“Abbiamo un paese che è di parole. E tu parla, che io possa fondare la mia strada pietra su pietra.
Abbiamo un paese che è di parole, e tu parla, così che si conosca dove abbia termine il viaggio.”

Mahmud Darwish

martedì 22 luglio 2008

No al silenziatore

Ventuno anni fa veniva assassinato a Londra, con uno sparo alla testa, NAJI AL ALI, vignettista palestinese, conosciuto in tutto il mondo arabo. La firma sulle sue vignette era un "bambino un po' spelacchiato" di nome HANDALA, sempre disegnato di spalle, divenuto simbolo della Resistenza palestinese.

Handala è stato egregiamente descritto da Vauro Senesi:

"Di spalle
E' un bambino, piccolo, un po' spelacchiato, piedi nudi e toppe sui vestiti, difficile vederne il volto perchè sta sempre di spalle. E' così che Naji Al Ali disegnava Handala, il suo personaggio principale. Handala c'è in quasi tutte le vignette di Naji, una presenza muta, ma ostinata. Come quella del popolo palestinese al quale si vuole negare identità, ma che come Handala, c'è.

Handala senza volto riesce a gridare contro la negazione. Volta le spalle a chi ha voltato le spalle al dolore dei palestinesi e guarda, guarda le vicissitudini della sua gente che Naji disegna con amore. Se sul volto di Handala ci sono lacrime o sorrisi solo quella gente potra scorgerli, perchè è girato costantemente verso di loro. Voglio immaginare anche Naji di spalle, mentre disegna con quel suo tratto sottile ed insinuante come la sabbia del deserto, curvo sul foglio sul quale tesse il racconto del suo popolo, mischiando all'inchiostro il dolore e l'ironia, la rabbia e la poesia. Tutta la sua intelligenza e la sua fantasia costrette dall'amore a concentrarsi su un dramma. Quanti fogli ha riempito. E Handala, con la sua schiena, sempre lì, forse per tenerci un po' distanti da quei disegni di cui fa parte e che gli appartengono. E' lui il primo a guardarli. Noi possiamo solo sbirciare da dietro le sue spalle imparando la dignità.

Noi gli occidentali, noi gli israeliani, noi gli emiri o i piccoli dittatorelli dei regimi arabi, perchè il popolo di Palestina è dall'altra parte del foglio e può vedere il volto di Handala in quello dei tanti bambini, suoi figli che colmano con le loro risa, i loro giochi e troppo spesso con le loro morti, le strade polverose dei campi profughi, i vicoli antichi di Gerusalemme e gli uliveti d'argento della Cisgiordania. Naji aveva la fortuna degli artisti, poteva usare il foglio come una porta magica, attraversarlo e raggiungere la sua terra anche dall'esilio. Naji aveva la generosità dei poeti e cercava di portarci con se, per aiutarci a capire. Naji e morto, è stato ucciso, rimane solo Handala.

Chissà forse se impareremo a guardarlo con gli occhi di un palestinese un giorno si girerà verso di noi.

Tratto dal volume No al silenziatore - Tracce Edizioni

Per una biografia di Naji Al Ali e non solo:



lunedì 21 luglio 2008

VIGLIACCHI !!!


dalla Rebubblica del 21 luglio
"Video choc: gli spara a freddo"

"Un soldato israeliano colpisce un giovane palestinese arrestato durante scontri nella West Bank

Il documento-denuncia diffuso dall'associazione pacifista B'Tselem.
Il giovane palestinese viene ferito ad una gamba mentre ha le mani legate e gli occhi bendati. L'episodio sarebbe avvenuto due settimane fa, alla presenza di un tenente colonnello dell'esercito israeliano."

Coloni aggrediscono i pastori, la polizia israeliana arresta i volontari

20 luglio 2008: Susya - Hebron, arrestata una volontaria italiana dell'associazione Zaatar (http://www.associazionezaatar.org/) insieme con altri 2 attivisti palestinesi e a 3 internazionali

"Gabriella, si trova dal 19 luglio in un villaggio di pastori, Susya, non lontano da Hebron e circondato da postazioni dell’esercito e da colonie. Alloggia con gli altri internazionali (un inglese e 2 svedesi) nelle tende, esattamente come i pastori che sono stati cacciati dalle loro case/grotte nell’86. Si tratta di 5 famiglie, circa 20 – 30 persone che hanno a disposizione poca acqua e un solo bagno.

L’elettricità è fornita da un pannello solare e da un impianto eolico. Il compito dei volontari internazionali è di accompagnare al mattino presto i pastori con le greggi al pascolo. La presenza degli internazionali non è garanzia di protezione per i palestinesi, ma senza una presenza internazionale gli attacchi dei coloni sarebbero molto più violenti e pericolosi. Le violenze sono quotidiane e si basano sugli insulti e su aggressioni vere e proprie con sassi e a volte spari, i coloni infatti sono tutti pesantemente armati. Le aggressioni sono spesso indirizzate anche agli internazionali che proteggono i palestinesi. Il 18 luglio, un internazionale è stato ferito lievemente da un sasso lanciato da un colono.

Anche i soldati si danno da fare, Gabriella ci ha raccontato che ieri (19 luglio) alcuni di loro sono entrati in una casa che in quel momento era vuota, per rubare e si sono allontanati solo quando si sono accorti che un internazionale stava osservando la scena."
Leggi il racconto di Gabriella:

domenica 20 luglio 2008

Apartheid dell'acqua - Betselem: stesso liquido, prezzi diversi

di Michele Giorgio, Gerusalemme
il Manifesto, 19 luglio 2008

Piscine piene per i coloni, centinaia di migliaia di palestinesi senza accesso alla rete idrica. Il controllo delle sorgenti da parte di Israele, il Muro e gli accordi di Oslo hanno creato una discriminazione inaccettabile

«Non ci mancava nulla, avevamo tutto: la terra da coltivare, gli alberi, l'acqua», dice Abdel Latif Khaled, volgendo lentamente lo sguardo verso la campagna di Jayyus, nel nord della Cisgiordania occupata. «Ora - aggiunge a voce bassa - c'è rimasto poco o niente. Gli israeliani ci hanno tolto buona parte della terra e quando hanno completato il muro (in questa zona) ci hanno tagliato fuori dai nostri pozzi. L'acqua per irrigare i nostri campi un tempo era abbondante, adesso dobbiamo comprarla». Jayyus ha sete, come tanti villaggi palestinesi, ma può dirsi paradossalmente «fortunato».

«L'acqua per l'agricoltura quest'anno riusciremo ad averla grazie al pozzo di Azun ma sappiamo che non potrà durare a lungo, ancora due-tre anni e le terre che ci rimangono diventeranno deserti se Israele non cambierà la sua politica», avverte Abdel Latif. In altre aree della Cisgiordania, in particolare a sud di Hebron, la situazione è disperata e da qualche settimana Tayyush, un'organizzazione pacifista arabo-ebraica, esorta i suoi attivisti ad acquistare acqua potabile e a distribuirla in quelle zone alle famiglie palestinesi.

Un problema che non hanno gli abitanti delle vicine colonie israeliane. Loro non solo hanno acqua sufficiente da bere, ma possono permettersi anche un tuffo in piscina nelle ore più calde del giorno. Dopo 41 anni di occupazione militare oltre 150 villaggi (220mila abitanti) della Cisgiordania non sono collegati alla rete idrica mentre un insediamento israeliano, non appena viene completato, riceve immediatamente elettricità e acqua.

