yediot Aronoth, pubblicato il 5 ottobre scorso, Francesco Cossiga ammette testualmente:"L'azione del Mossad contro gli assassini degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco nel 1972 è passata anche per Roma", dice. Come noto, Adel Wahid Zuaitar, il simbolo della furbizia dell'organizzazione del Settembre Nero, fu ucciso a Roma. "Crede che l'Italia non potesse, a suo tempo, arrestare i due agenti che lo fecero fuori? Un giorno, mentre rientrava in casa, due giovani lo picchiarono all'ingresso e lo fecero fuori con due pistole munite di silenziatore. Crede che gli italiani non sapessero chi fossero? È ovvio che lo sapevano, ma in questioni del genere è meglio non mettere le mani, ed è questa la linea che guidava il comportamento dell'Italia".

La stessa logica del “non mettere le mani” nelle incursioni del Mossad in Italia da parte delle autorità italiane, è stata poi applicata nel caso dell’esplosione dell’aereo militare Argo 16 nel 1973 sul cielo di Marghera (quattro morti), negli altri tre omicidi dei dirigenti palestinesi tra l’81 e l’82 e nel sequestro a Roma dello scienziato pacifista israeliano Mordecai Vanunu.

I giornalisti, i commentatori e gli psico-storici, che il prof. D’Orsi definirebbe giustamente “rovescisti”, invece di invocare una inchiesta completa sulle complicità dei governi italiani con il terrorismo di stato israeliano sul nostro territorio, alimentano lo scandalo e la ricerca della verità in modo del tutto unilaterale e cioè sugli accordi tra una parte dei servizi segreti e della politica italiana con le organizzazioni palestinesi tesi ad impedire che le strade e le città del nostro paese diventassero il campo di battaglia tra il Mossad israeliano e l’OLP.

E’ giunto il tempo di invocare la desecretazione degli atti sugli omicidi dei dirigenti palestinesi a Roma, sull’abbattimento dell’Argo 16 e sul sequestro di Modercai Vanunu, di aprire finalmente una seria inchiesta che non consenta – come al solito – di far passare i colpevoli per anime belle e di non ipotecare la verità storica alle distillate, velenose e unilaterali rivelazioni di Francesco Cossiga.

Verità e giustizia per Wael Zwaiter, Majed Abu Sharar, Kamal Hussein e Nazih Matar. E’ ora, è giusto.

da Forum Palestina www.forumpalestina.org

mercoledì 1 ottobre 2008

Lettera di un pacifista israeliano a Barak. "Lei è responsabile della violenza dei coloni"


Lettera di Michael Mankin di Breaking the Silence al ministro Ehud Barak.
Egregio ministro della difesa Ehud Barak, sono rimasto sorpreso nell’udire la sua reazione all’ordigno fatto esplodere all’ingresso dell’abitazione del professor Ze'ev Sternhell: ha detto che non permetterà a nessuno, all’interno della società israeliana, di attaccare chi esprime le proprie opinioni. Una posizione netta che presumo condivisa dalla stragrande maggioranza della società israeliana, sia a destra che a sinistra.

Tuttavia lei, nella sua qualità di ministro della difesa in carica già da due anni, non può esprimersi come un qualunque cittadino. Questo incidente ricade sotto la sua competenza, e certamente che non si tratta di un gesto né unico né nuovo. Come ministro della difesa, lei non dovrebbe essere colto alla sprovvista. L’organizzazione in cui milito, Breaking the Silence (“rompere il silenzio”) da anni organizza visite guidate a Hebron e da tempo viene attaccata dai coloni.

Hebron, come lei sa, è il laboratorio dove l’estrema destra saggia i limiti della tolleranza delle autorità israeliane. Il terrorismo ebraico trova origine in quella città, un terrorismo diretto principalmente contro i palestinesi, come sanno tutti. Anche noi, in quanto israeliani che chiedono che la legge venga fatta rispettare, abbiamo subito maltrattamenti da parte di questa gente: lanci di sassi e uova, urla, minacce, insulti, persino aggressioni fisiche sono diventate parte della routine dei nostri tour. La polizia non arresta i facinorosi: per loro è più facile rimuovere noi dalla città. Di recente la polizia ha cancellato ancora un altro tour. Motivo: i funzionari di polizia dicono d’essere preoccupati per la nostra sicurezza e temono che coloni estremisti vengano in città da tutti i territori. La polizia teme questi coloni perché non ha gli strumenti per affrontarli. Lei, signor Barak, non fornisce alle forze di sicurezza quegli strumenti.

Hebron non è l’unico punto caldo, come lei sa. In passato abbiamo assistito a molti incidenti nella regione a sud del Monte Hebron, nella regione di Yitzhar e altrove. La violenza non è più diretta solo contro i palestinesi, né solo contro gli israeliani di sinistra, ma anche contro i soldati e gli agenti di polizia. Nelle ultime settimane abbiamo visto aggredire soldati a un avamposto militare. Soldati e agenti di polizia sono hanno paura di avvicinarsi ad alcune comunità ebraiche (in Cisgiordania). Tutte i discorsi sul deteriorasi dello stato di diritto nei territori sono diventati banali.

