“Abbiamo un paese che è di parole. E tu parla, che io possa fondare la mia strada pietra su pietra.
Abbiamo un paese che è di parole, e tu parla, così che si conosca dove abbia termine il viaggio.”

Mahmud Darwish

mercoledì 25 giugno 2008

Report della delegazione dell'Associazione Giuristi Democratici in Palestina: Cisgiordania-Gaza

Dal 3 all'11 Giugno 2008, una delegazione composta da avvocati e magistrati, organizzata dai Giuristi Democratici in collaborazione con la campagna Freedom Now promossa dall'Arci Toscana (volta alla liberazione di tutti i detenuti minori palestinesi), si è recata in Palestina per uno studio sulle condizioni dei palestinesi minorenni detenuti nelle carceri israeliane.

www.bilin-village.org/
Il 6 Giugno la delegazione ha partecipato alla terza conferenza internazionale di Bil'in Terza Conferenza Annuale (4-6 giugno) organizzata dal Comitato popolare e di resistenza nonviolenta di Bil'in, vicino Ramallah, a cui hanno preso parte la Vice Presidente del Parlamento Europeo Luisa Morgantini, contro il Muro di separazioneche ha separato la popolazione dalle terre coltivabili.
La manifestazione si svolge tutti i venerdì ed è tradizionalmente pacifica; gli abitanti hanno anche vinto un ricorso alla Corte Suprema israeliana che ha dichiarato l'illegittimità del tracciato del Muro, che deve essere rimosso, ma la sentenza non è stata eseguita così la popolazione continua la sua protesta.
Quando il nostro corteo ha raggiunto la rete di separazione, senza preavviso ed in assenza di provocazioni, i soldati hanno sparato una raffica di lacrimogeni ad altezza d'uomo, uno dei quali ha colpito il magistrato Giulio Toscano a pochi centimetri dall'occhio.
http://www.dci-pal.org/
La nostra delegazione ha incontrato gli avvocati della sezione palestinese di Defence For Children International nelle loro sedi di Ramallah, Hebron e Betlemme, il Ministro per i detenuti palestinesi, oltre a altre associazioni, sia israeliane che palestinesi (Hamoked, Ichad, Al Haq, l'Hebron Riabilitiation Center, l'associazione FreeMarwan Barghoutih,), che si occupano a vario titolo delle discriminazioni perpetrate dallo stato di Israele ai danni della popolazione palestinese nei territori occupati. Importanti anche gli incontri con ex detenuti minorenni, che hanno testimoniato gli abusi e le violenze subite nelle carceri israeliane.
Dall'inizio della seconda Intifada, nel settembre 2000, sono stati arrestati più di 7000 minori, ed attualmente ve ne sono oltre 300 detenuti nelle carceri israeliane. Uno degli Ordini Militari israeliani che disciplinano ogni aspetto della vita nei Territori Occupati, stabilisce che i palestinesi diventano maggiorenni a 16 anni di età, in spregio alla Convenzione internazionale sui Diritti dei Fanciulli, ratificata anche da Israele, ed al fatto che, viceversa, gli israeliani (risiedano essi in Israele o nelle colonie deiTerritori), raggiungono la maggiore età a 18 anni.
Per i minori palestinesi non esistono norme di procedura speciali, né un codice penale minorile, né speciali centri di detenzione, né personale specializzato nel trattamento dei minorenni.
L'arresto, l'interrogatorio, il processo, la detenzione dei minori non si differenziano per nulla rispetto ai maggiorenni; l'unica differenza consiste nella misura della pena, ma incredibilmente l'età dell'imputato è valutata con riferimento al momento della condanna, e non della commissione del reato.
I minori vengono tenuti nelle stesse celle in promiscuità con gli adulti.
Tutte le carceri per palestinesi sono site nel territorio israeliano, così come i Tribunali Militari, in violazione della IV Convenzione di Ginevra (ratificata da Israele), che vieta la deportazione della popolazione residente nel territorio occupato all'interno dello stato occupante.
La nostra delegazione ha assistito ad alcuni processi celebrati nel carcere militare di Ofer. I minori vengono portati in udienza a gruppi di due, con mani e piedi incatenati; durante l'udienza vengono tolte solo le manette ai polsi. Il processo si svolge davanti a una corte marziale composta solo da militari, e in lingua ebraica, con l'ausiliodi un interprete che traduce solo una parte ridotta di quanto viene detto in udienza.
Le udienze durano circa 10 minuti per ogni imputato, e vengono continuamente introdotti altri imputati, che si avvicendano velocemente.
All'udienza possono assistere i parenti, ma è loro vietato avvicinarsi ai detenuti. Una guardia li fa sistematicamente sedere nei posti più lontani, in ultima fila.
Gli avvocati palestinesi devono conoscere la lingua ebraica e richiedere alle autorità il permesso per entrare in territorio israeliano per incontrare i clienti e partecipare ai processi; altrettanto devono fare i parenti dei detenuti; per ottenere un permesso ci vogliono spesso parecchi mesi, e sovente viene negato. Ai parenti di età compresa tra i 16 ed i 35 anni, è vietato ogni visita ai detenuti.
Ai genitori arrestati, in occasione delle visite di figli molto piccoli, è vietato anche di abbracciarli.
I detenuti della Striscia di Gaza stanno ancora peggio, in quanto da più di un anno è preclusa la visita di congiunti.
Nelle carceri le condizioni igienico-sanitarie sono disastrose, è negato l'accesso a trattamenti sanitari adeguati, così come del tutto inadeguata è la possibilità per i minori detenuti di proseguire gli studi e godere di una qualsivoglia istruzione (una media di due ore la settimana di lezione, quando ci sono, senza alcuna distinzione per classi e per età).
Il 50% delle condanne nei confronti dei minori è relativa al lancio di sassi, punito con pene fino a 10 anni di reclusione e che costituisce di per sé un crimine anche qualora questi sassi non colpiscano né persone nei veicoli ma siano semplicemente indirizzati verso "infrastrutture" di sicurezza, come ad esempio il muro di separazione, Per i reati per i quali è prevista una pena massima inferiore a 10 anni, non è prevista nemmeno la necessità dell'assistenza di un difensore.
Alcuni testimoni:
Abbiamo incontrato un ragazzo di 14 anni, prelevato da uomini in borghese presso la propria abitazione alle 4 di notte, spruzzato con il gas sulla faccia, colpito più volte anche quando era in terra, e durante gli interrogatori, costretto a firmare una confessione in ebraico, lingua a lui sconosciuta (come la gran parte degli arrestati); è stato condannato a 4 mesi e mezzo di reclusione per aver lanciato un sasso nella direzione del Muro, senza neppure colpirlo. Durante la detenzione gli è stato consentito di vedere i genitori solo per due volte.
Ad Hebron abbiamo incontrato i bambini di una famiglia, composta da sei fratelli, tutti minorenni, la più piccola dei quali di soli 4 anni, i cui genitori da oltre tre anni sono entrambi trattenuti in detenzione amministrativa (detenzione che viene disposta per motivi di "sicurezza" per la durata massima di sei mesi prorogabili per un numero indefinito di volte e senza necessità di contestare all'imputato alcuna incriminazione). Questi sei fratellini vivono soli con la nonna materna, e hanno visto i genitori pochissime volte.Vivono con un sussidio dell'ANP di 300 euro mensili, ed hanno smesso di andare a scuola. Israele ha offerto alla sola madre la possibilità di riacquistare la libertà a condizione che accetti di trasferirsi per sempre in Giordania.
Il quadro offerto alla delegazione di giuristi è estremamente angosciante.
La politica di Israele è volta a stroncare le nuove generazioni di palestinesi, procedendo ad arresti di massa di bambini dai 13 anni in su, trattenuti anche a più riprese per anni nelle carceri israeliane, privi di istruzione e di adeguate cure, destinati a crescere in carceri in cattive condizioni fisiche, di salute e culturali, e, molto probabilmente, marchiati per sempre da un desiderio di vendetta nei confronti degli israeliani.
"You welcome", ci ripetevano in continuazione questi ragazzi, mentre ci raccontavano le loro storie; col nodo in gola, a volte, era difficile fare delle domande.