E così il problema dell'emergenza idrica nei Territori occupati si ripropone ad ogni estate e ogni autunno. Ma anno dopo anno, quelli che soffrono sempre di più sono i palestinesi, perché non hanno alcun controllo su gran parte delle loro riserve di acqua che, gestiste dall'israeliana Mekorot, vengono dirottate verso lo Stato ebraico e lasciate solo in minima parte in Cisgiordania. A Gaza la crisi è spaventosa, i coloni non ci sono più da tre anni, ma le riserve riescono ormai a coprire in minima parte il fabbisogno della popolazione e la differenza non è colmata dall'acqua che arriva dal sistema idrico israeliano. A lanciare l'allarme, l'ennesimo senza alcun risultato, è stato all'inizio di luglio il centro israeliano per i diritti umani Betselem. «La cronica scarsità d'acqua (nei Territori occupati palestinesi) è il risultato in buona parte della politica discriminatoria che Israele attua nella distribuzione delle risorse in Cisgiordania e dei limiti che pone all'Autorità nazionale palestinese nell'aprire nuovi pozzi», ha denunciato in un rapporto presentato nei giorni scorsi (www.btselem.org/english/water/2008070_acute_water_shortage_in_the_west_bank.asp.). «Il consumo medio per persona in Israele è 3,5 volte superiore a quello dei palestinesi», ha aggiunto Betselem, precisando che l'accesso all'acqua senza discriminazioni è sancito dalla legge internazionale come un diritto umano fondamentale. Un palestinese in media ha a disposizione 66 litri di acqua al giorno ma durante l'estate - ha accertato Betselem - la Mekorot taglia ulteriormente le forniture per garantire un flusso costante di acqua nelle colonie. Così i 66 litri diventano, in non pochi casi, 22. Ma la compagnia pratica anche tariffe «discrezionali»: un israeliano paga un metro cubo di acqua per uso domestico circa un dollaro e per uso agricolo 40 centesimi di dollaro, mentre i palestinesi pagano un dollaro e mezzo al metro cubo, senza differenza tra acqua potabile o per l'agricoltura. «Per noi l'acqua è un miraggio, è di fronte a noi abbondante, nelle colonie israeliane, che circondano il nostro villaggio ma per averla, per darla alle nostre bestie, dobbiamo pagarla a caro prezzo, un prezzo che nessuno di noi può permettersi», commenta Mahmud, un pastore del piccolo villaggio di Mufaggra, sulle colline a sud di Hebron.

L'estate 2008 sarà persino più asciutta delle precedenti a causa di un inverno che è stato breve e con scarse piogge. Nei mesi scorsi le precipitazioni nella Cisgiordania settentrionale sono state appena il 64% della media stagionale, in parte meridionale appena il 55% e l'Anp sa che non potrà disporre di almeno 70 milioni di metri cubi d'acqua per soddisfare il fabbisogno di 2,4 milioni di palestinesi. Per questo si è rivolta alla Mekorot chiedendo un aumento della fornitura e la compagnia israeliana non ha respinto la richiesta ma ha precisato che non sarà in grado di soddisfarla proprio a causa della mancanza di quella rete idrica efficiente che l'occupazione israeliana si è rifiutata di costruire nei villaggi palestinesi in più di quarant'anni. «Sappiamo che non hanno abbastanza acqua ma non c'è modo di aumentare le forniture perché la rete non esiste in molte zone», ha spiegato candidamente l'ingegnere della Mekorot, Dani Sofer, aggiungendo che la sua compagnia già fornisce ai palestinesi una quantità di acqua superiore a quella stabilita dagli accordi di Oslo (1993).

Quelli senza acqua hanno ben poche possibilità di dissetarsi. Chi ha un reddito adeguato - pochissimi - compra l'acqua potabile a costi superiore anche tre volte a quelli normali. Gli altri si arrangiano e qualcuno utilizza persino acqua contaminata. Il numero di queste persone, ha messo in guardia l'agenzia Unrwa (Onu) sta aumentando con il passare delle settimane. A Burin, ad esempio, prendono l'acqua anche da fonti impure, esponendosi a frequenti malattie virali. «Non abbiamo scelta, la facciamo bollire ma evidentemente non basta, ci dispiace per i nostri bambini ma questa è l'acqua che abbiamo a disposizione e dobbiamo accontentarci», spiega Abu Abed Saade, uno degli abitanti.

Gli esperti si affannano a spiegare che il problema è più ampio e più grave. Se da un lato, dicono, Israele non può continuare con la sua politica discriminatoria, dall'altro tutte le parti coinvolte devono muoversi, e in fretta, per cercare soluzione sul lungo periodo. Altrimenti non ci sarà più acqua per nessuno. Ma anche in questo caso il più forte fa la parte del leone. Israele, con risorse adeguate, pianifica la costruzione di un numero crescente di impianti di desalinizzazione mentre l'Anp non sa come muoversi, è paralizzata dall'impreparazione e dall'impotenza. L'unico accesso palestinese al mare è a Gaza ma non ci sono i fondi la desalinizzazione, molto costosa, ed in ogni caso portare acqua da lì alla Cisgiordania, passando per il territorio israeliano, è una possibilità remota.

Nel frattempo gli esperti del centro indipendente Palestinian hidrology group esortano a porre rimedio immediato ai gravi errori di valutazione sul fabbisogno d'acqua inclusi nell'articolo 40 degli accordi di Oslo. «Quell'articolo è un ostacolo ad una soluzione soddisfacente - mette in guardia il centro in un documento - perché non consente di aumentare il consumo palestinese e non prevede la riduzione di quello israeliano. Soprattutto non chiede la fine della colonizzazione della Cisgiordania che assorbe buona parte delle riserve idriche locali».


Il mito di "far fiorire il deserto"... con l'acqua di chi?
Le risorse idriche nei Territori Palestinesi ed in Israele sono scarse e mal distribuite in quanto prevalentemente concentrate al nord.

Nonostante l'articolo 40 degli Accordi di Oslo (Oslo II del 1995) prevedeva un utilizzo EQUO delle risorse idriche tra le due comunità, gli israeliani ne consumano una quantità cinque volte superiore a quella dei palestinesi, 350 mc a testa in un anno contro i 70 mc per i palestinesi. Mentre i coloni israeliani utilizzano l’acqua per riempire piscine e innaffiare prati, il consumo prevalente per i palestinesi è rappresentato dall’agricoltura e la maggioranza della popolazione palestinese è costretta a rifornirsi con la raccolta di acqua piovana in cassoni posti sopra i tetti.
Nel mito sionista, pubblicizzato con lo slogan "far fiorire il deserto", la questione dell'acqua è importante quanto quella del controllo della terra. Così Israele si è appropriato di tutte le risorse idriche ed i palestinesi sono costretti a pagare la propria acqua alla Mekort, azienda idrica israeliana, a prezzi maggiorati rispetto a quelli vigenti per gli israeliani.

I palestinesi denunciano che l'occupazione israeliana ha assunto il controllo totale dell'acqua solo per costringerli ad abbandonare l'agricoltura e diventare mano d'opera sottopagata sul mercato del lavoro israeliano.