“Non permetteremo che nessuno attacchi altri all’interno della società israeliana”: lo ha dichiarato lei con grande risolutezza. Ma è lei che ha lasciato che queste cose avvenissero sin dal primo giorno in cui è entrato in carica. Anziché fare dichiarazioni, lei dovrebbe andare di fronte all’opinione pubblica e dire: “Su questo versante ho fallito”. E, cosa ancora più importante, dovrebbe agire. Dopo tutto, qualunque israeliana che abbia seguito gli eventi degli ultimi anni sa che il deterioramento è solo all’inizio. Signor ministro, l’ordigno esplosivo diretto contro il professor Sternhell non è un nuovo incidente: è solo l’incidente avvenuto più vicino a casa sua. Non faccia quello che cade dalle nuvole, faccia piuttosto il suo dovere.
(Da: YnetNews, 22.09.08)

domenica 28 settembre 2008

Salt of this Sea

Lunedì 29 settembre ore 17,45
Cinema Lumiére - via Azzo Gardino, 65 - Bologna
replica del film
SALT OF THIS SEA di Annemarie Jacir
(Palestina-Belgio-Francia-Svizzera-Spagna/2008)
Versione originale sottotitoli italiani
"Esordio nel lungometraggio della regista, scrittrice e produttrice palestinese Annemarie Jacir, Salt of this Sea è stato presentato quest’anno al festival di Cannes nella sezione "Un certain regard". Una giovane residente a Brooklyn fa ritorno in Palestina, terra d’origine dalla quale la sua famiglia era stata costretta a emigrare nel 1948: il film testimonia l’impatto con una realtà non semplice da affrontare, mentre il percorso della protagonista e quello dell’autrice sembrano a tratti intrecciarsi."
Un film che ci fa scontrare con le umilizioni imposte ai palestinesi dall'occupazione israeliana e ci consente di attraversare bellissimi paesaggi dall'entroterra al mare, da Ramallah, Gerusalemme, Haifa, Jaffa al villaggio di Dawayima completamente distrutto nel 1948 ed a cui il film è dedicato.

venerdì 26 settembre 2008

Lo stoccaggio di un "popolo di troppo" - i palestinesi

di Jeff Halper (http://www.icahd.org)

Il ritmo dei cambiamenti sistemici in quell'entità indivisibile, conosciuta come Palestina/Israele, è così rapido da superare, quasi, la nostra capacità di tenercene al corrente. La campagna deliberata, e sistematica, per cacciare i palestinesi dal Paese, nel 1948, è stata rapidamente dimenticata; la triste situazione di più di 700.000 profughi è divenuta qualcosa di invisibile, che neanche si pone come problema. Al contrario, un Israele impavido, europeo e “socialista” è diventato il beniamino di tutti, sinistra radicale compresa, eclissando completamente la pulizia etnica che aveva reso possibile creare lo Stato.

