“Abbiamo un paese che è di parole. E tu parla, che io possa fondare la mia strada pietra su pietra.
Abbiamo un paese che è di parole, e tu parla, così che si conosca dove abbia termine il viaggio.”

Mahmud Darwish

lunedì 29 dicembre 2008

report manifestazione x la palestina


Il comitato palestina Bologna ringrazia tutti i cittadini e le cittadine italiani e migranti, le associazioni, gruppi e sindacati di base che hanno partecipato al sit trasformatosi in una manifestazione che ha coinvolto più di 300 persone, scandendo slogan in favore della resistenza palestinese e contro il massacro di Gaza. Oggi è importante rompere il muro di silenzio che avvolge Gaza, lo stato israeliano si prepara a nuovi bombardamenti e ad una possibile invasione da terra. Il Comitato Palestina Bologna invita tutte le forze democratiche e popolari di Bologna a mobilitarsi in favore della lotta del popolo palestinese. Già nei prossimi giorni il Comitato vuole proporre ulteriri momenti di contro-informazione e di protesta, che coinvolgano ancora di più la cittadinanza e i movimenti.

comitato palestina bologna

sabato 27 dicembre 2008

presidio x la palestina 29 dicembre

CONTRO LA PULIZIA ETNICA E IL TERRORISMO DI STATO ISRAELIANO
FERMIAMO IL MASSACRO DI GAZA!


E’ partito sabato mattina l’attacco dell’esercito di occupazione israeliano sulla inerme popolazione civile palestinese già stremata da un lungo embargo che ha reso insufficienti e privi di strumenti adeguati gli ospedali della Striscia di Gaza. A poche ore dai primi raid aerei israeliani sulla Striscia si contano già 155 morti e 270 feriti gravissimi, un bilancio destinato purtroppo a crescere. Tra le vittime, dicono i mezzi d’informazione ufficiale, tante donne e tanti bambini, i cui corpi stanno arrivando a brandelli negli ospedali; secondo le fonti sanitarie di Gaza occorrerà trasferire i feriti più gravi in Egitto e non c’è un sufficiente numero di elicotteri per trasportarli.

I morti e i feriti di Gaza sono l’ennesima testimonianza della pulizia etnica che lo Stato israeliano da 60 anni sta portando avanti attraverso una guerra di occupazione, di apartheid, di violenza militare sull’intera popolazione palestinese. Il pretesto dell’attacco “difensivo” dai missili qassam, che il primo ministro Olmert si è affrettato a propinare questa mattina ai ministri degli esteri di tutto il mondo, vuole spostare l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale sul fatto che a Gaza un milione e mezzo di persone sta rischiando la morte da quasi due anni di embargo, che ogni giorno produce vittime.

Complici del terrorismo di Stato israeliano, l’appoggio militare statunitense e il silenzio dei governi europei, che lasciano che in Medio Oriente prosegua a compiersi indisturbato il tentativo di cancellare la Palestina dalle cartine geografiche, e con essa il suo popolo. E’ ormai evidente come alla condanna da parte della comunità internazionale dei crimini del nazifascismo non si accompagni ugualmente la condanna della storia e dell’attualità del progetto aberrante di cancellare il popolo palestinese.


NON C’E’ TEMPO DA PERDERE!!! FERMATE IL MASSACRO DI GAZA!!!

LUNEDI 29 DICEMBRE BOLOGNA
PRESIDIO A PIAZZA NETTUNO
ORE 16,00 per

- L’IMMEDIATO STOP ALL’ATTACCO MILITARE SULLA STRISCIA DI GAZA

-LA FINE DELL’EMBARGO CONTRO LA POPOLAZIONE PALESTINESE DI GAZA

- IL CONGELAMENTO DI TUTTI GLI ACCORDI POLITICI ECONOMICI E MILITARI TRA L’ITALIA E ISRAELE

- LA FINE DELL’OCCUPAZIONE ISRAELIANA DELLA PALESTINA


VITA, TERRA E LIBERTA’ PER IL POPOLO PALESTINESE

COMITATO PALESTINA BOLOGNA
http://comitatopalestinabologna.blogspot.com/
comitatopalestinabologna@gmail.com

giovedì 18 dicembre 2008

Boicottaggio: un'arma che funziona?