Fonte: M. Emiliani, 2007. La terra di chi? Geografia del conflitto arabo-israeliano-palestinese Casa Editrice il Ponte

Dal sito del Centro studi per la pace è possibile scaricare la tesi:
"Le risorse idriche nel diritto internazionale con particolare riferimento alla Palestina"

martedì 15 luglio 2008

Il generale delle cipolle e dell'aglio

di Gideon Levy
Lunedì 14 Luglio 2008 05:25
Haaretz, 13 luglio 2008


Ecco il “prossimo passo” nella guerra contro il terrorismo: la lotta alle parrucchiere. Dopo che Hamas ha conquistato più di metà del popolo palestinese, in buona parte a causa delle politiche israeliane, dopo che abbiamo cercato di combatterlo con le armi e l'assedio, la distruzione e gli omicidî, gli arresti di massa e le espulsioni, l'esercito israeliano e i servizi di sicurezza dello Shin Bet hanno inventato qualcosa di nuovo: un attacco ai centri commerciali, alle panetterie, alle scuole e agli orfanotrofi - prima a Hebron, ora a Nablus. L'esercito sta chiudendo saloni di bellezza, negozi di abbigliamento, ambulatori, persino una fattoria per produrre il latte: tutto con il pretesto che sono connesse a Hamas, o che l'affitto che pagano arriva ad un'organizzazione terroristica.

Queste foto bizzarre di un ordine di chiusura emanato dal generale di comando, appiccicato alla finestra di un negozio di cosmetici o di un centro fisioterapico, di un ordine di confisca attaccato a un forno per la pita (pane arabo piatto), mostrano che l'occupazione israeliana è impazzita. Alcuni mesi fa ho visitato gli enti di beneficienza ed i centri commerciali che l'IDF ha cominciato a chiudere, a Hebron; ho visto scene tanto assurde da far diventare furiosi. Una scuola moderna, progettata per 1.200 allievi, chiusa per ordine del generale di comando, e una biblioteca per giovani, sul punto di chiudere.

Così l'occupazione dimostra una volta di più che non vi è punto, nella vita dei palestinesi, che non può raggiungere, e che non ha limiti: un esercito che chiude una scuola, una biblioteca, un panificio ed un collegio; soldati che fanno incursione in una stazione televisiva commerciale autorizzata, confiscandone l'attrezzatura e minacciando di chiuderla, come è avvenuto di recente nell'emittente TV Afaq, a Nablus.

In Israele non si è levata alcuna voce di protesta, naturalmente, ne' contro la chiusura della scuola, ne' contro quella della stazione televisiva. Secondo il filo di pensiero israeliano, se chiudiamo un panificio che fa dolci per gli orfani, si indebolirà il potere di Hamas; se gettiamo dal collegio sulla strada centinaia di bambini bisognosi, questi ed i loro parenti entreranno in sintonia con Israele; se chiudiamo un affollato centro commerciale, avventori e proprietari irati inizieranno a sostenere Fatah.

È da molto tempo che non si è vista l'occupazione israeliana in una luce così ridicola e crudele come in queste operazioni di chiusura e di confisca ordinate dal generale del comando centrale Gadi Shamni, il generale delle cipolle e dell'aglio, a giudicare dai prodotti confiscati dai suoi soldati dai magazzini alimentari di Hebron. Illegali, certo immorali, ma cionondimeno miopi, queste operazioni trasmettono un messaggio forte e chiaro: l'occupazione ha perduto tutti i freni morali ed ogni straccio di giudizio. Quanto è meschino un esercito che svuota magazzini di alimenti e di vestiario per i poveri, quanto è ridicolo che il generale di comando firmi ordini di chiudere saloni di pettinatrici, quanto è patetico un raid militare in panetterie, e quanto è crudele un esercito che chiude ambulatori per ogni pretesto!

Hamas è entrato nel vuoto creato in Cisgiordania e a Gaza. Come ogni movimento religioso, è germogliato nel terreno della sofferenza e della miseria. Ora arriva Israele e dice: “Peggioriamo ancora la miseria e la sofferenza”. Perché? Per combattere Hamas. Nulla di più assurdo. Decine di migliaia di bimbi poveri, in Cisgiordania, non hanno alcuno a cui rivolgersi, a parte gli enti di beneficienza islamici che Israele sospetta essere legati a Hamas, benché molti fossero stati istituiti molto prima che l'organizzazione nascesse. Israele ha smesso di provvedere all'assistenza della popolazione occupata, nonostante i suoi obblighi in base alla legge internazionale, e pure l'Autorità Palestinese non mostra alcun particolare interesse per le necessità sociali ed economiche. Fatah ha sempre destinato più risorse ai campi militari, alle pistole ed alle auto ufficiali che agli orfanotrofi, ai letti d'ospedale e alle macchine per la dialisi.

Questo è il vuoto che il Movimento Islamico sta colmando, offrendo un livello imponente di servizi. L'orfanotrofio che ho visitato a Hebron è uno dei più belli, e meglio curati, che io abbia visto. Ci vuole una certa qual crudeltà a minacciarne la chiusura, una certa qual audacia a sostenere che far questo sarà utile alla guerra contro il terrorismo, e una certa qual stupidità a ritenere che una misura di questo genere sarà d'aiuto. La chiusura di depositi e centri commerciali assicurerà solo un altro colpo all'economia palestinese, che persino ora si dibatte per reggere in condizioni di quarantena. Possibile che Israele non abbia imparato alcunché dal fallimento dell'assedio a Gaza?

Chiunque visiti gli enti di beneficienza vedrebbe che non tutto il denaro che vi affluisce è destinato all'acquisto di esplosivi e di cinture per attentatori suicidi. Non si può simultaneamente imprigionare i residenti in Cisgiordania, proibire loro di guadagnarsi da vivere e non offrire loro alcuna assistenza sociale, colpendo intanto coloro che tentano di fornirla, quali che siano le motivazioni. Se Israele vuole combattere le associazioni caritatevoli, deve quanto meno offrire servizi alternativi. Alle spalle di chi combattiamo il terrorismo? Delle vedove? Degli orfani? È vergognoso.
(traduzione di Paola Canarutto)

Clandestino e apolide dopo 20 anni di prigione in Italia

Ibrahim Abdellatif Fatayer arrestato e condannato dai tribunali italiani a 25 anni di carcere per il sequesto dell'Achille Lauro, ha riacquistato la libertà. Dopo aver scontato la pena in carcere è stato poi rinchiuso nel cpt di Ponte Galeria ...se fino a ieri la sua bollatura si fermava a "terrorista", oggi è arricchita anche da quella di "clandestino"..

Ibrahim è uscito dal carcere nel 2005, dopo 20 anni di reclusione, momento dal quale ha tentato di rifarsi una vita in Italia, trascorrendo i suoi tre anni di libertà vigilata a Perugia, facendosi aiutare dalla Caritas e dandosi da fare. Il 9 aprile 2008 recandosi per l'ordinaria firma in questura, ha trovato l'ennesima sorpresa: nonostante nello stesso mese di aprile la magistratura abbia dichiarato Ibrahim un soggetto non più "socialmente pericoloso", la prefettura di Perugia ha decretato la sua espulsione, ritenendolo pericoloso e per di più clandestino.