Allo stesso modo, l'occupazione da parte di Israele, nel 1967, della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e di Gaza è rimasta un problema virtuale, che nemmeno si è posto, fino allo scoppio della prima Intifada, alla fine del 1987. L'unica parte del conflitto ad apparire sul radar pubblico è stata l'equazione fra palestinesi e terrorismo. [...]
Il ragionamento più efficace, contro la lotta palestinese, è l'idea, assai diffusa, che Arafat, a Camp David, abbia rifiutato la “generosa offerta” di Ehud Barak. Nell'interpretazione scompaiono i fatti reali: che non vi è mai stata una “generosa offerta”, e che, persino se Barak avesse proposto il 95% dei Territori Occupati - come Olmert ha di recente “offerto” il 93% -, uno stato palestinese costituirebbe poco più di un bantustan sudafricano tronco, economicamente non autosufficiente, su meno del 20% della Palestina storica. Tutto ciò che resta è la ri-demonizzazione di Arafat. Che Sharon abbia in seguito imprigionato il presidente palestinese in una stanza buia di un quartier generale demolito, eliminandolo politicamente, e, credo, pure fisicamente, non ha in pratica suscitato opposizioni, e neppure critiche, nella comunità internazionale.
[...]
La legge internazionale, infatti, definisce l'occupazione “una situazione militare temporanea”. L'aver istituito più di 200 colonie ed avamposti per soli ebrei nei Territori Occupati, organizzati in sette grandi “blocchi”, tutti legati inestricabilmente all'Israele propriamente detta da una rete massiccia di autostrade solo per israeliani, e, alla fine, la Barriera di Separazione, l'hanno resa permanente. Un indivisibile sistema di Israele, non più temporaneo o fondata sulla sicurezza, si è esteso fra il Mediterraneo e il Giordano. Chi di noi era risolutamente deciso a vedere ha scorto, davanti ai propri occhi, il vero: che ci si impegnasse o meno per una soluzione a due stati, l'Occupazione è stata trasformata in un sistema di APARTHEID PERMANENTE. Finora, è una realtà di fatto. Se il “Processo di Annapolis” funziona in base al piano israeliano, lo diventerà anche di diritto, venduto abilmente come una “soluzione a due stati”, e approvato da un leader collaborazionista palestinese. Nella realtà, tuttavia, Annapolis, non è importante. Israele sa che ne' i palestinesi, ne' la società civile internazionale accetteranno l'apartheid. La sua funzione è quella che si voleva avessero tutti gli altri “processi politici” degli ultimi quattro decenni: procrastinare ogni soluzione che richiederebbe da Israele concessioni significative, accordandole intanto la copertura politica ed il tempo per creare, sul terreno, fatti irreversibili.
La “Occupazione” da parte di Israele ha oltrepassato l'apartheid – termine che è divenuto superato quasi nel momento stesso in cui lo si è iniziato ad accettare, fra grandi proteste e strepiti. Ciò che si è sviluppato davanti ai nostri occhi – qualcosa che avremmo dovuto vedere, ma per il quale non avevamo termini di riferimento – è un sistema di stoccaggio, una situazione statica svuotata di ogni contenuto politico.
“Quel che Israele ha costruito”, sostiene Naomi Klein, nel suo nuovo e straordinario libro, The Shock Doctrine, "è un sistema, ... una rete di recinti a cielo aperto per milioni di persone, classificati come umanità eccedente.... I palestinesi non sono l'unico popolo al mondo ad essere stato categorizzato in questo modo.... Lo scartare dal 25 al 60 per cento della popolazione è stato il marchio di fabbrica della crociata intrapresa dalla Scuola [di Economia] di Chicago.... In Sud Africa, in Russia e a New Orleans, i ricchi costruiscono intorno a sé dei muri. Israele ha condotto ancora più avanti questo processo di rifiuto: ha costruito muri intorno ai poveri pericolosi” (p. 442).
I fatti israeliani sul terreno non sono altro che l'esprimere in modo fisico una linea che cerca di depoliticizzare, e quindi di normalizzare, il controllo esercitato. Lo scontro israelo-palestinese non è presentato come un conflitto che ha parti in causa ed una dinamica politica. È descritto, invece, come una “guerra al terrorismo”, una lotta con un fenomeno che elimina – o indica come irrilevante – ogni riferimento all'occupazione, che Israele ufficialmente nega di imporre. [...].
“Tenere in stoccaggio” è l'espressione migliore, anche se la più cupa, per quanto Israele sta attuando per i palestinesi dei Territori Occupati. È qualcosa di peggiore, per diversi motivi, dei bantustan sudafricani dell'era dell'apartheid. Le dieci “patrie”, economicamente non autosufficienti, istituite dal Sud Africa per la maggioranza africana nera sullo 11% soltanto del territorio del Paese erano, certo, un tipo di stoccaggio. Avevano lo scopo di fornire al Sud Africa manodopera a basso prezzo, liberandola della popolazione nera; questo rendeva possibile una “democrazia” dominata da europei. Questo è precisamente ciò a cui Israele mira - tramite un bantustan palestinese che comprende all'incirca il 15% della Palestina storica -, ma con un limite cruciale: ai lavoratori palestinesi non sarà permesso recarsi in Israele. Avendo scoperto una manodopera più a buon mercato - circa 300.000 lavoratori stranieri, importati da Cina, Filippine, Thailandia, Romania ed Africa Occidentale, con l'aggiunta dei propri cittadini arabi, mizrachi, etiopi, russi e dell'Europa dell'Est – Israele può permettersi di rinchiudere fuori i palestinesi, impedendo loro, nel contempo, di avere un'economia autosufficiente che sia la loro, legata senza ostacoli ai Paesi arabi circostanti. Da ogni punto di vista – storico, culturale, politico ed economico – i palestinesi sono stati definiti come una “umanità in sovrappiù”; l'unica cosa da fare con loro resta lo stoccarli, atto che la comunità internazionale, che se ne interessa, pare voler permettere ad Israele. Dal momento che lo stoccaggio è un problema globale, e che Israele ne presenta, pionieristicamente, un modello, quel che avviene ai palestinesi dovrebbe preoccupare chiunque. Potrebbe costituire un crimine interamente nuovo contro l'umanità, e come tale, dovrebbe essere soggetto alla giurisdizione internazionale dei tribunali del mondo, così come lo sono altre gigantesche violazioni dei diritti umani. In questo senso, la “Occupazione” israeliana ha implicazioni che oltrepassano di gran lunga un conflitto localizzato fra due popoli.
[...]
Guardare alla Palestina come ad un microcosmo di una più vasta realtà globale di stoccaggio ci rende capaci di identificare in modo più efficace gli elementi che compaiono altrove e di comprendere il modello che Israele sviluppa, per opporvisi meglio. In ogni caso, il nostro linguaggio, e l'analisi che questo genera, devono non solo essere onesti e privi di inutili riguardi: devono anche mantenersi al corrente delle intenzioni politiche e dei “fatti sul terreno”, che si espandono sempre più rapidamente.
Testo integrale su:
Tradotto da Paola Canarutto

Le imprese dell'Emilia-Romagna in missione in Israele

da
La missione imprenditoriale, in programma dal 25 al 27 novembre 2008, è organizzata da Confindustria Emilia-Romagna e dalla Regione Emilia-Romagna

Confindustria Emilia-Romagna e Regione Emilia-Romagna organizzano dal 25 al 27 novembre 2008 una Missione imprenditoriale in Israele nell'ambito di una importante missione nazionale promossa da Confindustria insieme ad ICE ed ABI.La missione nazionale, guidata dalla Presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, coinciderà con la visita di Stato del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Parteciperanno tra gli altri il Ministro allo Sviluppo economico Claudio Scajola, il Ministro degli Affari Esteri Franco Frattini, il Ministro alle Attività economiche israeliano e il Presidente della Regione Vasco Errani.«L'economia israeliana - ha affermato Sergio Sassi, Presidente Commissione Internazionalizzazione di Confindustria Emilia-Romagna - è per sua natura aperta al commercio internazionale e agli investimenti stranieri, che giocano un ruolo fondamentale nell'economia del Paese. La missione - ha sottolineato Sassi - si concentrerà su settori di particolare interesse per le nostre imprese: hi-tech, meccanica, elettronica, agroindustria, infrastrutture e trasporti, sicurezza, telecomunicazioni, energie alternative, beni di consumo. Come sistema Confindustria Emilia-Romagna, insieme alla Regione, svilupperemo progetti mirati alle esigenze delle piccole e medie aziende, nell'ottica di offrire loro specifiche occasioni di investimento e partnership».