Giugno 2008, Delegazione Giuristi Democratici




Una lettera di Ahmad Sa'adat dalle carceri israeliane


A. Sa'adat è il Segretario generale del Fronte popolare per la liberazione della Palestina attualmente detenuto nella prigione di Hadarim. Fu rapito, con altri cinque palestinesi, dai militari israeliani il 14 marzo 2006 dopo un assedio armato della prigione di Jericho, dove era detenuto sotto la custodia statunitense, inglese e delle Autorità palestinese.

Il diario di Paola

Diario di viaggio in Palestina: 2-6 novembre 2007
di Paola Canarutto (Rete-ECO, Ebrei Contro l'Occupazione)

[…]
3 novembre
Oggi, appuntamento con la Union of Health Work Committees (UHWC) nella loro sede di al-Bireh, cittadina vicino a Ramallah. Ahmad Maslamani., il direttore, mi spiega che fare: “Prendi il pullman fino a Qalandya. Di lì, sali su un taxi, e telefonami con il cellulare, che spiego al guidatore dove portarti”. Funziona. Così verso i 16.000 euro avuti dalla Regione e i 3.100 ricevuti dalla sezione torinese “Dolores Ibarruri” del PdCI. Quindi, Ahmad mi consegna a Y.: è lui a portarmi in auto a Marda, per vedere di persona l'ambulatorio. […]

Per arrivare a Marda, tre posti di blocco. “Posso fotografare i soldati?” chiedo a Y.. “No, mi raccomando”, fa lui, preoccupato. “È pericoloso”. Marda è interamente circondata da un recinto invalicabile. All'unico ingresso aperto, un cancello, che gli israeliani possono chiudere a piacimento; hanno chiuso l'altra strada con cumuli di pietre. Dall'altra parte della 'barriera', terreno del villaggio, accessibile ora solo ai coloni di Ariel: per gli abitanti di Marda, gli olivi che lì crescono sono ormai irraggiungibili.