Ibrahim è stato spedito nel cpt di Ponte Galeria, nell'attesa necessaria per capire in quale paese mandarlo (Libano? Stati Uniti?!), dove avrebbe dovuto rimanere 60 giorni, che sono diventati 120 in seguito all'espletazione da parte dei suoi avvocati della richiesta di asilo politico all'Italia.
Oggi Ibrahim Abdellatif Fatayer si trova nella condizione di non desiderato in Italia, con in tasca un ordine di allontanamento e la notifica del diniego dell'asilo politico, e di apolide, essendo il suo paese sotto occupazione da parte dello Stato d'Israele. Il ricorso fatto dagli avvocati gli concede altri 15 giorni di tempo per rimanere nei confini nazionali, poi si procederà con l'esplulsione, nonostante al momento si presenti come ineseguibile.

Ibrahim è nato in un campo profughi di Beirut, in quello di Tell El Zaatar, nel 1965 da una famiglia palestinese esplulsa dalla propria casa nel 1948, sotto la minaccia armata delle forze sioniste. E' cresciuto in Libano, come uno dei tanti bambini senza identità che hanno riempito i campi profughi di uno Stato libanese che li ha perennemente discriminati, tollerandoli ma lasciandoli nel loro oblio. Il Libano "non conosce" Ibrahim, non gli ha mai rilasciato la cittadinanza. L'Italia conosce benissimo Ibrahim ma se ne vuole liberare, dato che dopo 23 anni lo considera ancora un "clandestino".
tratto da:

venerdì 4 luglio 2008

Photostory: The month in pictures, June 2008
Una selezione di 20 immagini del mese di giugno 2008 di abusi, di vita, di protesta, di solidarietà


Slideshow, The Electronic Intifada, 2 July 2008
http://electronicintifada.net/v2/article9661.shtml

Allarme idrico in Cisgiordania, a causa della siccità e delle discriminazioni israeliane

Naoki Tomasini *
L'estate è appena iniziata e minaccia di essere rovente. Nei territori palestinesi ci si prepara come sempre a razionare l'acqua, ma quest'anno la crisi idrica sarà peggiore. Lo anuncia l'ultimo studio del centro di informazione israelo palestinese B'Tselem, secondo cui, quest'anno i palestinesi riceveranno almeno 40 mila metri cubi di acqua in meno rispetto al 2007. Una causa del fenomeno è ceramente la siccità, ma gravi responsabilità pesano anche sul governo israeliano, la sua autorità territoriale e la compagnia che gestisce gli acquedotti, colpevoli sencondo B'Tselem di discriminazioni nella concessione di permessi e nella distribuzione dell'acqua.

Gli abitanti delle colonie all'interno dei Territori, infatti, ricevono quantità di acqua tre volte e mezzo superiori delle quote riservate ai palestinesi, ai quali viene sistematicamente rifiutato il permesso di scavare nuovi pozzi. Israele, spiega il rapporto di B'Tselem, ha il totale controllo delle risorse destinate a entrambi i popoli, e anche il divieto di scavare nuovi pozzi è stato imposto da un ordinanza militare. Israele preleva acqua dal corso del Giordano e la pompa in Cisgiordania, verso i coloni e verso l'Autorità Palestinese. I primi, che sono circa 275 mila, ricevono 44 milioni di metri cubi di acqua, almeno 5milioni più di quanti ne ricevano i palestinesi, che in Cisgiordania sono almeno 2milioni e 300 mila. Secondo i dati di B'Tselem anche le risorse acquifere montane sono monopolizzate da Israele, che consede ai palestinesi di usarne solo il 20 percento. Combinando questi dati con la scarisità di precipitazioni degli ultimi mesi, si ricava la conclusione: quest'anno i palestinesi riceveranno tra i 40 e i 70 milioni di metri cubi di acqua in meno rispetto alle loro necessità. Poco importa se già adesso nei Territori il consumo di acqua pro-capite è di soli 66 litri al giorno, due terzi della quota minima fissata dall'Organizzazione Mondiale per la Sanità, Oms.

Anche all'interno dei Territori ci sono differenze: se nelle città principali la situazione rimane accettabile, nei villaggi le cifre calano ancora. Stando al rapporto, i palestinesi dei villaggi consumano solo un terzo dell'acqua di cui avrebbero bisogno secondo l'Oms. Ci sono diverse centinaia di villaggi che non sono nemmeno connessi con l'acquedotto e dipendono dalle capacità di mobilità delle autocisterne: i palestinesi senza acquedotto sono 227mila, mentre altri 190 mila sono quelli che vivono in villaggi con infreastrutture idriche ridotte all'osso. In questi ultimi l'acqua arriva, ma solo per poche ore al giorno e spesso si interrompe per lunghi periodi. Non si tratta di problemi tecnici, semplicemente l'acqua è poca e la compagnia che gestisce l'acquedotto, l'israeliana Mekorot, decide in modo discriminatorio di tagliare le forniture ai villaggi palestinesi per non far mancare acqua alle colonie e alle loro coltivazioni. La compagnia respinge però le accuse di B'Tselem, sostenendo di avere fornito nel 2007 “il 30 percento in più di quanto stabilito con gli accordi di Oslo”. Le quote, sostiene la compagnia, non sono cambiate e, accusa, nelle zone di Betlemme e Hebron i palestinesi rubano consistenti quantità di acqua dalle tubature dirette alle colonie. Secondo le norme internazionali, ricorda B'Tselem, Israele è una forza di occupazione e, in quanto tale, ha il dovere di garantire il funzionamento delle infrastrutture idriche e acqua potabile per tutti.
* peacereporter (MS)

mercoledì 2 luglio 2008

«Ormai siamo uno stato d'apartheid»

da Il Manifesto dell'1 luglio 2008

L'EDITORE DI HA'ARETZ
«La Legge sulla cittadinanza rende Israele uno stato d'apartheid». Parola di Amos Schocken, editore di «Ha'aretz», che ha commentato così, dalle colonne del suo quotidiano, la decisione del governo Olmert che la scorsa settimana ha prolungato, per l'ottava volta, l'«emendamento temporaneo» alla Legge sulla cittadinanza, entrato in vigore come «misura anti-terrorismo» nel 2003, durante le giornate più sanguinose della cosiddetta Seconda intifada palestinese. Il provvedimento impedisce di ottenere la residenza (e quindi la cittadinanza) israeliana ai palestinesi dei Territori occupati che sposino palestinesi già cittadini d'Israele. Nessuna limitazione di questo tipo è invece prevista per gli ebrei israeliani e questo ha indotto diverse organizzazioni per la difesa dei diritti umani a presentare ricorsi alla Corte suprema, perché la legge sarebbe discriminatoria nei confronti degli arabi. «Le barriere legali atte a prevenire una pesante discriminazione contro i cittadini arabi d'Israele e colpire i loro diritti civili sono state rimosse», prosegue Schocken, secondo il quale l'accusa «che ci sono segnali che Israele si stia trasformando in uno stato d'apartheid è molto diffusa nel mondo occidentale». Inoltre, continua l'editore del giornale progressista, «per definire Israele uno stato d'apartheid non c'è bisogno di identificare le caratteristiche dell'apartheid sudafricano nelle discriminazioni dei diritti civili in Israele», perché «l'emendamento alla Legge sulla cittadinanza rappresenta esattamente quel tipo di pratica che porta all'uso di tale termine ed è meglio che non proviamo a evadere la realtà: la sua esistenza nei codici giuridici trasforma Israele in uno stato d'apartheid».