La Regione Emilia-Romagna è a fianco di Confindustria in questa iniziativa nell'obiettivo di promuovere una serie di iniziative per favorire una più intensa collaborazione scientifica, tecnologica e industriale tra le imprese della nostra regione e quelle israeliane.

«Dal 2005 - ha affermato Ruben Sacerdoti, Responsabile del Servizio Sportello regionale per l'internazionalizzazione delle imprese della Regione Emilia-Romagna - abbiamo avviato un'intensa attività di scouting delle opportunità di collaborazione nel campo della R&S industriale con Israele, uno dei paesi al mondo più avanzati nella promozione del mix fra competenze tecnico-scientifiche e capacità di manageriali e finanziarie ASTER ha organizzato due missioni in uscita di ricercatori emiliano-romagnoli ed una in entrata, e ha garantito la partecipazione delle principali strutture della ricerca industriale israeliane a R2B. Oggi siamo pronti per fare un passo ulteriore: stiamo concordando direttamente con il Governo israeliano, nell'ambito dell'Accordo di collaborazione fra Italia e Israele del 2000, il lancio nel 2009 di un nuovo fondo di 800 mila euro per finanziare congiuntamente progetti di collaborazione fra imprese regionali e israeliane ad alta tecnologia. L'accordo sarà siglato a Tel Aviv durante la missione istituzionale di novembre».--

mercoledì 10 settembre 2008

APPELLO URGENTE DI ADDAMER


Detenzione amministrativa di Salwa Salah e Sara Siureh
Salwa Salah e’ nata il 10 novembre del 1991. Giovedi’ 5 giugno 2008 attorno alle 2 del mattino Salwa Salah (16 anni e mezzo) era in casa con la propria famiglia a Betlemme. All’improvviso qualcuno batte in modo molto violento sulla porta di casa. La madre di Salwa apre la porta e si trova di fronte a soldati israeliani e alla Israeli Security Agency (Agenzia di Sicurezza Israeliana, ISA). Un soldato donna che era presente dice a Salwa di vestirsi. Nel frattempo gli altri soldati interrogano la madre di Salwa e le chiedono di suo marito e dei suoi figli. Dopo aver interrogato anche Salwa il soldato donna la ammanetta, la benda e la prota di peso dentro ad una jeep militare.

Sara Siureh e’ nata il 20 novembre 1991. Giovedi 5 giugno 2008 attorno all’1 e 30 di notte Sara Siureh (16 anni e mezzo) era nella casa della sua famiglia con il marito a Betlemme. All’imprvviso sentono qualcuno battere violentemente sulla porta di casa. Il marito di Sara apre la porta e si trova di fronte a soldati israeliani ed agenti dell’ISA. Irrompono in casa ed un soldato donna girda a Sara di vestirsi dopodiche’ la trascinano fuori e la fanno salire su una jeep militare.

Le due ragazze sono cugine ed una di loro frequenta ancora la scuola. L’ISA ha affermato che le due ragazze sarebbero coinvolte in attivita’ militari. Sono state portate nella progione di Telmond e poi trasferite nella prigione di Ofer dove sono state interrogate per un ora. Nell’interrogatorio e’ stato chiesto loro che cosa facessero e se avessero dei contatti con qualche gruppo politico. Le ragazze non hanno confessato nulla. Dopo l’interrogatorio le due ragazze sono state riportate a Telmond e trattenute la per due giorni. La notte prima di essere portate di fronte alla Corte militare le ragazze sono state portate nella prigione di Ramle, scortate da una poliziotta. Piu’ tardi durante un incontro fra le ragazze e gli avvocati di ADDAMER e’ emerso che l’ufficiale di polizia ha mantenuto un comportamento brutale con le ragazze spingendole dentro la jeep militare e perquisendole in modo molto umiliante. Entrambe le ragazze sono ora nella prigione di Addamoun in Israele e sono trattenute assieme ad altre donne palestinesi arrestate. A nessuna delle due ragazze e’ stato permesso alcun contatto con la propria famiglia dal giorno dell’arresto, il 5 giugno 2008. Questa e’ la prima volta che delle ragazze minorenni vengono poste sotto regime di Detenzione Amministrativa. Per loro e’ stato stabilito un periodo di Detenzione Amminstrativa di 4 mesi che puo’ venire esteso per altri 6 mesi. Il regime di Detenzione Amministrativa puo’ essere rinnovato in modo indefinito. E’ stato presentato un appello contro questa decisione che pero’ e’ stato respinto. Il principio di proporzionalita’ ed il dovere di uno Stato di tenere in considerazione il benessere di un minore sono aspetti del diritto internazionale concernenti lo scopo, le limitazioni e le proibizioni nei processi sui minori. Le Regole per gli Standard Minimi stabilite dalle Nazioni Unite riguardo la giustizia per i giovani minorenni richiedono che ogni trattamento di un minore sottoposto ad arresto dovrebbe essere sempre “proporzionale sia alle circostanze dell’offesa che alla condizione del soggetto incriminato”. Un altro fondamentale principio del processo e’ che la privazione della liberta’, se viene praticata, debba essere utilizzata soltanto come ultima risorsa e per il piu’ berve periodo di tempo possibile (Art. 37b CRC). E’ evidente che questi principi non sono stati rispettati per queste due ragazze. La Corte non si e’ adeguata a questi standards legali stabiliti per la detenzione dei minori. Entrambe le ragazze non sono mai state in prigione prima.