[…]
Al ritorno, solo due posti di blocco: uno di quelli incontrati al mattino, mi spiega Y., era un 'flying checkpoint'. In cambio, l'attesa è ben più lunga: i militari sono molto più interessati a controllare chi cerca di dirigersi a sud, verso Gerusalemme, che chi va nella direzione opposta. Y., 33 anni, non ha figli. “Non sono sposato: sono stato in carcere, e fino a poco fa non avevo un lavoro; ora mi occupo delle relazioni esterne per l'UHWC. Ho preso il master all'università di Bir Zeit, e vorrei proseguire gli studi. Ma gli israeliani mi proibiscono di andare all'estero: sono classificato come un 'pericolo per la sicurezza', perché sono stato in prigione”. Mi mostra le colonie, che si vedono dalla strada. Una è costituita da roulotte, visibilmente collegate alla rete elettrica. “È ancora provvisoria”, spiega Y., assuefatto allo sviluppo degli insediamenti ebraici: “fra un po', diventerà definitiva”. Gli chiedo cosa si aspetta, dal punto di vista politico, per i prossimi 6-12 mesi. Si stringe nelle spalle: “Annapolis è una presa in giro: tutto continuerà come prima. Olmert ha promesso di liberare 300 prigionieri, ma poi ne arresta 35 tutte le notti: quanto ci mette a riequilibrare il conto? It's the Jews, sono gli ebrei”. Mi mordo le labbra e taccio: ora vorrei solo a tornare a Gerusalemme senza incidenti.

[…]
Delle due corsie della strada principale di Ramallah, una è inaccessibile al traffico: ci lavorano stradini con rulli compressori. Un cartello spiega che i fondi proventono 'From the American People to the Palestinian People'. Gli USA stanno ricostruendo la strada distrutta dal passaggio dei carri armati israeliani. Basta una giornata in Cisgiordania per farmi riflettere che, perché le trattative fra Abu Mazen e Olmert non fossero puramente aria fritta, destinata al consumo degli occidentali, basterebbe che il primo ponesse, come condizione per partecipare agli incontri, l'abolizione dei posti di blocco. Questo però non avviene. Di Gaza si scrive che è una prigione a cielo aperto. Ma ottenere il permesso per andarvi è un'operazione superiore alle mie forze. La Cisgiordania, invece, pare un insieme di gabbie, in cui il passaggio da una all'altra è possibile solo se ciò piace agli occupanti. Incontri fra palestinesi ed israeliani, che non siano i soldati, praticamente non ci sono più: gli israeliani non possono entrare nelle zone palestinesi, dell'inverso, neanche parlare. Chi risiede a Ramallah, non si può - da anni - andare a Gerusalemme: è per questo che Y. non ha potuto riaccompagnarmi indietro.

[…]


6 novembre
L'incontro di oggi è con Jeff Halper, che spiega i presupposti del suo lavoro. “L'ICAHD ("Comitato israeliano contro la demolizione delle case dei palestinesi" http://www.icahd.org/eng/; ndr) esiste dal '97, cioè dal governo Netanyahu – da quando era diventato chiaro che il processo di pace si era interrotto. Dal 1987, Israele ha distrutto 18.000 case palestinesi nei Territori Occupati (T.O.). Ma gli israeliani non usano il termine 'palestinesi': si adopera è un indistinto 'arabi'. Quando ci si comincia a chiedere se esiste una qualche possibilità di successo per la soluzione dei due stati, la sinistra sionista, inclusi il partito Meretz e Uri Avnery, ha paura. In assenza di uno stato palestinese, si ha l'apartheid. Se si arriva ai due stati, si può scindere l'occupazione dallo stato di Israele 'in sé'. È ormai chiaro a tutti che la soluzione bi-statale non può avere successo; è un'idea tipica del sionismo. Questo vuole tutto il Paese, tutta la terra di Israele. Gli israeliani vedono l'insieme come 'Eretz Israel'; i palestinesi, come uno stato palestinese. Non penso che si porrà fine all'occupazione; il problema vero, peraltro, è se si può avere uno stato ebraico. La storia degli stati binazionali non è felice: vedi il Libano, ma ora anche il Belgio. Se si arriva ad un solo stato, i palestinesi saranno la maggioranza, ma saranno pur sempre gli ebrei a godere di maggiore istruzione ed a tenere le leve dell'economia. Abbiamo come parola d'ordine che si deve por fine all'occupazione. Per gli israeliani, la soluzione di uno stato solo è un 'non starter'. Anche i palestinesi, d'altra parte, vogliono uno stato loro. In realtà, solo il 10% tiene davvero per Hamas. Se non si lotta, la situazione evolve spontaneamente verso uno stato unico. Per i palestinesi, questo è l'obiettivo – con una fase intermedia di bi-statale. La struttura dell'occupazione non è casuale: esiste uno schema preordinato dietro il posizionamento delle colonie e delle strade. Scopo di Israele è arrivare ad un bantustan, ad un ministato palestinese non in grado di sopravvivere economicamente.

[…]
La demolizione di case non è iniziata nel '67, ma nel '48: è allora che Israele ha distrutto circa 500 villaggi. Ora, i profughi ed i loro discendenti sono 4 milioni e mezzo. Nel '67, Israele ha inaugurato l'occupazione di Gerusalemme distruggendo le case davanti al Muro del Pianto: una donna non è riuscita a fuggire, ed è rimasta sepolta tra le macerie. La distruzione di case è insita al potere israeliano, ed alla cacciata dei palestinesi: è per questo che è essenziale combatterla. La sinistra israeliana riconosciuta arriva al Meretz, a Peace Now: Michel Waschawski (israeliano co-fondatore del centro di informazione alternativa AIC: http://www.alternativenews.org/; ndr) ed io non facciamo parte dell'insieme. In Israele mancano persino i termini per inquadrare e comprendere quel che scrive Avraham Burg, per il quale uno stato 'ebraico e democratico' è dinamite. Occorre far attenzione all'uso del linguaggio, delle definizioni. A Rafah, l'esercito israeliano (IDF) ha sostenuto di aver distrutto 52 case. Chris McGreal, del Guardian, ha sostenuto che erano centinaia. Il problema è come l'IDF ha fatto i conti: e case di cui erano restate le fondamenta e due pilastri non erano state definite 'distrutte'.
Si stanno distruggendo le culture palestinesi”.