Aziende israeliane boicottate, è fuga dalle colonie

di Michele Giorgio *

Territori occupati, successo del fronte pacifistaI coloni israeliani insediati nella Cisgiordania palestinese crescono tre volte di più della popolazione all'interno dello Stato ebraico ma possono rallegrarsi fino ad un certo punto di questo «successo». Non poche imprese locali e straniere infatti stanno lasciando i loro insediamenti per non incappare nella campagna internazionale di boicottaggio delle merci prodotte illegalmente nei Territori occupati palestinesi ed esportate quasi sempre con l'ingannevole etichetta «made in Israel». A sottolineare la crescente efficacia della campagna contro le colonie ebraiche è stato ieri, sulle pagine del quotidiano Ha'aretz, Adam Keller, membro di Gush Shalom e storico attivista del boicottaggio dei prodotti esportati dai settler. Keller ha riferito dei casi più importanti: l'azienda vinicola Barkan ha spostato nel kibbutz Hulda gli impianti aperti anni fa nell'area industriale vicina alla colonia di Ariel (Nablus). Altrettanto farà la Mul-T-Lock, che ha il monopolio del mercato locale delle serrature, mentre la Soda Club ha promesso ai partner svedesi della Empire che non esporterà più con l'etichetta «made in Israel» i prodotti confezionati nella fabbrica di Mishor Addumin (Cisgiordania).La campagna di boicottaggio e l'intensificazione dei controlli europei sui prodotti provenienti dalle colonie cominciano ad influenzare concretamente le decisioni di tante imprese locali ed estere che in passato avevano investito senza freni nei Territori occupati, in violazione delle risoluzioni dell'Onu e degli accordi commerciali tra Ue e Israele che, almeno ufficialmente, sbarrano la strada ai prodotti degli insediamenti. Quattro anni fa, ha ricordato Adam Keller, il responsabile dell'area industriale di Barkan, Eti Alush, proclamò con soddisfazione che «l'economia non ha ideologia» e che schiere di investitori erano pronti ad occupare gli spazi in Cisgiordania messi da disposizione da Israele a condizioni molto favorevoli (incluso il lavoro palestinese a basso costo), proprio per incentivare la produzione negli insediamenti colonici. Alush minimizzò i controlli europei e spiegò l'inganno: le imprese presenti nelle colonie utilizzavano le etichette delle loro filiali aperte in Israele, riuscendo in questo modo ad aggirare facilmente il boicottaggio. Ma il gioco è durato troppo. L'Ue ha cominciato ad attuare controlli più severi mentre alcune industrie europee, come la Heineken, di fronte alle prospettiva di un boicottaggio, hanno imposto ai partner israeliani di lasciare i territori occupati. Tra le iniziative recenti c'è quella del gruppo svedese Assa Abloy - leader mondiale nella fabbricazione di serrature meccaniche ed elettroniche - che, criticata da un rapporto diffuso dalla Chiesa svedese e dalle ong Diakonia e SwedWatch, ha imposto alla Mul-T-Lock israeliana, acquistata nel 2000, di chiudere gli stabilimenti in Cisgiordania. Qualche settimana fa in Gran Bretagna, di fronte alla cancellazione del contratto di distribuzione decisa dalla società Caledonian MacBrayn (messa sotto pressione da associazioni locali di boicottaggio delle colonie israeliane), la Mayanot Eden, azienda dell'acqua minerale con sede nelle Alture del Golan (territorio siriano occupato nel 1967), ha dovuto chiudere i suoi magazzini a Loanhead (Edimburgo).«Dopo anni di duro lavoro, il boicottaggio dei prodotti delle colonie israeliane comincia a dare i suoi frutti, finalmente registriamo qualche successo importante contro l'illegalità», ci dice Omar Barghuti, fondatore della campagna «Palestinian Boycott, Divestment and Sanctions», una delle numerose associazioni che, non solo all'estero, spingono per il boicottaggio delle colonie e, più in generale, dei prodotti israeliani, in risposta all'occupazione militare di Cisgiordania e Gaza. «L'Europa - ha aggiunto Barghuti - di recente ha ulteriormente migliorato le sue relazioni economiche e politiche con Israele ma di fronte ai crimini israeliani contro i civili palestinesi, specie quelli di Gaza, ha deciso di intervenire per mettere fine all'illegalità delle esportazioni provenienti dalle colonie».



*da il Manifesto del 17 dicembre


http://www.forumpalestina.org/news/2008/Ottobre08/Aziendeitaliane/AziendeItaliane.htm