Immagine di Amer Shomali http://www.ramallahunderground.com/

Boicotta Israele: http://www.palestinalibera.it/boicott/index_boic.htm

martedì 1 luglio 2008

La pax israeliana come ulteriore strumento per dividere i palestinesi ?


di Mila Pernice *
Nella Striscia di Gaza, strangolata dall’embargo, era naturale che la notizia della tregua o, più letteralmente dall’arabo Tahadea, della “calma” con Israele, fosse salutata con speranza dalla popolazione. La speranza che Israele ponesse fine agli attacchi militari come quello che, poche ore prima dell’entrata in vigore della calma, ha ucciso l’ennesimo palestinese a Johr Al-Dik, a sud di Gaza City nel centro della Striscia. La speranza che con la riapertura dei valichi di confine potesse giungere insieme alle scorte di cibo e medicinali, un po’ di respiro.

La calma tra Hamas e Israele, mediata dall’Egitto, è entrata in vigore alle 6 locali del 19 giugno, e prevedeva proprio la cessazione di tutte le azioni militari, la riapertura dei valichi, la rimozione dell’embargo sulla Striscia. Un embargo deciso dopo che Hamas ha assunto il controllo della Striscia un anno fa.
Ma così come Israele ha sempre giustificato le uccisioni di militanti della resistenza e di civili palestinesi come reazione al lancio dei missili Qassam sulla città di Sderot, sulle stesse basi ha giustificato le oltre 15 violazioni a questa tregua con Hamas. Da quando è entrato in vigore l’accordo, l’aviazione israeliana ha sorvolato continuamente le città della Striscia seminando il panico, le navi della marina militare hanno sparato contro i pescatori al largo delle coste, i corazzati hanno sparato contro i contadini nei campi. Questa la situazione. Ma a chi fa comodo la tregua?
Gli Stati Uniti non hanno accolto con favore l’intesa con Hamas perché essa indebolirà Abu Mazen in Cisgiordania. In effetti la sua Anp, impantanata da anni nel tentativo di giungere ad un accordo di pace attraverso i negoziati, subirà negativamente le conseguenze dell’accordo di tregua mentre intanto in Cisgiordania prosegue l’avanzata delle colonie israeliane.
Dal Manifesto del 19 giugno scorso Michele Giorgio cita le parole dell’analista politico ed ex-ministro palestinese Ghassan Khatib, che ha sottolineato come l'accordo di tregua rientri pienamente nella «strategia israeliana» di questi ultimi anni: «Israele su Gaza è flessibile perché non ha interessi in quel territorio, al contrario della Cisgiordania dove invece i suoi appetiti territoriali sono ben noti. E forse medita anche di favorire la nascita di una entità di Hamas nella Striscia in modo da limitare potere ed autorità dell'Anp in Cisgiordania. […]La politica di Olmert ha confermato quello che Hamas dice da tempo, a cominciare dalla constatazione che solo l'uso della forza (il lancio dei razzi, ndr) spinge Israele a trovare compromessi mentre il negoziato non porta ad alcun risultato concreto».
E anche Gideon Levy dalle pagine di Haaretz scriveva qualche giorno fa: “Il rifiuto di estendere il cessate il fuoco alla Cisgiordania mostra anche, ancora una volta, che Israele comprende soltanto il linguaggio della forza: si accorderà per una tregua in Cisgiordania solo quando anche da là verranno lanciati i Qassam. Tutto questo che messaggio manda ai Palestinesi? Volete la pace in Cisgiordania? Per favore, lanciate i Qassam anche su Kfar Sava. Dunque questo è qualcosa di molto più profondo di un semplice cessate il fuoco. Riguarda l'immagine di Israele. La risposta negativa israeliana al cessate il fuoco ancora una volta solleva un grave sospetto: può darsi che Israele in realtà non voglia la pace?”.
Israele non vuole la pace. Nell’ultima settimana la pax israeliana a Gaza ha ucciso 3 palestinesi e ne ha feriti 18, tra cui 5 bambini e 2 anziani. E intanto in Cisgiordania l’esercito di occupazione eseguiva 36 incursioni militari, sequestrava 48 cittadini, tra cui 14 minori, demoliva 5 abitazioni (dati del Palestinian Centre for Human Rights).

Le conquiste che otterrà con il ricorso alla diplomazia potranno forse spingere Hamas ad assurgere al rango di interlocutore credibile, e potranno anche spingere il partito islamico della resistenza a non tenere più conto dei lenti passi verso una vera unità nazionale contro l’occupante, o ad alzare la posta per il raggiungimento di una piattaforma comune con Al Fatah, allargando ancora di più la frattura interna alla politica palestinese. Probabilmente porterà a questo la tregua, quando però, nella da sempre asimmetrica situazione, il terrorismo militare israeliano fermerà le sue armi, e a Gaza si potrà davvero parlare di tregua.
* Forum Palestina
Immagine di Amer Shomali http://www.ramallahunderground.com/

mercoledì 25 giugno 2008

Report della delegazione dell'Associazione Giuristi Democratici in Palestina: Cisgiordania-Gaza

Dal 3 all'11 Giugno 2008, una delegazione composta da avvocati e magistrati, organizzata dai Giuristi Democratici in collaborazione con la campagna Freedom Now promossa dall'Arci Toscana (volta alla liberazione di tutti i detenuti minori palestinesi), si è recata in Palestina per uno studio sulle condizioni dei palestinesi minorenni detenuti nelle carceri israeliane.