[…]

leggi tutto:

http://www.rete-eco.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1886:diario-di-viaggio-in-palestina&catid=1:rete-eco&Itemid=25

http://www.unacitta.it/pagineinternazionalismo/Canarutto.html

lunedì 16 giugno 2008

1948 – 2008 Sessanta anni di distruzione della Palestina


Incontro – dibattito con:
Ismat Shakshir e Yousef Habash
Health Work Commitees (HWC ) - Palestina

Lunedì 23 giugno ore 19,30
Bottega del Mondo Ex-Aequo
Via Altabella 7/a (angolo via Fossalta) – Bologna

L’occupazione dei territori palestinesi comporta nella popolazione palestinese condizioni di vita in cui sono negati i diritti umani più elementari ed una situazione sanitaria devastata ed appannaggio dei capricci degli occupanti. L’HWC (Health Work Committees; http://www.hwc-pal.org/) è una ONG palestinese impegnata nel promuovere e potenziare l’autoderminazione del popolo palestinese mediante la difesa dei diritti, in particolare del diritto alla salute fornendo servizi sanitari e di formazione in ambito medico accessibili a tutti, soprattutto ai più poveri ed emarginati. L’HWC gestisce 14 centri sanitari in Cisgiordania, promuove e coordina programmi e progetti anche di cooperazione internazionale.

"Se sei venuto per aiutarmi stai perdendo il tuo tempo. Ma se sei venuto perché la tua liberazione è legata alla mia, allora lavoriamo insieme"
If you have come to help me, you are wasting your time. But if you have come because your liberation is bond up mine, then let us work together.

domenica 1 giugno 2008

I palestinesi insegnano ...anche strangolati dal'occupazione

Permacultura in Palestina
di Marinella Correggia
il Manifesto, 31 maggio 2008

I duemilaseicento abitanti di Marda, nella regione Salfit a nord di Gerusalemme, vivono all'ombra di Ariel, uno dei principali insediamenti di coloni nella West Bank. Il villaggio e i suoi abitanti hanno perso metà della terra nella costruzione di Ariel e continua a perderne a causa del muro. La penuria in denaro da parte della comunità locale è tale che le due scuole sono state chiuse per mesi, di recente. Sono all'ordine del giorno incursioni armate, restrizioni nei movimenti, carenze idriche mentre gli orti di Ariel sono lussureggianti. L'impressione è che il villaggio sia a poco a poco ma sistematicamente strangolato, le sue risorse annesse agli insediamenti. Insomma fare agricoltura in una zona simile è sempre più difficile. Ancora più particolare è che lì esista e lavori un centro di permacultura come la Marda Permaculture Farm, avviata da Murad Al Khuffash. La permacultura, cos'è? Una filosofia molto pratica che progetta insediamenti umani imitando il più possibile gli ecosistemi naturali. L'obiettivo è ripristinare sistemi produttivi umani e naturali equilibrati e stabili, in grado di automantenersi e rinnovarsi con bassi input di energia. Il concetto di permanenza in economia fu sviluppato dall'economista gandhiano J.C. Kumarappa. La permacultura come modello agricolo fu sviluppata alla fine degli anni 70 dall'australiano Bill Mollison. Comprende la produzione di alimenti, fibra ed energia, creando cicli naturali e favorendo le relazioni sinergiche fra gli elementi. Si applica anche alla progettazione di comunità e sistemi economici. Insomma soluzioni pratiche ai problemi con i quali ci si confronta a livello globale. Policolture, pacciamature, concimazioni verdi, la vita del suolo favorita cercando l'equilibrio per evitare infestazioni o malerbe, coltivazioni senza lavorazione della terra, tutto per la transizione verso una agricoltura veramente rigenerativa. Ciò si accompagna alla raccolta dell'acqua piovana, al riciclo dei rifiuti e dei nutrienti domestici e locali, al compostaggio anche delle deiezioni umane, alle autocostruzioni con pietra, terra, paglia, pneumatici. Comunità, auto-conoscenza con gli altri, lavoro in gruppo completano il quadro. Insomma, prendersi cura della terra, condividere le risorse, prendersi cura della gente sono considerati i principi etici di fondo. Molti ecovillaggi in giro per il mondo fondano la loro organizzazione materiale e sociale su questi principi. Il bello è che Murad li sta applicando anima e braccia nella Marda Permaculture Farm. «Ci sono diversi modi di lottare contro l'occupazione; il mio è diffondere la permacultura», dice Murad Al Khuffash. Nel contesto palestinese con meno terra e meno acqua di prima a causa degli insediamenti israeliani, la sfida è non solo resistere ma riuscire a realizzare un'agricoltura intensiva su piccole superfici. Ottimizzando le risorse e l'organizzazione del lavoro ci si può riuscire, ci sono esperienze di orti che in pochi metri quadrati nutrono un'intera famiglia. La Marda Farm con poche risorse a disposizione - alcune raccolte a livello internazionale dallo storico agroecovillaggio pacifista internazionalista The Farm, nato negli Usa negli anni 70 - sta organizzando corsi pratici per piccoli coltivatori e abitanti dei 22 villaggi dell'area Salfit. Il primo obiettivo è riconnettere le persone con la terra, la terra che rivendicano come popolo, e ridurre non solo la povertà nella regione ma anche la dipendenza da Israele. La permacultura per principio si plasma sulle situazioni locali. Nel caso specifico, i seminari riguardano il «disegno» di orti e frutteti biointensivi (l'impostazione iniziale è fondamentale), il compostaggio, la protezione ecologica delle colture, il mantenimento dei tradizionali terrazzamenti palestinesi. Ma anche la raccolta e il risparmio dell'acqua, la depurazione e riuso delle acque grigie, l'autoproduzione di energia per scopi agricoli e domestici, la conversione dei rifiuti in risorsa, la costruzione di case con materiali naturali dell'area come pietre, argilla e paglia.