La mega-prigione della Palestina

di Ilan Pappe *
In diversi articoli pubblicati da The Electronic Intifada, ho affermato che Israele sta attuando una politica di genocidio contro i palestinesi nella Striscia di Gaza, mentre continua la pulizia etnica della Cisgiordania. Ho affermato che la politica di genocidio è il risultato di una mancanza di strategia. L’argomento è il seguente: poiché la classe dirigente politica e militare non sa come gestire la Striscia di Gaza, essa ha scelto una reazione automatica consistente nell’uccisione massiccia di cittadini ogni volta che questi osano protestare per forzare [in qualche modo] il loro strangolamento e il loro imprigionamento. Il risultato è stato finora un’escalation di uccisioni indiscriminate dei palestinesi – più di cento nei primi giorni del Marzo 2008 - giustificando sfortunatamente l’aggettivo “genocida” che io ed altri abbiamo utilizzato per definire questa politica. Ma non era ancora una strategia.
Tuttavia, nelle settimane più recenti, è emersa una strategia più chiara da parte di Israele nei confronti della Striscia di Gaza e del suo futuro, e questa strategia è parte della nuova impostazione complessiva riguardante il destino dei territori occupati in generale. Si tratta, nell’essenziale, di un affinamento dell’unilateralità adottata da Israele sin dal fallimento dei “colloqui di pace” di Camp David nell’estate del 2000. L’ex Primo Ministro d’Israele Ariel Sharon, il suo partito Kadima, e il suo successore Primo Ministro Ehud Olmert, hanno delineato molto chiaramente quello che l’unilateralità comportava: Israele avrebbe annesso circa il 50% della Cisgiordania, non come estensione omogenea ma come lo spazio complessivo degli insediamenti, delle strade separate, delle basi militari, e dei parchi nazionali (che sono aree interdette ai palestinesi). Questo è stato più o meno attuato negli ultimi otto anni. Queste entità puramente ebraiche hanno frammentato la Cisgiordania in 11 piccoli cantoni e sotto-cantoni, separati gli uni dagli altri da questa pervasiva presenza coloniale ebraica. La parte più importante di quest’invasione è il cuneo più grande di Gerusalemme, che divide la Cisgiordania in due regioni separate senza collegamenti di terra per i palestinesi. Il muro viene così allungato e reincarnato in vario modo per tutta la Cisgiordania, accerchiando a volte singoli villaggi, quartieri e città. L’immagine cartografica di questo nuovo assetto dà un’indicazione della nuova strategia nei confronti sia della Cisgiordania che della Striscia di Gaza. Lo stato ebraico del 21° secolo sta per completare la costruzione di due mega-prigioni, le più grandi – nel loro genere – della storia umana.
Esse sono fatte in modo differente: la Cisgiordania è fatta di piccoli ghetti e quella di Gaza è da sola un gigantesco mega-ghetto. C’è un’altra differenza: la Striscia di Gaza è adesso, nell’immaginazione distorta degli israeliani, la prigione dove sono imprigionati i “detenuti più pericolosi”. La Cisgiordania, d’altro canto, è ancora gestita come un gigantesco complesso di prigioni all’aria aperta sotto forma di normali agglomerati umani, come villaggi o città, collegati e supervisionati da un’autorità carceraria dotata di una forza militare enorme e violenta.
Secondo gli israeliani, la mega-prigione della Cisgiordania può essere definita uno stato. Yasser Abed Rabbo, consigliere del Presidente dell’Autorità Palestinese Mahmud Abbas, ha minacciato – negli ultimi giorni del Febbraio 2008 – gli israeliani [dell’eventualità] di una dichiarazione d’indipendenza unilaterale, ispirata dai recenti avvenimenti del Kosovo. Tuttavia, sembra che nessuno da parte israeliana abbia avuto molto da ridire su quest’idea. Questo è più o meno il messaggio che uno sbalordito Ahmed Qurei, il negoziatore palestinese per conto di Abbas, ha ricevuto da Tzipi Livni, il Ministro degli Esteri israeliano, quando le ha telefonato per rassicurarla che Abed Rabbo non stava parlando a nome dell’Autorità Palestinese. Egli ha avuto l’impressione che la di lei preoccupazione principale era in realtà quella opposta: che l’Autorità Palestinese non sia d’accordo nel chiamare “stato”, nel prossimo futuro, le mega-prigioni.
Questa riluttanza, insieme all’insistenza di Hamas di voler resistere al sistema della mega-prigione con una guerra di liberazione, ha costretto gli israeliani a ripensare la loro strategia verso la Striscia di Gaza. Quello che trapela è che neppure i membri più disponibili dell’Autorità Palestinese sono disposti ad accettare la realtà della mega-prigione offerta come se fosse la “pace” o persino come se si trattasse della “costituzione di due stati”. E Hamas e la Jihad islamica sono arrivati a tradurre questa riluttanza negli attacchi con i razzi Qassam contro Israele. Così il modello della più pericolosa delle prigioni è andato avanti: gli strateghi dell’esercito e del governo si sono imbarcati in una “gestione” a lungo termine del sistema da essi messo in piedi, nel momento stesso in cui dichiaravano di impegnarsi in un “processo di pace” sostanzialmente insignificante, con molto poco interesse da parte della comunità internazionale, e una continua lotta dall’interno [dello Stato d'israele] contro di esso.
In questo quadro la Striscia di Gaza viene ora vista come la prigione più pericolosa, e quella contro cui impiegare i mezzi punitivi più brutali. Uccidere i “detenuti” con bombardamenti aerei o di artiglieria, o per mezzo dello strangolamento economico, sono i risultati non solo inevitabili dell’azione punitiva che è stata scelta, ma anche quelli desiderati. Il bombardamento di Sderot è la conseguenza inevitabile ma anche, per certi versi, desiderabile, di questa strategia. Inevitabile, perché l’azione punitiva non può distruggere la resistenza e molto spesso genera una rappresaglia. La rappresaglia fornisce a sua volta la logica e il presupposto per l’azione punitiva successiva, nel caso qualcuno, nell’opinione pubblica interna [israeliana], dovesse dubitare della giustezza della nuova strategia.
Nel prossimo futuro, ogni resistenza analoga proveniente dalla mega-prigione della Cisgiordania verrà trattata in modo simile. E queste azioni molto probabilmente avranno luogo in un futuro molto vicino. In realtà, la terza intifada sta per iniziare. E la risposta israeliana sarebbe un’ulteriore elaborazione del sistema della mega-prigione. Ridimensionare il numero dei “detenuti” sarebbe ancora una priorità molto alta in questa strategia, per mezzo della pulizia etnica, delle uccisioni sistematiche e dello strangolamento economico.
Ma ci sono ostacoli che impediscono alla macchina distruttiva di mettersi in moto. Sembra che un numero crescente di ebrei in Israele (la maggioranza, secondo un recente sondaggio della CNN) desiderano che il loro governo inizi a negoziare con Hamas. Una mega-prigione va bene, ma se le aree residenziali dei coloni verranno prese probabilmente di mira in futuro, allora il sistema fallirà. Ahimè, dubito che il sondaggio della CNN rappresenti esattamente l’attuale orientamento israeliano; ma esso indica una tendenza incoraggiante che conferma la convinzione di Hamas secondo cui Israele capisce solo il linguaggio della forza. Ma tutto ciò potrebbe non essere sufficiente e la perfezione del sistema della mega-prigione continua nel frattempo senza tregua, e le misure punitive del suo potere si stanno prendendo le vite di un numero sempre maggiore di bambini, donne e uomini nella Striscia di Gaza.
Come sempre è importante ricordare che l’occidente può porre fine, anche domani, a questa disumanità e criminalità senza precedenti. Ma finora questo non è avvenuto. Sebbene gli sforzi per rendere Israele uno “stato paria” [uno stato messo al bando dalla comunità internazionale, come il vecchio Sudafrica dell’apartheid] continuino a tutta forza, essi provengono ancora solo dalla società civile. Speriamo che questa energia venga un giorno tradotta in politiche governative effettive. Possiamo solo pregare che, quando questo avverrà, non sia troppo tardi per le vittime di questa orrenda invenzione sionista: la mega-prigione della Palestina
*Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://electronicintifada.net/v2/article9370.shtml

mercoledì 17 dicembre 2008

Da Folke a Falk: 60 anni di prepotenza e terrore

Il 17 settembre 1948 il conte Folke Bernadotte era assassinato dal Lehi (formazione armata sionista di estrema destra). Lo svedese Folke Bernadotte il 20 maggio 1948 fu nominato dalle Nazioni Unite mediatore speciale per la Palestina con l'incarico di studiare una soluzione negoziata al conflitto. Bernadotte ebbe l' “imprudenza” di proporre, nel suo piano di spartizione, l'abbandono del territorio occupato dagli israeliani oltre i limiti previsti dall'Onu, l'internazionalizzazione di Gerusalemme e il ritorno dei profughi palestinesi alla loro Terra da cui erano stati brutalmente cacciati.
leggi il capitolo sul caso Bernadotte dal libro:
Fondazione Internazionale Lelio Basso per il diritto e la liberazione dei popoli, 1988. NAKBA - L’ESPULSIONE DEI PALESTINESI DALLA LORO TERRA. Edizioni Ripostes. (Volume disponibile presso la Biblioteca Amilcar Cabral – Bologna).