Che cos’e’ la Detenzione Amministrativa?
Le autorita’ israeliane posso trattenere una persona in “Detenzione Amministrativa” per quanto desiderano. Non intendono portare questi detenuti di fronte ad un tribunale dichiarando che rappresentano un rischio per la sicurezza. Non informano i detenuti ne i loro avvocati sulle ragioni che spingono a considerare queste persone un rischio per la sicurezza. Le Detenzioni Amministrative vengono decise dal Comando Militare per periodi che possono durare fino a 6 mesi e vengono spesso rinnovate poco prima che scadano. Questo processo puo’ essere ripetuto indefinitivamente. La sofferenza mentale di essere trattenuti senza conoscere i termini della detenzione puo’ essere considerata tortura come definito dalla Convenzione dell’ONU contro la tortura. Inoltre un periodo cosi’ lungo di detenzione senza accuse ne processo costituisce una “detenzione arbitraria” che viola lo Statuto Internazionale sui diritti Civili e Politici (Art. 9(1)) e la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (Art. 9). Attualmente ci sono approssimativamente 750 Palestinesi in detenzione amministrativa di questi circa 10 sono minorenni.

AGISCI ORA PER SUPPORTARE SALWA E SARA:

Manifesta il tuo dissenso nei confronti di queste detenzioni senza processo. Scrivi al governo Israliano e alla autorita’ giudiziarie e militari pretendendo che Salwa e Sara vengano rilasciate immediatamente e che la loro Detenzione Amministrativa non venga rinnovata. In particolare le lettere dovrebbero essere inviate a Lt. Colonel Sharon Afek Legal Advisor to the Israeli Army in the West Bank Chief Military Attorney. P.O. Box 10482, Beit El, West Bank; Tel: 972...; Mobile: 972-50-551-1782; Fax: 972-2-997-7326. Fax: +972 2 997 7326.
Per favore copia ADDAMEER nell’indirizzo (addameer@p-ol.com) in modo da permettere di tenere un registro delle lettere inviate.
Altre lettere possono essere spedite a:
Mr. Ehud OlmertPrime MinisterOffice of the Prime Minister 3 Kaplan Street, PO Box 187Kiryat Ben-Gurion, Jerusalem 91919, Israel Fax: +972- 2-651 2631 e-mail: rohm@pmo.gov.il, pm_eng@pmo.gov.il
Mr Daniel FriedmannMinister of JusticeFax: + 972 2 628 7757; + 972 2 628 8618 Mr Menachem MazuzAttorney GeneralFax: + 972 2 627 4481; + 972 2 628 5438; +972 2 530 3367 Mr Ehud BarakMinister of DefenseFax: +972 3 697 6218 sar@mod.gov.il
Per favore scrivete anche alla International Bar Association chiedendo che i suoi membri e l’Istituto per I Diritti Umani esercitino pressioni sulla Israeli Bar Association affinche’ assicurino che a tutti i detenuti sottoposti alla giustizia israeliana vengano garantiti i principi base dello stato di diritto – un processo trasparente che non permetta una giustizia arbitraria. Principi ai quali l’Istituto per i Diritti Umani dell’IBA (HRI) afferma di dedicare i propri sforzi: “HRI e’ ora una voce in prima linea nella promozione dello stato di diritto a livello mondiale”.
Spedite le vostre lettere di protesta al Direttore dell’HRI Fiona Paterson e copiate l’indirizzo del presidente del Consiglio, l’Ambasciatore Emilio Cardenas (Argentina) e Richard Goldstone (Sud Africa).
Fiona PatersonDirector of Human Rights InstituteInternational Bar Association10th Floor1Stephen StLondon, W1T 1AT, United KingdomTel: +44 (0)20 7691 6868Fax: +44 (0)20 7691 6544
Scrivete anche all’Unione Europea chiedendo che l’UE eserciti pressioni su Israele affinche’ rilasci tutti i detenuti in Detenzione Amministrativa e ponga fine ad un sistema tanto ingiusto, arbitrario e barbaro di detenzioni senza processo.
Indirizzate le vostre lettere a:
Personal Representative for Human Rights (CFSP) of the EU Secretary General/ High Representative Javier Solana Ms. Riina Kionka 175 Rue de la Loi BE 1048 Brussels, Belgium Fax. : +32 2 281 61 90 Email : riina.kionka@consilium.europa.euThe Commissioner for External Affairs and European Neighbourhood Policy HE Ms. Benita Ferrero- Waldner Email: relex-enpinfo@ec.europa.euOppure mandate un commento a ec.europa.eu/external_relations/feedback/question2.htm

Ambasciate e consolati di Israele sul vostro territorio
Una lista di ambbasciate e consolati israeliani puo’ essere trovata sul sito del Ministero Israeliano per gli Affari Esteri attraverso il seguente link: http://www.mfa.gov.il/MFA/Sherut/IsraeliAbroad/Continents/

Qui sotto potete trovare una bozza della lettere da inviare:
Dear Colonel Afek:
I am writing with regards to the arrest of Salwa Salah and Sara Siureh on June 5, 2008 from the town of Bethlehem in the West Bank, Occupied Palestinian Territories. Both girls are juveniles who should not be tried or treated as an adult.
Both girls are currently detained in Addamoun Prison inside Israel. Article 49 of the Fourth Geneva Convention (1949) explicitly states that "[t]he occupying power shall not deport or transfer parts of its own civilian population into the territory it occupies." Israel signed the convention in 1949.