www.bilin-village.org/
Il 6 Giugno la delegazione ha partecipato alla terza conferenza internazionale di Bil'in Terza Conferenza Annuale (4-6 giugno) organizzata dal Comitato popolare e di resistenza nonviolenta di Bil'in, vicino Ramallah, a cui hanno preso parte la Vice Presidente del Parlamento Europeo Luisa Morgantini, contro il Muro di separazioneche ha separato la popolazione dalle terre coltivabili.
La manifestazione si svolge tutti i venerdì ed è tradizionalmente pacifica; gli abitanti hanno anche vinto un ricorso alla Corte Suprema israeliana che ha dichiarato l'illegittimità del tracciato del Muro, che deve essere rimosso, ma la sentenza non è stata eseguita così la popolazione continua la sua protesta.
Quando il nostro corteo ha raggiunto la rete di separazione, senza preavviso ed in assenza di provocazioni, i soldati hanno sparato una raffica di lacrimogeni ad altezza d'uomo, uno dei quali ha colpito il magistrato Giulio Toscano a pochi centimetri dall'occhio.
http://www.dci-pal.org/
La nostra delegazione ha incontrato gli avvocati della sezione palestinese di Defence For Children International nelle loro sedi di Ramallah, Hebron e Betlemme, il Ministro per i detenuti palestinesi, oltre a altre associazioni, sia israeliane che palestinesi (Hamoked, Ichad, Al Haq, l'Hebron Riabilitiation Center, l'associazione FreeMarwan Barghoutih,), che si occupano a vario titolo delle discriminazioni perpetrate dallo stato di Israele ai danni della popolazione palestinese nei territori occupati. Importanti anche gli incontri con ex detenuti minorenni, che hanno testimoniato gli abusi e le violenze subite nelle carceri israeliane.
Dall'inizio della seconda Intifada, nel settembre 2000, sono stati arrestati più di 7000 minori, ed attualmente ve ne sono oltre 300 detenuti nelle carceri israeliane. Uno degli Ordini Militari israeliani che disciplinano ogni aspetto della vita nei Territori Occupati, stabilisce che i palestinesi diventano maggiorenni a 16 anni di età, in spregio alla Convenzione internazionale sui Diritti dei Fanciulli, ratificata anche da Israele, ed al fatto che, viceversa, gli israeliani (risiedano essi in Israele o nelle colonie deiTerritori), raggiungono la maggiore età a 18 anni.
Per i minori palestinesi non esistono norme di procedura speciali, né un codice penale minorile, né speciali centri di detenzione, né personale specializzato nel trattamento dei minorenni.
L'arresto, l'interrogatorio, il processo, la detenzione dei minori non si differenziano per nulla rispetto ai maggiorenni; l'unica differenza consiste nella misura della pena, ma incredibilmente l'età dell'imputato è valutata con riferimento al momento della condanna, e non della commissione del reato.
I minori vengono tenuti nelle stesse celle in promiscuità con gli adulti.
Tutte le carceri per palestinesi sono site nel territorio israeliano, così come i Tribunali Militari, in violazione della IV Convenzione di Ginevra (ratificata da Israele), che vieta la deportazione della popolazione residente nel territorio occupato all'interno dello stato occupante.
La nostra delegazione ha assistito ad alcuni processi celebrati nel carcere militare di Ofer. I minori vengono portati in udienza a gruppi di due, con mani e piedi incatenati; durante l'udienza vengono tolte solo le manette ai polsi. Il processo si svolge davanti a una corte marziale composta solo da militari, e in lingua ebraica, con l'ausiliodi un interprete che traduce solo una parte ridotta di quanto viene detto in udienza.
Le udienze durano circa 10 minuti per ogni imputato, e vengono continuamente introdotti altri imputati, che si avvicendano velocemente.
All'udienza possono assistere i parenti, ma è loro vietato avvicinarsi ai detenuti. Una guardia li fa sistematicamente sedere nei posti più lontani, in ultima fila.
Gli avvocati palestinesi devono conoscere la lingua ebraica e richiedere alle autorità il permesso per entrare in territorio israeliano per incontrare i clienti e partecipare ai processi; altrettanto devono fare i parenti dei detenuti; per ottenere un permesso ci vogliono spesso parecchi mesi, e sovente viene negato. Ai parenti di età compresa tra i 16 ed i 35 anni, è vietato ogni visita ai detenuti.
Ai genitori arrestati, in occasione delle visite di figli molto piccoli, è vietato anche di abbracciarli.
I detenuti della Striscia di Gaza stanno ancora peggio, in quanto da più di un anno è preclusa la visita di congiunti.
Nelle carceri le condizioni igienico-sanitarie sono disastrose, è negato l'accesso a trattamenti sanitari adeguati, così come del tutto inadeguata è la possibilità per i minori detenuti di proseguire gli studi e godere di una qualsivoglia istruzione (una media di due ore la settimana di lezione, quando ci sono, senza alcuna distinzione per classi e per età).
Il 50% delle condanne nei confronti dei minori è relativa al lancio di sassi, punito con pene fino a 10 anni di reclusione e che costituisce di per sé un crimine anche qualora questi sassi non colpiscano né persone nei veicoli ma siano semplicemente indirizzati verso "infrastrutture" di sicurezza, come ad esempio il muro di separazione, Per i reati per i quali è prevista una pena massima inferiore a 10 anni, non è prevista nemmeno la necessità dell'assistenza di un difensore.
Alcuni testimoni:
Abbiamo incontrato un ragazzo di 14 anni, prelevato da uomini in borghese presso la propria abitazione alle 4 di notte, spruzzato con il gas sulla faccia, colpito più volte anche quando era in terra, e durante gli interrogatori, costretto a firmare una confessione in ebraico, lingua a lui sconosciuta (come la gran parte degli arrestati); è stato condannato a 4 mesi e mezzo di reclusione per aver lanciato un sasso nella direzione del Muro, senza neppure colpirlo. Durante la detenzione gli è stato consentito di vedere i genitori solo per due volte.
Ad Hebron abbiamo incontrato i bambini di una famiglia, composta da sei fratelli, tutti minorenni, la più piccola dei quali di soli 4 anni, i cui genitori da oltre tre anni sono entrambi trattenuti in detenzione amministrativa (detenzione che viene disposta per motivi di "sicurezza" per la durata massima di sei mesi prorogabili per un numero indefinito di volte e senza necessità di contestare all'imputato alcuna incriminazione). Questi sei fratellini vivono soli con la nonna materna, e hanno visto i genitori pochissime volte.Vivono con un sussidio dell'ANP di 300 euro mensili, ed hanno smesso di andare a scuola. Israele ha offerto alla sola madre la possibilità di riacquistare la libertà a condizione che accetti di trasferirsi per sempre in Giordania.
Il quadro offerto alla delegazione di giuristi è estremamente angosciante.
La politica di Israele è volta a stroncare le nuove generazioni di palestinesi, procedendo ad arresti di massa di bambini dai 13 anni in su, trattenuti anche a più riprese per anni nelle carceri israeliane, privi di istruzione e di adeguate cure, destinati a crescere in carceri in cattive condizioni fisiche, di salute e culturali, e, molto probabilmente, marchiati per sempre da un desiderio di vendetta nei confronti degli israeliani.
"You welcome", ci ripetevano in continuazione questi ragazzi, mentre ci raccontavano le loro storie; col nodo in gola, a volte, era difficile fare delle domande.

Giugno 2008, Delegazione Giuristi Democratici




Una lettera di Ahmad Sa'adat dalle carceri israeliane


A. Sa'adat è il Segretario generale del Fronte popolare per la liberazione della Palestina attualmente detenuto nella prigione di Hadarim. Fu rapito, con altri cinque palestinesi, dai militari israeliani il 14 marzo 2006 dopo un assedio armato della prigione di Jericho, dove era detenuto sotto la custodia statunitense, inglese e delle Autorità palestinese.

Il diario di Paola

Diario di viaggio in Palestina: 2-6 novembre 2007
di Paola Canarutto (Rete-ECO, Ebrei Contro l'Occupazione)

[…]
3 novembre
Oggi, appuntamento con la Union of Health Work Committees (UHWC) nella loro sede di al-Bireh, cittadina vicino a Ramallah. Ahmad Maslamani., il direttore, mi spiega che fare: “Prendi il pullman fino a Qalandya. Di lì, sali su un taxi, e telefonami con il cellulare, che spiego al guidatore dove portarti”. Funziona. Così verso i 16.000 euro avuti dalla Regione e i 3.100 ricevuti dalla sezione torinese “Dolores Ibarruri” del PdCI. Quindi, Ahmad mi consegna a Y.: è lui a portarmi in auto a Marda, per vedere di persona l'ambulatorio. […]

Per arrivare a Marda, tre posti di blocco. “Posso fotografare i soldati?” chiedo a Y.. “No, mi raccomando”, fa lui, preoccupato. “È pericoloso”. Marda è interamente circondata da un recinto invalicabile. All'unico ingresso aperto, un cancello, che gli israeliani possono chiudere a piacimento; hanno chiuso l'altra strada con cumuli di pietre. Dall'altra parte della 'barriera', terreno del villaggio, accessibile ora solo ai coloni di Ariel: per gli abitanti di Marda, gli olivi che lì crescono sono ormai irraggiungibili.