Nell'arco di 60 anni Israele ha ignorato con arroganza le numerose Risoluzioni ONU e quanto dichiarato dal Tribunale della Corte di Giustizia dell'Aja contro il Muro dell'Apartheid. Ora accusa D'Escoto di abusare della sua posizione per avere criticato Israele (http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3639160,00.html) ed impedisce l'entrata all'inviato dell'ONU Richard Falk, peraltro ebreo:
dall'Unità del 15/12/2008
Territori palestinesi, Israele respinge un inviato Onu
Le autorità israeliane hanno negato l'ingresso all'inviato dell'Onu Richard Falk al suo arrivo in Israele, obbligandolo a salire su un aereo che lo ha portato fuori dal paese. Falk, un ebreo americano professore emerito dell'università di Princeton, è stato scelto in marzo come inviato speciale nei Territori palestinesi dal Consiglio dell'Onu per i diritti Umani, con un mandato di sei anni.
L'anno scorso, il professore aveva dichiarato che gli israeliani si comportavano con i palestinesi come i nazisti contro gli ebrei.
Quando Falk ha poi rifiutato di ritirare il paragone, il ministero degli Esteri israeliano ha avvertito che non gli sarebbe stato consentito l'ingresso nel Paese, lamentando inoltre che il suo mandato riguardava solo le violazioni dei diritti umani degli israeliani verso i palestinesi e non anche vice versa.
In passato Falk era potuto entrare in Israele come privato cittadino. Ma la situazione è ora diversa e il ministero degli Esteri ha oggi sottolineato che il professore «non è stato invitato da Israele, nè ha coordinato la visita con Israele come previsto dai regolamenti dell'Onu». Inoltre, dal punto di vista israeliano non è considerato un inviato «obiettivo» dato il paragone con i nazisti.
Falk aveva in programma una serie d'incontri a Ramallah. Il suo predecessore, il sudafricano John Dugard , aveva paragonato la situazione dei palestinesi a quella dell'apartheid.
http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=74257

http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20081216/pagina/09/pezzo/237374/

sabato 13 dicembre 2008

Il ministro Livni: gli arabi via dallo Stato d'Israele

di Michele Giorgio

GERUSALEMME
Tutti puntano l'indice contro Benyamin Netanyahu, reo di essere a capo di un Likud zeppo di estremisti di destra come Moshe Feiglin. E invece ieri Tzipi Livni, candidata premier alle elezioni del 10 febbraio per il partito «centrista» Kadima, nonché ministro degli esteri, ha rivelato di essere molto vicina alle posizioni degli ultranazionalisti. Senza lasciare spazio ad interpretazioni, la Livni ha detto ad un gruppo di liceali di Tel Aviv che gli arabi israeliani (i palestinesi con cittadinanza israeliana, 1/5 della popolazione d'Israele), quando sarà fondato, dovrebbero andare a vivere nello Stato palestinese. «Quando lo Stato palestinese verrà creato - ha dichiarato la Livni -, sarò in grado di andare dai cittadini palestinesi, che noi chiamiamo arabi israeliani, e dir loro: siete residenti con uguali diritti ma la vostra soluzione nazionale è in un altro luogo». La Livni non ha spiegato in quale modo spedirebbe nel futuro Stato di Palestina gli arabi israeliani che continueranno a reclamare la costituzione di uno Stato di Israele di tutti i suoi cittadini e non solo della maggioranza ebraica.
In ogni caso è minima la differenza tra le sue idee e quelle dell'estremista di destra ed ex ministro Avigdor Lieberman, storico sostenitore dell'espulsione degli arabi israeliani. Di sicuro Tzipi Livni - che in questi giorni sta conducendo anche una battaglia contro il rinnovo della tregua con Hamas - si sta posizionando a destra di Netanyahu, dato favorito dai sondaggi elettorali. Quest'ultimo, paradossalmente, per dimostrare di essere un «moderato» e non un estremista, promette di negoziare con palestinesi e siriani e assicura che metterà a tacere lo scomodo Feiglin.
«Le intenzioni della Livni - dichiara al manifesto l'ex deputato comunista Issam Makhul - colpiscono pesantemente i diritti della minoranza palestinese, tuttavia la maggioranza ebraica deve sapere che quelle idee sono un pericolo per tutto lo Stato di Israele e per il compimento della democrazia in questo paese. Occorre costruire un futuro per tutti i cittadini di Israele e non pensare al futuro Stato di Palestina come la soluzione per assurde preoccupazioni demografiche». Le considerazioni di Makhul chiamano in causa anche il presidente palestinese Abu Mazen, capace in questi giorni solo di ripetere di essere pronto «a negoziare con tutti», con la Livni e con Netanyahu. Abu Mazen deve porsi interrogativi fondamentali rispetto allo Stato palestinese che ha in mente, deve domandarsi se questo Stato è destinato realmente a realizzare il sogno dell'indipendenza o finirà per essere solo un box, un contenitore di palestinesi, inclusi quelli che vivono nei centri abitati arabi in Israele, peraltro senza avere sovranità reale.
Gli Stati Uniti non commentano, si limitano a riaffermare l'alleanza militare con Israele. Il presidente eletto Barack Obama è pronto ad offrire a Tel Aviv un «ombrello nucleare» contro un'eventuale minaccia di attacchi atomici iraniani, ha riferito una autorevole fonte americana citata dal giornale israeliano Haaretz. Gli Usa, ha spiegato la fonte, presto dichiareranno che un attacco contro Israele da parte di Teheran comporterà «una devastante risposta nucleare contro l'Iran», così come aveva proposto il futuro Segretario di stato Hillary Clinton durante la sua campagna per la nomination democratica. La rivelazione soddisfa Israele ma solo in parte, perché l'idea dell'«ombrello nucleare» forse nasconde un'«accettazione» americana di un Iran in possesso dell'arma atomica.

Il Manifesto 12 dicembre 2008
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/12-Dicembre-2008/art45.html

lunedì 8 dicembre 2008

IL PRESIDENTE DELL'ASSEMBLEA GENERALE DELL'ONU INVITA AL BOICOTTAGGIO DEL REGIME ISRAELIANO DELL’APARTHEID… MA IN ITALIA NON SI DEVE SAPERE.