Under Article 78 of the Fourth Geneva Convention relative to the Protection of Civilian Persons in Time of War, the administrative detention of persons is allowed ‘for imperative reasons of security’. However, for many years the system of administrative detention has been abused by Israel to punish without charge, rather than as an extraordinary and selectively used preventative measure. In addition, the treatment of administrative detainees, including the location and conditions of detention, contravenes not only international human rights standards but also the provisions of the Fourth Geneva Convention.
I would like to voice my opposition to the detention of Salwa Salah and Sara Siureh unless they are charged with a recognizable offence and immediately brought to justice in a fair trial according to international standards. Their continued detention is clearly not in their best interest, nor is it in accordance with the articles outlined in the United Nations Convention on the Rights of the Child.
In the mean time, I urge you to allow Salwa and Sara to receive regular visits from their family members.
Sincerely,
{Egregio Colonello Afek,
Le scrivo a riguardo dell’arresto di Salwa Salah e Sara Siureh del 5 giugno 2008 a Betlemme nella West Bank nei Territori Occupati palestinesi.
Entrambe le ragazze sono minorenni e non dovrebbero essere trattate come fossero adulte. Entrambe le ragazze sono attualmente detenute nella prigione di Addamoun in Israele.
L’Art. 4 della Convenzione di Ginevra stabilisce chiaramente che: “La Potenza occupante non deve deportare o trasferire parte della propria popolazione civile nel territorio che occupa”. Israele ha firmato la convenzione nel 1949.

Secondo l’articolo 78 della Quarta Convenzione di Ginevra relative alla protezione di civili in tempo di Guerra, la Detenzione Amministrativa delle persone e’ permessa solo per “ragioni imperative di sicurezza”. Tuttavia per molti anni il sistema delle Detenzioni Amministrative e’ stato abusato da Israele per punire senza accuse, piuttosto che utilizzato come strumento selettivo e straordinario di prevenzione.
Vorrei manifestare la mia opposizione alla detenzione di Sara Siureh e Salwa Salah a meno che non vengano accusate di un crimine e immediatamente processate in modo trasparente secondo gli standards internazionale. La loro dtenzione non e’ chiarmente nel loro interesse e neppure in sintonia con quanto previsto dalla Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo.
Nel frattempo chiedo che sia possibile per Sara e Salwa ricevere regolarmente visite da parte della famiglia.}
(TRADUZIONE A CURA DI MIRCO TOMASI)

giovedì 28 agosto 2008

Estranei nella propria terra


Lunedì 8 settembre

Ore 20,30: incontro con Rajeh Zayed, segretario nazionale dell’UDAP
(UDAP: Unione Democratica Arabo Palestinese).
Ore 21,30: proiezione del film "Estraneo a casa mia, Gerusalemme" regia di Sahera Dirbas.

“Estraneo a casa mia, Gerusalemme”: film documentario girato per i 40 anni dalla Guerra dei Sei Giorni, ma egato anche agli eventi della Nakba (Catastrofe, 1948). I protagonisti sono protagonisti otto palestinesi che originariamente vivevano nella zona Ovest di Gerusalemme da cui furono cacciati quando gli israeliani nel 1948 entrarono in quella parte della citta'. Nel documentario i palestinesi prima raccontano le loro vicende personali nel 1967, quando Israele ha occupato anche la zona Est della citta', e dopo si recano alle case di Gerusalemme Ovest da dove furono espulsi. In alcuni casi si incontrano e discutono con gli israeliani che ora occupano quelle abitazioni. I colloqui offrono interessanti spunti di riflessione. E' da notare che i protagonisti in quasi tutti i casi appartengono alla classe media palestinese e le abitazioni che si sono visti confiscare hanno oggi un valore di mercato che, talvolta, e' superiore al milione di dollari.

Sahera Dirbas, nata e cresciuta ad Haifa, residente a Gerusalemme. È una film-maker indipendente, ha pubblicato tre ricerche su altrettanti villaggi arabi distrutti nel 1948 e ha prodotto un documentario sulla sua citta'.

a cura di: Studenti Palestinesi - Comitato Palestina Bologna

Parco Nord - Festa dell'Unità, Piazza Globale

Rompiamo l'assedio a Gaza

Nel pomeriggio del 23 agosto le due imbarcazioni Free Gaza e Liberty sono sbarcate a Gaza con a bordo 44 attivisti, di 16/17 diverse nazionalità; tra loro due “nonnine”: una suora di 81 anni ed una sopravvissuta all’olocausto di 84 anni; Jeff Halper, israeliano da anni attivo contro le demolizioni delle case palestinesi da parte di Israele (Jeff Halper è presidente della ICAHD - Israeli Committee against House demolition, http://www.icahd.org/eng/) e molto critico contro la politica israeliana di occupazione e distruzione dei territori; Lauren Booth, cognata di Tony Blair; Vittorio Arrigoni, unico italiano.