[…]
Al ritorno, solo due posti di blocco: uno di quelli incontrati al mattino, mi spiega Y., era un 'flying checkpoint'. In cambio, l'attesa è ben più lunga: i militari sono molto più interessati a controllare chi cerca di dirigersi a sud, verso Gerusalemme, che chi va nella direzione opposta. Y., 33 anni, non ha figli. “Non sono sposato: sono stato in carcere, e fino a poco fa non avevo un lavoro; ora mi occupo delle relazioni esterne per l'UHWC. Ho preso il master all'università di Bir Zeit, e vorrei proseguire gli studi. Ma gli israeliani mi proibiscono di andare all'estero: sono classificato come un 'pericolo per la sicurezza', perché sono stato in prigione”. Mi mostra le colonie, che si vedono dalla strada. Una è costituita da roulotte, visibilmente collegate alla rete elettrica. “È ancora provvisoria”, spiega Y., assuefatto allo sviluppo degli insediamenti ebraici: “fra un po', diventerà definitiva”. Gli chiedo cosa si aspetta, dal punto di vista politico, per i prossimi 6-12 mesi. Si stringe nelle spalle: “Annapolis è una presa in giro: tutto continuerà come prima. Olmert ha promesso di liberare 300 prigionieri, ma poi ne arresta 35 tutte le notti: quanto ci mette a riequilibrare il conto? It's the Jews, sono gli ebrei”. Mi mordo le labbra e taccio: ora vorrei solo a tornare a Gerusalemme senza incidenti.

[…]
Delle due corsie della strada principale di Ramallah, una è inaccessibile al traffico: ci lavorano stradini con rulli compressori. Un cartello spiega che i fondi proventono 'From the American People to the Palestinian People'. Gli USA stanno ricostruendo la strada distrutta dal passaggio dei carri armati israeliani. Basta una giornata in Cisgiordania per farmi riflettere che, perché le trattative fra Abu Mazen e Olmert non fossero puramente aria fritta, destinata al consumo degli occidentali, basterebbe che il primo ponesse, come condizione per partecipare agli incontri, l'abolizione dei posti di blocco. Questo però non avviene. Di Gaza si scrive che è una prigione a cielo aperto. Ma ottenere il permesso per andarvi è un'operazione superiore alle mie forze. La Cisgiordania, invece, pare un insieme di gabbie, in cui il passaggio da una all'altra è possibile solo se ciò piace agli occupanti. Incontri fra palestinesi ed israeliani, che non siano i soldati, praticamente non ci sono più: gli israeliani non possono entrare nelle zone palestinesi, dell'inverso, neanche parlare. Chi risiede a Ramallah, non si può - da anni - andare a Gerusalemme: è per questo che Y. non ha potuto riaccompagnarmi indietro.

[…]


6 novembre
L'incontro di oggi è con Jeff Halper, che spiega i presupposti del suo lavoro. “L'ICAHD ("Comitato israeliano contro la demolizione delle case dei palestinesi" http://www.icahd.org/eng/; ndr) esiste dal '97, cioè dal governo Netanyahu – da quando era diventato chiaro che il processo di pace si era interrotto. Dal 1987, Israele ha distrutto 18.000 case palestinesi nei Territori Occupati (T.O.). Ma gli israeliani non usano il termine 'palestinesi': si adopera è un indistinto 'arabi'. Quando ci si comincia a chiedere se esiste una qualche possibilità di successo per la soluzione dei due stati, la sinistra sionista, inclusi il partito Meretz e Uri Avnery, ha paura. In assenza di uno stato palestinese, si ha l'apartheid. Se si arriva ai due stati, si può scindere l'occupazione dallo stato di Israele 'in sé'. È ormai chiaro a tutti che la soluzione bi-statale non può avere successo; è un'idea tipica del sionismo. Questo vuole tutto il Paese, tutta la terra di Israele. Gli israeliani vedono l'insieme come 'Eretz Israel'; i palestinesi, come uno stato palestinese. Non penso che si porrà fine all'occupazione; il problema vero, peraltro, è se si può avere uno stato ebraico. La storia degli stati binazionali non è felice: vedi il Libano, ma ora anche il Belgio. Se si arriva ad un solo stato, i palestinesi saranno la maggioranza, ma saranno pur sempre gli ebrei a godere di maggiore istruzione ed a tenere le leve dell'economia. Abbiamo come parola d'ordine che si deve por fine all'occupazione. Per gli israeliani, la soluzione di uno stato solo è un 'non starter'. Anche i palestinesi, d'altra parte, vogliono uno stato loro. In realtà, solo il 10% tiene davvero per Hamas. Se non si lotta, la situazione evolve spontaneamente verso uno stato unico. Per i palestinesi, questo è l'obiettivo – con una fase intermedia di bi-statale. La struttura dell'occupazione non è casuale: esiste uno schema preordinato dietro il posizionamento delle colonie e delle strade. Scopo di Israele è arrivare ad un bantustan, ad un ministato palestinese non in grado di sopravvivere economicamente.

[…]
La demolizione di case non è iniziata nel '67, ma nel '48: è allora che Israele ha distrutto circa 500 villaggi. Ora, i profughi ed i loro discendenti sono 4 milioni e mezzo. Nel '67, Israele ha inaugurato l'occupazione di Gerusalemme distruggendo le case davanti al Muro del Pianto: una donna non è riuscita a fuggire, ed è rimasta sepolta tra le macerie. La distruzione di case è insita al potere israeliano, ed alla cacciata dei palestinesi: è per questo che è essenziale combatterla. La sinistra israeliana riconosciuta arriva al Meretz, a Peace Now: Michel Waschawski (israeliano co-fondatore del centro di informazione alternativa AIC: http://www.alternativenews.org/; ndr) ed io non facciamo parte dell'insieme. In Israele mancano persino i termini per inquadrare e comprendere quel che scrive Avraham Burg, per il quale uno stato 'ebraico e democratico' è dinamite. Occorre far attenzione all'uso del linguaggio, delle definizioni. A Rafah, l'esercito israeliano (IDF) ha sostenuto di aver distrutto 52 case. Chris McGreal, del Guardian, ha sostenuto che erano centinaia. Il problema è come l'IDF ha fatto i conti: e case di cui erano restate le fondamenta e due pilastri non erano state definite 'distrutte'.
Si stanno distruggendo le culture palestinesi”.

[…]

leggi tutto:

http://www.rete-eco.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1886:diario-di-viaggio-in-palestina&catid=1:rete-eco&Itemid=25

http://www.unacitta.it/pagineinternazionalismo/Canarutto.html

lunedì 16 giugno 2008

1948 – 2008 Sessanta anni di distruzione della Palestina


Incontro – dibattito con:
Ismat Shakshir e Yousef Habash
Health Work Commitees (HWC ) - Palestina

Lunedì 23 giugno ore 19,30
Bottega del Mondo Ex-Aequo
Via Altabella 7/a (angolo via Fossalta) – Bologna

L’occupazione dei territori palestinesi comporta nella popolazione palestinese condizioni di vita in cui sono negati i diritti umani più elementari ed una situazione sanitaria devastata ed appannaggio dei capricci degli occupanti. L’HWC (Health Work Committees; http://www.hwc-pal.org/) è una ONG palestinese impegnata nel promuovere e potenziare l’autoderminazione del popolo palestinese mediante la difesa dei diritti, in particolare del diritto alla salute fornendo servizi sanitari e di formazione in ambito medico accessibili a tutti, soprattutto ai più poveri ed emarginati. L’HWC gestisce 14 centri sanitari in Cisgiordania, promuove e coordina programmi e progetti anche di cooperazione internazionale.