Sono stupefatto che si continui ad insistere sulla pazienza mentre i nostri fratelli e le nostre sorelle palestinesi sono crocifissi. La pazienza è una virtù nella quale io credo. Ma non c’è alcuna virtù nell’essere pazienti con la sofferenza degli altri”.

L’Assemblea generale dell’ONU ha esaminato il 24 e 25 novembre 2008 il rapporto del Segretario generale sulla situazione in Palestina.


Il Presidente dell’Assemblea, Miguel d’Escoto Brockmann (Nicaragua), ha fatto di questo dibattito una questione di principio. Aprendo la seduta, ha dichiarato: « Io invito la comunità internazionale ad alzare la sua voce contro la punizione collettiva della popolazione di Gaza, una politica che non possiamo tollerare. Noi esigiamo la fine delle violazioni di massa dei Diritti dell’uomo e facciamo appello ad Israele, la Potenza occupante, affinché lasci entrare immediatamente gli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Questa mattina ho parlato dell’apartheid e di come il comportamento della polizia israeliana nei Territori palestinesi occupati sembri così simile a quello dell’apartheid, ad un’epoca passata, un continente più lontano. Io credo che sia importante che noi, all’ONU, impieghiamo questo termine. Non dobbiamo avere paura di chiamare le cose con il loro nome. Dopotutto, sono le Nazioni Unite che hanno elaborato la Convenzione internazionale contro il crimine dell’apartheid, esplicitando al mondo intero che tali pratiche di discriminazione istituzionale devono essere bandite ogni volta che siano praticate. Abbiamo ascoltato oggi un rappresentante della società civile sudafricana. Sappiamo che in tutto il mondo organizzazioni della società civile lavorano per difendere i diritti dei Palestinesi e tentano di proteggere la popolazione palestinese che noi, Nazioni Unite, non siamo riusciti a proteggere. Più di 20 anni fa noi, le Nazioni Unite, abbiamo raccolto il testimone della società civile quando abbiamo convenuto che le sanzioni erano necessarie per esercitare una pressione non violenta sul Sud Africa. Oggi, forse, noi, le Nazioni Unite, dobbiamo considerare di seguire l’esempio di una nuova generazione della società civile chef a appello per una analoga campagna di boicottaggio, di disinvestimento e di sanzioni per fare pressione su Israele. Ho assistito a numerose riunioni sui Diritti del popolo palestinese. Sono stupefatto che si continui ad insistere sulla pazienza mentre i nostri fratelli e le nostre sorelle palestinesi sono crocifissi. La pazienza è una virtù nella quale io credo. Ma non c’è alcuna virtù nell’essere pazienti con la sofferenza degli altri. Noi dobbiamo agire con tutto il nostro cuore per mettere fine alle sofferenze del popolo palestinese (…) Tengo ugualmente a ricordare ai miei fratelli e sorelle israeliani che, anche se hanno lo scudo protettore degli Stati Uniti al Consiglio di Sicurezza, nessun atto di intimidazione cambierà la Risoluzione 181, adottata 61 anni fa, che invita alla creazione di due Stati. Vergognosamente, oggi non c’è uno Stato palestinese che noi possiamo celebrare e questa prospettiva appare più lontana che mai. Qualunque siano le spiegazioni, questo fatto centrale porta derisione all’ONU e nuoce gravemente alla sua immagine ed al suo prestigio. Come possiamo continuare così?».


L’ambasciatore Miguel d’Escoto Brockmann è un sacerdote cattolico, teologo della liberazione e membro del Comitato politico del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN). Personalità morale riconosciuta, è stato eletto per acclamazione, il 4 giugno 2008, Presidente dell’Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.


L’Anti-Defamation League (ADL) è stata la prima organizzazione sionista a reagire, chiedendo al Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki Moon, di mettere fine a questo « circo » così come alla « cosiddetta giornata di solidarietà con il popolo palestinese ». Infine, ha denunciato il carattere a suo dire « antisemita » delle proposte del Presidente Miguel d’Escoto Brockmann che essa ritiene ispirate da un secolare antigiudaismo cattolico.
*****
Ad oltre dieci giorni dall'intervento di D'Escoto all'ONU, nessun organo di informazione “importante” ha ritenuto di doverne dare conto, forse per non turbare il sonno perenne del nostro Presidente della Repubblica, quello che dorme quando viene sancita la fine dell’eguaglianza dei cittadini italiani di fronte alla legge e – coerentemente – nel suo viaggio in Israele ha continuato a sonnecchiare di fronte alle sofferenze dei Palestinesi sotto il tallone di ferro dell’occupazione israeliana.


STRONG WORDS AT UN: http://electronicintifada.net/v2/article10006.shtml

...INTANTO IN ITALIA

Vergognosa mozione bipartizan per sabotare la conferenza dell'ONU sul razzismo definita "circo Barnum"

La Camera dei Deputati ha approvato all’unanimità una mozione che impegna il governo “a verificare”, “a intervenire”, “ad agire”, “ad esercitare la massima vigilanza”, in vista di Durban II, l’appuntamento per la revisione della Conferenza mondiale contro il razzismo del 2001 (Durban I). Mozione bipartisan che ha tra i suoi firmatari Fiamma Nirenstein, Italo Bocchino, Margherita Boniver e Paolo Guzzanti per il Pdl e Matteo Mecacci, Furio Colombo e Alessandro Maran per il Pd. Presentando il risultato alla stampa con Boniver e Mecacci, Fiamma Nirenstein ha sottolineato come “siamo il primo Parlamento europeo ad agire per impegnare il governo perché non si ripeta l’orrore di Durban I”. La conferenza mondiale Onu contro il razzismo (2001) si concluse con l’approvazione per acclamazione di un documento controverso che accusava Israele, definito “uno Stato razzista e colpevole di crimini di guerra, atti di genocidio e di pulizia etnica”, di attuare una sorta di “apartheid” nei confronti dei palestinesi. Israele e gli Stati Uniti, rappresentati dall’allora segretario di Stato Colin Powell, decisero di abbandonare la conferenza. Per Boniver la mozione “fa onore al nostro Paese”. Anche l’ex sottosegretario agli Esteri ha ricordato “il clima selvaggio che ha costituito questo circo Barnum tipico delle conferenze dell’Onu, la stessa organizzazione che equiparò nel passato il sionismo al razzismo”. La mozione a onor del vero non contempla l’opzione del boicottaggio della conferenza dell'ONU, una scelta decisa poche settimane fa da Israele, Stati Uniti e Canada. Il documento approvato da tutti i deputati invita infatti Palazzo Chigi a “verificare assieme ai partner europei gli esiti e gli orientamenti” dei lavori preparatori e a “intervenire in sede europea affinché venga scongiurato il rischio che la Conferenza si svolga su una piattaforma” ispirata a intolleranza e discriminazione. Di uscita dal processo di preparazione o di boicottaggio tout court non si parla. (fonte: Il Velino.it)