PER SOSTENERE IL VILLAGGIO DI MARDA:


acquista il libro "L'occupazione - Vivere in Palestina"
reportage fotografico di M. Trotter e P. Luzzati



Condizioni disumane di vita nella striscia di Gaza



Desmond Tutu: "Ho pianto davanti a Gaza in rovina"
Intervista di Umberto De Giovannangeli a Desmond Tutu, Premio Nobel per la Pace e simbolo della lotta all’Apartheid (Unità del 30 maggio)

"…«Quello in atto da mesi e mesi a Gaza è un assedio illegale; il blocco costituisce una violazione flagrante dei diritti umani ed è contrario agli insegnamenti delle sacre scritture, cristiane ed ebraiche e della tradizione ebraica di adoperarsi per i più deboli. Faccio davvero fatica a trovare le parole adatte per descrivere ciò che abbiamo visto e inteso. Di certo, tutto ciò è inaccettabile. La cosa più inconcepibile e mai giustificabile, è quello che si sta facendo ad un popolo per garantire la propria sicurezza (di Israele). Ciò che ho visto mi ricorda molto quello che accadeva a noi neri in Sudafrica, durante l’apartheid. Non mi riferisco solo a Gaza. Ricordo ancora un mio precedente viaggio in Terra Santa. Ricordo come se fosse oggi l’umiliazione dei palestinesi ai check points e ai blocchi stradali, soffrivano come noi quando i giovani poliziotti bianchi ci impedivano di circolare»…".
http://www.forumpalestina.org/news/2008/Maggio08/31-05-08DesmondTutu.htm
Sessant’anni dopo la Nakba - L’assedio di Gaza distrugge l’ambiente
di Motasem Dalloul giornalista indipendente a Gaza
"…Punizione collettiva
Secondo Zekra Ajjour, un attivista per i diritti umani a Gaza, "Tutte queste azioni sono considerate violazioni degli accordi e delle dichiarazioni dei diritti umani”."Queste azioni violano la Quarta Convenzione di Ginevra, poiché sono considerate una punizione collettiva", ha detto. Distruggere l'ambiente di Gaza è anche una violazione della Dichiarazione di Stoccolma del 1972 che afferma "L’uomo ha il diritto fondamentale ad un ambiente di qualità che permetta una vita dignitosa e sana"Rispetto all'ambiente, la Dichiarazione dice, "Le risorse naturali della terra, incluse aria, acqua, terra, flora e fauna e specialmente esemplari rappresentativi di ecosistemi naturali devono essere salvaguardati per il beneficio delle presenti e future generazioni."Ajjour ha aggiunto che l'ONU pubblicò una Risoluzione Speciale, 52/20/1997 che dice che Israele come potenza occupante non deve privare o danneggiare le naturali risorse nei Territori occupati palestinesi e che i palestinesi hanno il diritto di chiedere risarcimenti se questo dovesse accadere…".

martedì 20 maggio 2008

Ricordare il 1948 e guardare al futuro


di Ali Abuminah
Sulla Nakba, un commento di Ali Abuminah, co-fondatore di Electronic Intifada e autore di «One Country: a bold proposal to end the israeli-palestinian impasse». Questo commento, in una versione più ampia è apparso sul Sydney Morning Herald, ed è stato tratto da ZNet.