"Se sei venuto per aiutarmi stai perdendo il tuo tempo. Ma se sei venuto perché la tua liberazione è legata alla mia, allora lavoriamo insieme"
If you have come to help me, you are wasting your time. But if you have come because your liberation is bond up mine, then let us work together.

domenica 1 giugno 2008

I palestinesi insegnano ...anche strangolati dal'occupazione

Permacultura in Palestina
di Marinella Correggia
il Manifesto, 31 maggio 2008

I duemilaseicento abitanti di Marda, nella regione Salfit a nord di Gerusalemme, vivono all'ombra di Ariel, uno dei principali insediamenti di coloni nella West Bank. Il villaggio e i suoi abitanti hanno perso metà della terra nella costruzione di Ariel e continua a perderne a causa del muro. La penuria in denaro da parte della comunità locale è tale che le due scuole sono state chiuse per mesi, di recente. Sono all'ordine del giorno incursioni armate, restrizioni nei movimenti, carenze idriche mentre gli orti di Ariel sono lussureggianti. L'impressione è che il villaggio sia a poco a poco ma sistematicamente strangolato, le sue risorse annesse agli insediamenti. Insomma fare agricoltura in una zona simile è sempre più difficile. Ancora più particolare è che lì esista e lavori un centro di permacultura come la Marda Permaculture Farm, avviata da Murad Al Khuffash. La permacultura, cos'è? Una filosofia molto pratica che progetta insediamenti umani imitando il più possibile gli ecosistemi naturali. L'obiettivo è ripristinare sistemi produttivi umani e naturali equilibrati e stabili, in grado di automantenersi e rinnovarsi con bassi input di energia. Il concetto di permanenza in economia fu sviluppato dall'economista gandhiano J.C. Kumarappa. La permacultura come modello agricolo fu sviluppata alla fine degli anni 70 dall'australiano Bill Mollison. Comprende la produzione di alimenti, fibra ed energia, creando cicli naturali e favorendo le relazioni sinergiche fra gli elementi. Si applica anche alla progettazione di comunità e sistemi economici. Insomma soluzioni pratiche ai problemi con i quali ci si confronta a livello globale. Policolture, pacciamature, concimazioni verdi, la vita del suolo favorita cercando l'equilibrio per evitare infestazioni o malerbe, coltivazioni senza lavorazione della terra, tutto per la transizione verso una agricoltura veramente rigenerativa. Ciò si accompagna alla raccolta dell'acqua piovana, al riciclo dei rifiuti e dei nutrienti domestici e locali, al compostaggio anche delle deiezioni umane, alle autocostruzioni con pietra, terra, paglia, pneumatici. Comunità, auto-conoscenza con gli altri, lavoro in gruppo completano il quadro. Insomma, prendersi cura della terra, condividere le risorse, prendersi cura della gente sono considerati i principi etici di fondo. Molti ecovillaggi in giro per il mondo fondano la loro organizzazione materiale e sociale su questi principi. Il bello è che Murad li sta applicando anima e braccia nella Marda Permaculture Farm. «Ci sono diversi modi di lottare contro l'occupazione; il mio è diffondere la permacultura», dice Murad Al Khuffash. Nel contesto palestinese con meno terra e meno acqua di prima a causa degli insediamenti israeliani, la sfida è non solo resistere ma riuscire a realizzare un'agricoltura intensiva su piccole superfici. Ottimizzando le risorse e l'organizzazione del lavoro ci si può riuscire, ci sono esperienze di orti che in pochi metri quadrati nutrono un'intera famiglia. La Marda Farm con poche risorse a disposizione - alcune raccolte a livello internazionale dallo storico agroecovillaggio pacifista internazionalista The Farm, nato negli Usa negli anni 70 - sta organizzando corsi pratici per piccoli coltivatori e abitanti dei 22 villaggi dell'area Salfit. Il primo obiettivo è riconnettere le persone con la terra, la terra che rivendicano come popolo, e ridurre non solo la povertà nella regione ma anche la dipendenza da Israele. La permacultura per principio si plasma sulle situazioni locali. Nel caso specifico, i seminari riguardano il «disegno» di orti e frutteti biointensivi (l'impostazione iniziale è fondamentale), il compostaggio, la protezione ecologica delle colture, il mantenimento dei tradizionali terrazzamenti palestinesi. Ma anche la raccolta e il risparmio dell'acqua, la depurazione e riuso delle acque grigie, l'autoproduzione di energia per scopi agricoli e domestici, la conversione dei rifiuti in risorsa, la costruzione di case con materiali naturali dell'area come pietre, argilla e paglia.

PER SOSTENERE IL VILLAGGIO DI MARDA:


acquista il libro "L'occupazione - Vivere in Palestina"
reportage fotografico di M. Trotter e P. Luzzati



Condizioni disumane di vita nella striscia di Gaza



Desmond Tutu: "Ho pianto davanti a Gaza in rovina"
Intervista di Umberto De Giovannangeli a Desmond Tutu, Premio Nobel per la Pace e simbolo della lotta all’Apartheid (Unità del 30 maggio)

"…«Quello in atto da mesi e mesi a Gaza è un assedio illegale; il blocco costituisce una violazione flagrante dei diritti umani ed è contrario agli insegnamenti delle sacre scritture, cristiane ed ebraiche e della tradizione ebraica di adoperarsi per i più deboli. Faccio davvero fatica a trovare le parole adatte per descrivere ciò che abbiamo visto e inteso. Di certo, tutto ciò è inaccettabile. La cosa più inconcepibile e mai giustificabile, è quello che si sta facendo ad un popolo per garantire la propria sicurezza (di Israele). Ciò che ho visto mi ricorda molto quello che accadeva a noi neri in Sudafrica, durante l’apartheid. Non mi riferisco solo a Gaza. Ricordo ancora un mio precedente viaggio in Terra Santa. Ricordo come se fosse oggi l’umiliazione dei palestinesi ai check points e ai blocchi stradali, soffrivano come noi quando i giovani poliziotti bianchi ci impedivano di circolare»…".
http://www.forumpalestina.org/news/2008/Maggio08/31-05-08DesmondTutu.htm
Sessant’anni dopo la Nakba - L’assedio di Gaza distrugge l’ambiente
di Motasem Dalloul giornalista indipendente a Gaza
"…Punizione collettiva
Secondo Zekra Ajjour, un attivista per i diritti umani a Gaza, "Tutte queste azioni sono considerate violazioni degli accordi e delle dichiarazioni dei diritti umani”."Queste azioni violano la Quarta Convenzione di Ginevra, poiché sono considerate una punizione collettiva", ha detto. Distruggere l'ambiente di Gaza è anche una violazione della Dichiarazione di Stoccolma del 1972 che afferma "L’uomo ha il diritto fondamentale ad un ambiente di qualità che permetta una vita dignitosa e sana"Rispetto all'ambiente, la Dichiarazione dice, "Le risorse naturali della terra, incluse aria, acqua, terra, flora e fauna e specialmente esemplari rappresentativi di ecosistemi naturali devono essere salvaguardati per il beneficio delle presenti e future generazioni."Ajjour ha aggiunto che l'ONU pubblicò una Risoluzione Speciale, 52/20/1997 che dice che Israele come potenza occupante non deve privare o danneggiare le naturali risorse nei Territori occupati palestinesi e che i palestinesi hanno il diritto di chiedere risarcimenti se questo dovesse accadere…".
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