domenica 30 novembre 2008

Manifestazione 29 novembre 2008

VITA, TERRA E LIBERTA' PER IL POPOLO PALESTINESE






- per la fine dell’occupazione israeliana della Palestina
- per uCorsivono stato palestinese sovrano con Gerusalemme capitale
-per il diritto al ritorno ai rifugiati palestinesi
- per la liberazione di tutti i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane
- per lo smantellamento del regime di apartheid e delle colonie israeliane
- per lo smantellamento dell'assedio imposto alla Striscia di Gaza
- per la revoca degli accordi di cooperazione militare Italia – Israele e il ritiro delle truppe dai vari teatri di guerra

Il messaggio finale della manifestazione:
uno Stato unico laico e democratico, senza differenze di etnia, religione, razza in cui palestinesi, ebrei, cattolici, musulmani e chiunque voglia vivere in pace sarà il benvenuto!

http://www.forumpalestina.org/news/2008/Novembre08/29-11-08CinquemilaCorteo.htm
http://www.forumpalestina.org/news/2008/Novembre08/29-11-08RomaFotoManifestazioneNazionale.htm

venerdì 28 novembre 2008

Causa EMERGENZA NEVE la partenza in autobus o in auto da Bologna per partecipare alla Manifestazione Nazionale a Roma non sarà possibile

Solidarizziamo con i manifestanti a Roma e con la resistenza palestinese.

...alle prossime iniziative

VICINE ALLE DONNE PALESTINESI PERCHE’ LA LOTTA DELLE DONNE E’ UNA SOLA LOTTA !

Il 29 novembre è la giornata internazionale dei rifugiati palestinesi. La condizione dei profughi palestinesi vede le donne pagare il prezzo più alto.


E’ importante denunciare il fatto che i 60 anni di occupazione israeliana siano ulteriormente aggravati dal blocco finanziario internazionale decretato contro Gaza e gli stessi crimini di guerra quotidianamente commessi dagli israeliani nei Territori palestinesi colpiscano soprattutto le fasce più deboli della popolazione civile palestinese, e in primo luogo le donne e i bambini. Dall'inizio del 2006 l'esercito israeliano ha ucciso centinaia di donne; a volte si tratta di ragazzine che non hanno avuto il tempo di diventare donne, come Da'ha Abed al-Kadr, 14 anni, uccisa dai soldatini di Tsahal il 19 dicembre 2006 perché si era avvicinata troppo al muro di "sicurezza" israeliano, o come 'Abir Bassam 'Abd Rabo 'Aramin, 10 anni, ferita alla testa il 16 gennaio dello stesso anno mentre stava andando a comprare delle caramelle in un negozio vicino alla sua scuola, e morta qualche giorno dopo. Donne che cadono, vittime innocenti durante tentativi di arresto di resistenti palestinesi, donne che muoiono abbattute durante le manifestazioni oppure perché costrette a partorire ai posti di blocco israeliani. Le donne palestinesi sono sempre state in prima fila nella lotta del loro popolo, e hanno pagato un tributo altissimo; migliaia sono le prigioniere di tutte le età rinchiuse nelle carceri israeliane. Le donne di Palestina combattono in silenzio anche la battaglia contro il regresso culturale della società palestinese, soffocata da una occupazione che si è accanita distruggendo sistematicamente le infrastrutture della società palestinese; le scuole, gli asili nido, gli ospedali ed i consultori sono tra gli obiettivi preferiti della strategia sionista. Lo strangolamento dell’economia colpisce in profondo la società e colpisce duramente la condizione sociale della donna.

Ci sentiamo vicine alle donne palestinesi: le abbiamo conosciute e apprezzate come protagoniste della lotta di liberazione nazionale e in prima fila nella lotta di emancipazione femminile.

Il 29 novembre è quindi anche l’occasione per stringerci alle nostre sorelle e compagne palestinesi e ricordare queste tra le altre migliaia di vittime innocenti di una violenza cieca e bestiale; chiediamo alla comunità internazionale di mettere fine a un ingiusto e assurdo boicottaggio economico ai danni di una popolazione oppressa e massacrata e, soprattutto, di condannare ed imporre severe sanzioni a carico di Israele, responsabile di sabotare ogni sforzo sulla strada della pace e di commettere quotidiani crimini di guerra e violazioni del diritto umanitario!