In questo mese Israele celebra il sessantesimo anno della sua fondazione. Ma confuso alle festività, che comprendono anche visite di personalità e politici internazionali, c’è un profondo senso di disagio. Israele ha nel suo armadio molti scheletri che ha cercato in tutti i modi di nascondere. E per il proprio future nutre un’ansia talmente profonde da far dubitare a molti israeliani che sarà possibile celebrare il suo ottantesimo compleanno. L’Israele ufficiale continua a essere completamente dimentica del fatto che la sua nascita è inestricabilmente legata alla quasi distruzione di una vibrante società e di una vivace cultura palestinese esistite fino a quel momento. E’ un problema comune per gli stati di coloni. Stati uniti, dove vivo, si sono resi conto che perfino il passaggio di secoli non può assolvere una nazione dal confronto con i crimini commessi al momento della sua fondazione. Come ha notato lo storico israeliano, e ostinato sionista, Benny Morris nel 2004, «uno stato ebraico non sarebbe potuto nascere senza lo sradicamento di 700 mila palestinesi. E quindi era necessario sradicarli». Morris prosegue: «Ci sono circostanze della storia che giustificano la pulizia etnica». Se uno, però, non è pronto a giustificare apertamente la pulizia etnica, ci sono solo due opzioni: negare la storia e trovare conforto in una versione edulcorata, che dipinge Israele come un insieme di coraggiosi pionieri, ispirati dalla divinità, in un deserto vuoto di indigeni e minacciato da nemici esterni; oppure affrontare le conseguenze e appoggiare l’enorme sforzo di cambiamento necessario a produrre la pace e la giustizia. I palestinesi in tutto il mondo stanno commemorando l’inizio della nostra continua tragedia, ma siamo anche pronti a guardare al futuro. Siamo a un importante punto di svolta, nel quale due cose stanno accadendo contemporaneamente. Primo, nonostante le rituali dichiarazioni di appoggio internazionale, la soluzione dei due stati è scomparsa, mano mano che i palestinesi in Cisgiordania e a Gaza vengono rinchiusi in riserve murate, circondate dagli insediamenti isralieni e attraversate da strade riservate ai coloni – una situazione che somiglia ai bantustan del Sudafrica dell’apartheid. Secondo, nonostante gli sforzi israeliani per mantenere sotto controllo i palestinesi, la popolazione palestinese è sul punto di superare i cinque milioni di ebrei israeliani. Oggi ci sono 3 milioni e mezzo di palestinesi in Cisgiordania e a Gaza, e c’è un milione e mezzo di palestinesi che sono formalmente cittadini israeliani. A volte definiti «arabi israeliani», i palestinesi in Israele sono sempre più insofferenti del loro status di cittadini di seconda classe, in uno stato ebraico che li considera come una quinta colonna ostile. Mentre i palestinesi israeliani chiedono uguali diritti in uno stato per tutti i suoi cittadini, alcuni politici israeliani ebrei minacciano di espellerli in Cisgiordania, a Gaza o ancora più lontano. Le proiezioni demografiche ufficiali dicono che i palestinesi, a causa del loro tasso di natalità più alto, nel 2025 supereranno gli israeliani ebrei di due milioni e sebbene pochi nella comunità internazionale se ne siano resi conto, una separazione chirurgica tra queste due popolazioni è diventata impossibile. I leader israeliani si rendono conto della situazione. Il primo ministro Ehud Olmert a novembre scorso ha detto: «Se la soluzione dei due stati dovesse fallire, e ci trovassimo di fronte a una campagna stile Sudafrica per l’uguaglianza dei diritti, allora, in quel momento, lo stato di Israele sarebbe finito». La campagna è già cominciata, man mano che sempre più palestinesi si rendono conto che avere uno stato è irrealistico e discutono se adottare la soluzione di uno stato solo, che possa offrire a israeliani e palestinesi uguali diritti in una terra condivisa. La buona notizia è che la fine dell’apartheid non ha causato il disastro che molti temevano ma è stata anzi l’inizio di una nuova era per tutti.
da Electronic Intifada http://electronicintifada.net/, http://electronicintifada.net/v2/article9556.shtml

sabato 17 maggio 2008

60 anni di Nakba

Mudalala Akel, 86, ha vissuto come rifugiata a Gaza da quando la sua famiglia è stata forzata a lasciare la sua casa in Palestina durante la Nakba nel 1948. Akel ha ancora la chiave della casa della sua famiglia, maggio 2008. (Wissam/MaanImages) http://electronicintifada.net/v2/article9542.shtml


Dal Sudafrica un aperto diniego all'invito di Israele di celebrare i 60 anni di "indipendenza"

L'8 maggio 2008, l'ambasciata di Israele in Sud Africa celebrerà 60 anni di "indipendenza". Il Segretario Generale (del Partito Comunista Sudafricano - SACP, ndt) Blade Nzimande è stato invitato. All'ambasciatore israeliano, evidentemente, non deve essere noto il nostro punto di vista riguardo il significato di queste celebrazioni, da cui discende un'occupazione criminale che genera enormi sofferenze per i palestinesi. A titolo di promemoria ecco cosa abbiamo sostenuto a riguardo in innumerevoli occasioni, anche in una lettera aperta a Sua Eccellenza l'Ambasciatore Ilan Baruch.
1. Israele continua a praticare l'apartheid, persegue politiche razziste, oppressive e di genocidio nei confronti dei palestinesi in spregio delle risoluzioni delle Nazioni Unite e del diritto internazionale che chiedono di cessare l'occupazione e il ritiro da tutti i territori per consentire la coesistenza pacifica dei popoli israeliano e palestinese.
2. Contrariamente alle affermazioni su pace, prosperità e sicurezza con i palestinesi e gli Stati arabi vicini, Israele si comporta da gendarme del Medio Oriente, ai cui fini si sono uniformati i maggiori circoli imperialisti del mondo con il fine di portare più guerre, militarismo, violenza, tortura e repressione anti-democratica: tutte azioni queste autorizzate e sostenute dai maestri dell'imperialismo, gli Stati Uniti.
3. Le celebrazioni per la cosiddetta Indipendenza costituiscono un atto di accusa a Israele per i gravi danni sociali, politici e le conseguenze umanitarie dell'occupazione.
4. Gli israeliani sono colpevoli della spogliazione di un popolo, praticata attraverso atti criminali, l'omicidio, la tortura, l'esilio di milioni di profughi palestinesi, l'espansione degli insediamenti e la creazione di campi di prigionia per palestinesi. I
Il SACP sostiene il diritto dei palestinesi all'autodeterminazione e alla creazione di uno Stato indipendente e sovrano entro i confini del 1967 con Gerusalemme capitale, oltre al diritto di rientro dei profughi palestinesi. Brindare con l'occupante sionista equivale a tradire il popolo palestinese e la sua giusta aspettativa di vivere una vita dignitosa in condizioni di totale decolonizzazione e libertà. Perciò decliniamo apertamente questo invito e desideriamo ribadire la nostra piena solidarietà e il nostro sostegno al popolo palestinese all'autodeterminazione e a vivere in uno Stato indipendente e sovrano. Lavoreremo in piena armonia con gli israeliani e la comunità ebraica sudafricana e gli obiettori di coscienza in Israele che intendano con noi coordinare azioni di solidarietà per i palestinesi e per sconfiggere l'ideologia di apartheid razzista del sionismo.
Per i palestinesi è giunta l'ora della libertà!
Traduzione dall'inglese per http://www.resistenze.org/ a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare


Questo è il volantino scritto in italiano e in inglese che è stato distribuito durante il blitz sulla piazza del Campidoglio a Roma che ha visto comparire una grande bandiera palestinese lì dove una settimana fa era stata issata e festeggiata la bandiera israeliana.

15 maggio 1948-15 maggio 2008

NAKBA
Imparate questa parola. Per i palestinesi significa “Catastrofe”
Sessanta anni fa le truppe e i coloni israeliani occupavano gran parte dei territori che l’ONU aveva assegnato ai palestinesi per edificarvi il loro stato. Centinaia di villaggi palestinesi venivano distrutti, centinaia furono i morti e i feriti, 750.000 palestinesi venivano espulsi rifugiandosi nei campi profughi in Libano, Giordania, Siria, Iraq, Cisgiordania, Gaza. La pulizia etnica cacciò via i palestinesi, gli confiscò case, terre, fonti d’acqua, lasciandoli come profughi, confinando non erano stati cacciati in zone sottoposte a controllo militare israeliano o all’interno dello stesso stato di Israele ma come cittadini di serie B. Dopo sessanta anni il popolo palestinese aspetta ancora verità, giustizia e rispetto per i propri diritti. E’ tempo che la comunità internazionale li riconosca e pretenda da Israele il rispetto della legalità indicata da decine di Risoluzioni dell’ONU e dal diritto internazionale. Oggi in molte città italiane, in Palestina e in molti paesi del Medio Oriente si stanno tenendo manifestazioni simili a questa che stiamo realizzando qui a Roma.
Senza giustizia non ci sarà mai pace in Palestina, in Israele e in tutto il Medio Oriente

mercoledì 14 maggio 2008

60 anni di Nakba


15 maggio - RICORDARE LA NAKBA


In occasione della commemorazione dei 60 anni della catastrofe (Nakba) giovedì 15 maggio i palestinesi nei Territori Occupati osserveranno un minuto di silenzio dopo la preghiera di Mezzogiorno. Poi il canto di tutti i Muezzin e, si spera, le scampanate di molte chiese, che daranno il via alle azioni principali: ai check point di Qalandya, presso Ramallah (dove vi è anche uno dei più miseri campi profughi) e Betlemme (dove i campi profughi sono ben tre a pochi chilometri di distanza, circondati dalle sempre più fiorenti colonie). Nello specifico un nutrito gruppo di attivisti che si è nominato: Justice is the key to tomorrow, sta organizzando il lancio di 21.915 palloncini neri, (numero risultante dalla moltiplicazione dei giorni di un anno per 60 anni) con l’intento di tingere di nero il cielo delle celebrazioni israeliane. A ciascuno di questi palloncini sarà legata una lettera di una bambina o bambini palestinese, nella quale si potranno leggere i loro sogni e speranze.


Gli attivisti palestinesi invitano per il 15 di maggio a vestirsi di nero come segno di solidarietà.


Vi ricordiamo della mostra "60 anni di Nakba" presso la Sala Esposizioni del quartiere Santo Stefano.


lunedì 12 maggio 2008

Vuota la Fiera per Israele, piena la piazza per la Palestina. Grande vittoria politica

Vuota la Fiera per Israele, piena la piazza per la Palestina. Grande vittoria politica