Il 26 agosto la Free Gaza,ha scortato sei pescherecci palestinesi consentendogli di allontanarsi fino a una distanza dalla costa di 10 miglia nautiche, Israele impone come limite 6 miglia ai pescatori palestinesi. Negli ultimi anni 14 pescatori sono stati uccisi e una settantina sono stati arrestati dalle motovedette israeliane. “Fino all'inizio dell'Intifada, nel 2000, i pescatori di Gaza potevano allontanarsi fino a 12 miglia nautiche - una distanza comunque inferiore alle 20 miglia stabilita dagli accordi di Oslo - e riuscivano a pescare anche 3mila tonnellate di pesce ogni anno. Oggi questo settore è moribondo, come ha denunciato anche la vicepresidente del Parlamento europeo Luisa Morgantini. Lo scorso anno sono state pescate appena 500 tonnellate di pesce e dei 3.500 pescatori solo 700 sono ancora impiegati in un settore che prima dava lavoro a migliaia di persone. A ciò si aggiunge la penuria di carburante - frutto dell'embargo israeliano - che ha costretto i pescatori a ricorrere ai trucchi più fantasiosi, come usare l'olio da cucina usato invece della nafta, per poter uscire in mare.” (M. Giorgio, Il Manifesto - 26 agosto). “Il blocco navale israeliano è illegale, i palestinesi hanno il diritto di usare le loro acque per scopi pacifici. Penso all'arrivo a Gaza di navi cariche di aiuti per la popolazione palestinese e all'avvio di un traffico commerciale. Certo, Israele fa le sue minacce ma non può aprire il fuoco su navi che portano cibo e medicinali ai palestinesi e non mettono in alcun modo a rischio la sua sicurezza. Chi ha intenzioni pacifiche può e deve osare”, afferma Lauren Booth in un’intervista di M. Giorgio (Il Manifesto del 26 agosto).

Gli attivisti intendono ripartire per Cipro con dieci studenti palestinesi ammessi ad università straniere, a cui Israele rifiuta il permesso di partire. I pacifisti si attendono di essere fermati dalla Marina militare israeliana. Lo Stato ebraico oggi ha peraltro fatto sapere che nei prossimi giorni intende compiere manovre militari in acque internazionali vicine alle acque territoriali di Gaza.

Intanto Jeff Halper, ha tentato di tornare a Gerusalemme attraverso il valico di Erez, tra Gaza e Israele, e dopo aver atteso circa due ore sul versante palestinese del terminal, e' stato autorizzato ad entrare nello Stato ebraico. Subito dopo e' stato portato alla stazione di polizia di Sderot dove e' stato interrogato per circa un'ora prima di essere rilasciato. La notizia di oggi è che Jeff Halper è stato arrestato, la portavoce della polizia ha diramato questa comunicazione: "Jeff Halper è stato arrestato al passaggio di Eretz, in quanto era sulla nave per rompere l’assedio ed è entrato nella Striscia di Gaza dal mare, violando le leggi israeliane. Ha anche violato quelle che vietano ai cittadini ebrei di entrare nella Striscia". Una legge dello Stato ebraico vieta categoricamente l'ingresso di cittadini israeliani nei territori autonomi palestinesi.

website della missione: www.freegaza.org

giovedì 7 agosto 2008

Le Ong accusano i servizi israeliani "Informazioni in cambio di cure"

Un'organizzazione umanitaria denuncia i metodi estorsivi dei servizi "Negano assistenza sanitaria ai palestinesi che si rifiutano di fare la spia"

da la Repubblica

http://www.repubblica.it/2008/08/sezioni/esteri/servizi-israeliani/servizi-israeliani/servizi-israeliani.html

"Parla apertamente e non avrai problemi a tornare in Israele, altrimenti ...". Sono molte le minacce, esplicite o indirette, fatte dai servizi segreti israeliani ai palestinesi che vanno a curarsi in Israele. Lo denuncia l'organizzazione umanitaria "Physicians for human rights" (Phr), nota anche per i suoi report su Abu Graib, Guantanamo e le torture nelle carceri afghane. Il rapporto dell'organizzazione umanitaria si basa sulle testimonianze di oltre 30 palestinesi.

Bassam al-Wahidi, un giovane giornalista palestinese vicino a Fatah, ha raccontato all'Ong di esser stato portato più volte in stanze sotterranee e lì minacciato che, se non avesse dato informazioni, gli avrebbero negato l'accesso alle cure mediche in Israele. Situazione complicata quella di al-Wahidi: se da un lato curarsi in Palestina è quasi impossibile perché gli ospedali vengono giù a pezzi e sono stracolmi, dall'altro "chi parla", al ritorno, è condannato a morte. Il giovane al-Wahidi, che si è rifiutato di collaborare, ha dovuto interrompere le cure per un problema alla vista: adesso è completamente cieco all'occhio destro e presto lo sarà del tutto.

Nonostante l'uso dei civili a scopi di guerra sia espressamente vietato dal diritto internazionale, Israele continua a mostrarsi sordo a ogni richiamo. Secondo il rapporto di Phr, l'organizzazione umanitaria statunitense formata da medici e operatori sanitari che si impegnano per il rispetto dei diritti umani, i ricatti dello Shin Bet in alcuni casi hanno avuto come oggetto della "transazione" cure essenziali alla stessa sopravvivenza dei palestinesi.

E' il caso di Abu Obeid, un operaio palestinese di 38 anni che soffre di cuore e da anni si reca in Israele, dove gli hanno impiantato un pacemaker. Ma un anno fa un ufficiale israeliano lo ha ricattato: "Facciamo un patto: tu mi dai un'informazione e io ti semplifico l'ingresso in Israele". Abu Obeid si è rifiutato di parlare e l'ufficiale gli ha negato il permesso. Da quel giorno Abu Obeid sta aspettando che un team israeliano di medici possa entrare a Gaza per controllargli il pacemaker. Un ufficiale israeliano, Shlomo Dror, in una nota alla France Press, ha smentito qualsiasi ricatto: "E' una prassi che chiunque entri in Israele debba essere interrogato sui motivi della sua visita e se appartenga o meno a un'organizzazione teroristica - si è giustificato l'ufficiale - d'altronde per noi sarebbe inutile cercare di carpire informazioni da loro, poiché al ritorno in Palestina sarebbero subito tacciati di collaborazionismo".