Le donne della campagna 2008 anno della Palestina

Capofila della complicità economica con Israele. Ai palestinesi meno delle briciole

Regione Emilia-Romagna

''Dal 2005 - spiega l'Assessore regionale alle Attivita' produttive Duccio Campagnoli - la Regione Emilia-Romagna, in collaborazione con Aster, ha intrapreso una collaborazione costante con le piu' interessanti realta' israeliane in ambito scientifico e tecnologico per la promozione internazionale del sistema della R&S e innovazione in ambito accademico e industriale. A questo proposito, in occasione della missione la Regione firmera' con il Governo israeliano un accordo strategico in materia di ricerca e sviluppo industriale che sicuramente avra' ricadute benefiche per le imprese regionali ad elevato tasso di innovazione''. La delegazione imprenditoriale regionale, che sara' guidata da Sergio Sassi, Presidente della Commissione Internazionalizzazione di Confindustria Emilia-Romagna e dal Vicepresidente Mario Riciputi, si concentrera' sui settori che offrono le maggiori opportunita' per le imprese della regione: meccanica avanzata, elettronica, infrastrutture, trasporti, telecomunicazioni, energie alternative. ''A dimostrazione del grande interesse da parte del tessuto economico regionale per la missione - afferma Sassi- si evidenzia che la delegazione imprenditoriale emiliano-romagnola e' la piu' consistente con oltre 30 imprese partecipanti tra cui figurano molte PMI ma anche importanti gruppi industriali. Durante la missione saranno organizzati seminari tematici, visite a parchi industriali e incontri mirati con controparti locali. In particolare, la Regione e Confindustria Emilia-Romagna organizzeranno il 26 novembre a Tel Aviv un importante workshop dedicato alle alte tecnologie''. I momenti della visita della delegazione regionale, guidata dall'Assessore Campagnoli, dedicati alle collaborazioni in ambito di ricerca e sviluppo saranno riservati ad incontri con i principali istituti di ricerca locali facenti capo all'Ospedale Hadassah di Gerusalemme per cio' che concerne le scienze della vita e del Technion di Haifa per quanto riguarda la meccanica avanzata, oltre alla partecipazione al Business Forum Italia-Israele del 27 novembre e alla firma della Joint Declaration sulla Ricerca e Sviluppo con l'Office of the Chief Scientist del Ministero dell'Industria Israeliano.La missione sara' anche funzionale alla verifica dello stato dei progetti di cooperazione con l'Autorita' palestinese. In rappresentanza della Regione, l'Assessore Campagnoli, potra' constatare direttamente i frutti del lavoro svolto dal Centro per la cooperazione decentrata della Regione a Gerusalemme attraverso incontri con i rappresentanti delle ONG regionali che operano sul territorio. E' previsto inoltre un incontro a Tel Aviv con il Peres Center che coordina il progetto interregionale ''Saving Children'' che permette a bambini palestinesi di curarsi in ospedali israeliani grazie ai fondi e alle competenze tecnico-scientifiche messe a disposizione da diverse regioni italiane tra le quali anche l'Emilia-Romagna.
(Fonte:Asca)

domenica 23 novembre 2008

assemblea x la palestina 26 novembre Bologna

per la manifestazione nazionale per la Palestina del 29 novembre
assemblea pubblica 26 novembre ore 17.00
facoltà di scienze politiche
viale bertti Pichat n.2
aula 1 Bologna
intervengono:
Baha Hussein Unione dei Giovani Progressiti Palestinesi
Shokri Hroub Unione Democratica Arabo Palestinese
organizza: Comitato Palestina Bologna


mercoledì 12 novembre 2008

iniziative a bologna

INIZIATIVE IN SOLIDARIETA' CON LA LOTTA DEL POPOLO PALESTINESE



per la manifestazione nazionale del 29 novembre


DISTRUGGIAMO IL MURO DELLA VERGOGNA PRESIDIO PER LA PALESTINA ORE 18.00 17 NOVEMBRE PIAZZA VERDI-BOLOGNA



CENA PALESTINESE
0RE 20.00 24 NOVEMBRE
via menganti 8 BOLOGNA


SI RICHIEDE LA PRENOTAZIONE, CELL 3409892393
SARA' ALLESTITA UNA MOSTRA E UNA PROIEZIONE DI VIDEO SULLA QUESTIONE PALESTINESE


via Menganti può essere raggiunta con l'autobus 13, fermata PONTELUNGO su via Emilia Ponente, entrare in via Piò (molto vicina alla fermata), quindi svoltare a sinistra su via Menganti (vedere cartina )




MANIFESTAZIONE NAZIONALE PER LA PALESTINA
ROMA 29 NOVEMBRE
PER INFO SUL PULMAN DA BOLOGNA,
CELL:3409892393



COMITATO PALESTINA BOLOGNA

domenica 9 novembre 2008

9 - 16 novembre SETTIMANA INTERNAZIONALE CONTRO IL MURO DELL'APARTHEID



Mappe a cura di PENGON (2003), tratte da www.stopthewall.org

La data della caduta del Muro di Berlino, 9 novembre 1989, è stata simbolicamente adottata come data di mobilitazione internazionale contro la costruzione del vergognoso Muro nei territori palestinesi: 9-16 novembre 2008 è la SESTA SETTIMANA INTERNAZIONALE CONTRO IL MURO DELL’APARTHEID.

Il Muro dell’Apartheid, definito da Israele in modo ipocrita e vergognoso “Barriera di Sicurezza”, sta imprigionando i palestinesi in ghetti circondati da una tripla rete assassina di cemento, filo spinato e fortificazioni elettroniche. Il muro ha un’altezza che va da 2,5 a 9 metri (più del doppio del muro di Berlino); la larghezza compresa tra le barriere di filo spinato è di 60-150 metri; su entrambi i lati esiste una zona cuscinetto di 30-100 m dotata di telecamere, sensori elettronici e rivelatori di movimento, costantemente pattugliata dai militari israeliani.

La costruzione del Muro ha lo scopo di annettere a Israele vaste zone dei territori palestinesi, non segue infatti la Linea Verde (confine di Israele prima del 1967), ma si ramifica all’interno della Cisgiordania trasformandola in un puzzle di bantusan nello stile dell’Apartheid sudafricana. Il Muro, inoltre, rende la vita impossibile ai palestinesi privandoli dei mezzi essenziali di sussistenza. Fino ad ora la costruzione del muro ha comportato:

- la devastazione di oltre 1.400 ettari di terre;
- la distruzione di oltre 100.000 alberi di olivo dei quali molti secolari e protetti da leggi internazionali per la loro importanza scientifica;
- 36 pozzi di acqua sono stati sottratti ai palestinesi;
- circa 30.000 famiglie contadine sono state private di ogni mezzo di sussistenza perché le loro terre si trovano dall’altra parte del Muro;
- restrizioni umilianti e disumane della libertà di movimento che provoca l’impossibilità di raggiungere, scuole, ospedali, servizi.

Il progetto di Israele continua. L’intero progetto prevede una barriera lunga 750 km e si stima che la sua realizzazione comporta la cacciata di 90.000 - 210.000 palestinesi dalle loro case.

Il Muro è stato condannato da numerose risoluzioni ONU e dal Tribunale della Corte di Giustizia dell’Aia che, il 9 luglio del 2004, ha decretato che il MURO è ILLEGGITTIMO E VA RIMOSSO.

Lo storico israeliano, Ilan Pappe, in una Conferenza tenutasi all’Università di Friburgo il 4 giugno 2005, ha dichiarato:

“Esiste un grave pericolo che i palestinesi siano vittime di una pulizia etnica. Israele ha già trasferito duemila famiglie palestinesi per costruire il muro. E non troviamo questa informazione su nessun giornale occidentale (...) Sono 250.000 i palestinesi direttamente minacciati dal muro, nel quadro della prossima fase di annessione della Cisgiordania a Israele. (…)

C’è un bisogno urgente di strategie che corrispondano meglio alle realtà, che permettano di fare ciò che, sia i movimenti pacifisti in Israele, sia i movimenti palestinesi di resistenza nei territori occupati, non sono evidentemente riusciti a fare. Si tratta beninteso di porre un termine all’occupazione israeliana. E’ soltanto quando l’occupazione militare finirà che ci sarà una qualche possibilità di riconciliazione fra i due popoli. (…)

So bene che l'espressione "pulizia etnica" ha delle connotazioni che evocano il periodo nazista, ma in realtà questa espressione non fu utilizzata allora. Mi riferisco a un'espressione utilizzata dal Dipartimento di Stato e dalle Nazioni Unite che descrive quello che è successo nei Balcani negli anni '90. Se consultate il sito web del Dipartimento di Stato o quello dell'ONU, troverete una definizione chiarissima di ciò che è la pulizia etnica. La pulizia etnica è una politica di espulsione, di demolizione di case, di costruzione di muri di separazione, di segregazione; e questa politica è motivata da una ideologia.

Il movente di una tale politica è il desiderio di vedere un gruppo etnico rimpiazzarne un altro. Non penso che esista definizione migliore della politica sionista attraverso i decenni. ”

È emblematico e imbarazzante che addirittura un israeliano si pronunci in questi termini mentre noi europei assistiamo muti e indifferenti al consumarsi di un crimine contro l’umanità.

vedi anche: http://www.stopthewall.org/ sito da cui è possibile scaricare la mappa con il tracciato del muro http://stopthewall.org/maps/45.shtml e l'appello della campagna Anti-Apartheid Wall http://stopthewall.org/downloads/pdf/waaw2008f.pdf

http://www.palestinalibera.it/index_pal.htm, link OCCUPAZIONE, IL MURO

Pengon (rete delle ONG palestinesi), 2004. Stop the Wall - Il Muro dell'Apartheid in Palestina - Fatti, analisi, testimonianze. Il Manifesto, Liberazione, Carta.

Video su youtube: http://it.youtube.com/watch?v=JjEq2dYF6lw

sabato 8 novembre 2008

che cosa vi hanno detto sulla palestina?

Lettera aperta agli studenti in lotta
(7 novembre 2008)

Sabato 29 novembre prossimo a Roma ci sarà una manifestazione nazionale di solidarietà con il popolo palestinese. Noi saremmo felici che a questa manifestazione partecipassero anche gli studenti che in queste settimane stanno lottando per affermare il loro diritto al futuro, per difendere la loro dignità e per ribadire che la crisi non devono pagarla coloro che ne sono vittime. Ma diritto al futuro, difesa della dignità e rifiuto di essere vittime di decisioni inaccettabili sono gli stessi obiettivi su cui si battono da generazioni i giovani palestinesi. Da anni infatti i palestinesi stanno combattendo per non scomparire dalla carta geografica del Medio Oriente e dall’attenzione politica internazionale. Il colonialismo israeliano sostenuto dagli USA ma anche dall’Unione Europea, sta cancellando i palestinesi. La manifestazione nazionale del 29 novembre vuole impedire che questa avvenga in silenzio e sotto gli occhi del mondo. Il 29 novembre in occasione della Giornata Mondiale di solidarietà con il popolo palestinese, le comunità, le associazioni, le organizzazioni palestinesi in Italia si appellano all'opinione pubblica italiana, alle forze politiche, a tutti gli amanti della giustizia e della libertà – e dunque anche agli studenti che rappresentano tutto questo - perché dimostrino di essere a fianco della giusta causa del popolo palestinese. Oggi, mentre assistiamo all'orrore del ritorno di certi rigurgiti razzisti in Europa, intravediamo il pericolo di nuove guerre e stragi di civili in Medio Oriente. Vorremo vedere gli studenti, i cittadini, le associazioni,i comitati di solidarietà, gli immigrati, manifestare tutti insieme per il diritto all’autodeterminazione dei popoli oppressi e il trionfo della pace e della giustizia. Sabato 29 novembre vorremmo vedere nel corteo di solidarietà con la Palestina a Roma tanti operai, tanti giovani, tante donne, vi invitiamo tutti a manifestare con noi : Per la fine dell’occupazione coloniale e militare israeliana della Palestina. Per il diritto al ritorno ai rifugiati palestinesi, come previsto dalla risoluzione Onu 184 Per uno stato palestinese sovrano con Gerusalemme capitale, Per la liberazione di tutti i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane Per lo smantellamento del regime di apartheid e delle colonie israeliane Per lo smantellamento dell'assedio imposto alla Striscia di Gaza Per la revoca degli accordi di cooperazione militare Italia – Israele e il ritiro delle truppe dai vari teatri di guerra .

Per informazioni : scrivete e chiedete a :
annodellapalestina@libero.it,
chiamate il 377 1153384 – 3471845229
Consultate il sito: www.forumpalestina.org
Campagna “2008 anno della Palestina”
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