(4 agosto 2008)

martedì 5 agosto 2008

Strage di Bologna: il depistaggio palestinese

di Germano Monti - Forumpalestina

[...] «Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità», specialmente se a ribadirla sono alte cariche istituzionali, come un ministro della propaganda ieri o un sindaco oggi. [...]
LEGGI SU:

Risposta del PFLP all'accusa di Cossiga

Former Italian Prime Minister fabricates lies against the Palestinian people
The Popular Front for the Liberation of Palestine totally rejects the statements of former Italian prime minister and Senator for life, Francesco Cosiga, that were published in the Lebanese newspaper, Al-Safir, on July 9, 2008 in Issue no. 11044. Cosiga, speaking with the Italian newspaper "El Courier Delaciera," falsely accused the PFLP of masterminding an attack on the Bologna train station in northeastern Italy 28 years ago.
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venerdì 1 agosto 2008

«Rompere l'assedio», i pacifisti preparano lo sbarco a Gaza

di Michele Giorgio

Cresce di giorno in giorno l'attesa ma anche il timore di un intervento israeliano intorno al viaggio delle Free Gaza e Liberty, le navi con a bordo una quarantina di pacifisti internazionali, tra i quali una nota sopravvissuta all'Olocausto, Hedy Epstein (84 anni), che avrà inizio il 5 o il 6 agosto da Cipro in direzione della Striscia di Gaza con l'obiettivo dichiarato di rompere l'assedio israeliano.
Il piano comincia a suscitare nervosismo a Tel Aviv. Dalle pagine del quotidiano Haaretz il giornalista Barak Ravid ha riferito che Israele segue con grande attenzione i preparativi del viaggio in mare, nella consapevolezza che se i pacifisti riusciranno ad entrare nelle acque davanti alla costa di Gaza - dichiarate «zona di massima sicurezza» dalla marina israeliana - potranno sollevare un caso internazionale, di notevole interesse mediatico, specie se verranno respinti con la forza o arrestati. Israele ora sta cercando di identificare le navi e gli organizzatori del viaggio ma anche di esercitare pressioni sulle autorità cipriote che, da parte loro, dicono di non aver alcun motivo legale per fermare l'iniziativa. Secondo Ravid non è però escluso che i vertici politici e militari israeliani possano alla fine ordinare un «non-intervento», in modo da limitare l'impatto dell'azione dei pacifisti internazionali.
Israele durante la prima Intifada, riuscì a impedire la partenza da Cipro dell'Awda, la nave del «Ritorno» noleggiata da centinaia di attivisti palestinesi per realizzare un simbolico rientro nella loro terra. Nonostante il ritiro israeliano da Gaza, nel 2005, le acque della Striscia sono attentamente sorvegliate dalla marina dello Stato ebraico - ufficialmente per impedire il traffico di armi - che oltre a impedire a qualsiasi nave di avvicinarsi, ha anche imposto un limite di pesca di 6 miglia nautiche ai pescatori palestinesi, causando così il crollo di un'attività che rappresentava la fonte principale di reddito per molte decine di famiglie. I passeggeri della Free Gaza e della Liberty, hanno spiegato ieri gli organizzatori durante una conferenza stampa ad Atene, intendono entrare nelle acque territoriali palestinesi e, con l'aiuto di imbarcazioni di Gaza, raggiungere la spiaggia dove verranno accolti come «liberatori» da varie ong locali come il Comitato popolare contro l'assedio, la Mezzaluna Rossa, il Medical Relief e il Centro di Gaza per i Diritti Umani, nonché da molte migliaia di abitanti. «Ci piacerebbe arrivare a Gaza e pescare assieme ai palestinesi, dare il nostro aiuto alle strutture sanitarie locali e lavorare nelle scuole.
Nessuno può rimanere indifferente di fronte a 1,5 milioni di esseri umani, di fatto prigionieri, che soffrono a causa dell'assedio israeliano», aveva spiegato nei giorni scorsi Hedy Epstein. Ma ciò rimarrà con ogni probabilità solo un sogno, perché l'ipotesi più probabile è quella di blocco da parte della marina israeliana della Free Gaza. D'altronde gli stessi organizzatori, le associazioni «Free Gaza Movement» e l'«International Solidarity Movement» (Ism), sanno che il viaggio difficilmente arriverà a conclusione ma sperano di poter almeno rendere più visibile agli occhi dell'opinione pubblica internazionale che Gaza era e rimane una grande prigione, nonostante il ritiro israeliano avvenuto tre anni fa. L'iniziativa, finanziata con circa 300mila dollari frutto di donazioni giunte da tutto il mondo, ha il sostegno anche di alcuni europarlamentari, di deputati di vari paesi, del Carter Centre, dell'arcivescovo e premio Nobel per la pace Desmond Tutu e di associazioni ed organizzazioni pacifiste ebraiche e palestinesi sparse in tutto il mondo.

http://www.forumpalestina.org/news/2008/Luglio08/31-07-08RompereAssedio.htm
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