Una manifestazione ampia e vivace ha attraversato le vie di Torino, a suggello della campagna Free Palestine di boicottaggio della Fiera del Libro 2008 e della sua infausta scelta di dedicare l'annuale edizione della kermesse allo stato di Israele come "ospite d'onore". La manifestazione, composta da delegazioni nazionali (da tutta Italia) e internazionali (Svizzera, Francia, Israele) ha mostrato in maniera molto chiara di sapere "da che parte stare": contro gli inchini ai poteri forti, con le ragioni di chi resiste al (neo)colonialismo di marca imperiale, ricordando che "non c'è nulla da celebrare" per uno stato criminale fondato sulla rimozione di un altro popolo e una pratica continua di pulizia etnica e regime istituzionalizzato di apartheid L'Assemblea Free Palestine e il Forum palestina ritrngono di aver raggiunto i propri obiettivi nella misura in cui ha imposto un dibattito pubblico a livello nazionale sulle ragioni del boicottaggio contro quelle della resa. A conferma di un successo annunciato dall'intensità della polemica, l'inflessione pesante nel numero delle visite, già evidente nei giorni inaugurali, pesante in questo sabato-giorno clou della kermesse.
Il serpentone era aperto da una bandiera palestinese lunga dieci metri e larga quattro, sostenuta da una quindicina di persone. Tanti i partecipanti, un centinaio le organizzazioni che hanno aderito. Subito dopo il vessillo palestinese, uno striscione mostrava le immagini del conflitto israelo-palestinese, con scritto «Boicotta Israele, sostieni la Palestina». C'era anche una gigantografia con il rogo delle bandiere di Israele e degli Stati Uniti in piazza a Torino il 1° maggio e la frase «Israele non è un ospite d'onore».Il corteo ha attraversato i quartieri popolari di San Salvario, Nizza Millefonti e Lingotto, riuscendo a comunicare le proprie ragioni con gli abitanti, nei giorni precedenti pesantemente spaventati da una campagna mediatica di isteria e terrorismo psicologico, mirante a descrivere una giornata di zone rosse, e scontri. Un'operazione non riuscita, grazie alla presenza degli abitanti del quartiere e di numerosi esercizi commerciali che hanno scelto di non aderire all'appello allarmista alla chiusura.Alcuni di loro hanno addirittura voluto esprimere dal furgone del corteo il proprio dissenso alla cappa di paura imposta da media, politici e questura. Gli abitanti del quartiere invece di farsi intimorire dall'invito a rimanere barricati nelle proprie case, hanno accolto il corteo e l'hanno rimpolpato di persone, portando a 8000 le 5000 presenze iniziali.
Gli interventi di lungo tutto il corteo hanno ribadito le parole d'ordine della mobilitazione per un "2008 anno della Palestina". Dai microfoni hanno parlato i vari soggetti che hanno promosso la campagna e organizzato la manifestazione.Oltre alla foltissima presenza di centri sociali antagonisti, organizzzazioni di solidarietà internazionale, sindacati di base e la comunità palestinese, significativa e molto apprezzata la presenza di Ebrei contro l'occupazione, che hanno accompagnato il corteo con interventi e testimonianze durante e alla fine del percorso.
Imponente la presenza delle forze dell'ordine: polizia, carabinieri e guardia di finanza che hanno letteralmente blindato con più di 1000 uomini, il perimetro del Lingotto Fiere, bloccando con vari reparti antisommossa tutte le vie di accesso ad un 'evento che continua a pretendersi "culturale" nonostante l'elmetto indossato.
La manifestazione si è infine conclusa dove aveva preteso di arrivare, a un centinaio di metri dall'ingresso del Salone, con una serie di interventi che hanno ricordato le ragioni - molto politiche - di un evento "culturale" e del suo boicottaggio. A Torino non c'era invece Fausto Bertinotti che proprio sabato avrebbe dovuto partecipare ad un convegno alla Fiera. Il leader di Rifondazione Comunista ha deciso di annullare l’appuntamento, considerando che già il 1 maggio era stato duramente contestato dagli organizzatori del corteo Free Palestine.
www.forumpalestina.org

venerdì 2 maggio 2008

iol 10 maggio in piazza a torino

Il 10 maggio in piazza a Torino per non rendere l'Italia complice del politicidio dei palestinesi
di Sergio Cararo*

Sabato 10 maggio a Torino ci sarà una manifestazione nazionale che metterà al centro due questioni: la libertà per la Palestina e il suo popolo e la contestazione della decisione di avere come ospite d'onore lo stato di Israele nell'edizione di quest'anno della Fiera del Libro.Sulla inopportunità di questa scelta "politica", che celebra i sessanta anni della nascita dello Stato di Israele, ma occulta la speculare pulizia etnica ai danni della popolazione palestinese (la Nakba) e la negazione fattuale della nascita di uno Stato di Palestina sei decenni fa, è stato scritto molto e roventi sono state le polemiche in tutti gli ambiti politici, culturali, editoriali del nostro paese.Appelli che hanno chiesto per tempo la revoca di questa vergognosa decisione sono stati sottoscritti da intellettuali italiani e stranieri, da scrittori arabi, palestinesi e israeliani, finanche da editori e case editrici. Alla Fiera mancheranno decine di autori arabi, palestinesi e israeliani progressisti, ma la direzione della Fiera del Libro è stata irremovibile. Cosa spiega e cosa manda a dire questa pervicace rivelazione della "superfluità" dei palestinesi in un evento culturale come la Fiera del Libro?1. Questa ostinazione ci manda a dire che la questione palestinese non è più solo una seccatura messa in liquidazione dal dibattito politico e dalla coscienza democratica di questo paese, ma che si sta consumando sotto i nostri occhi quello che è stato opportunamente definito come il "politicidio dei palestinesi".In questi anni, abbiamo visto i nostri giornali e i nostri programmi televisivi ospitare ripetutamente tutti i soggetti della vita politica e culturale israeliana. Editoriali, interviste, lettere, commenti hanno dato concretezza al progetto di rendere Israele uno stato "normale", con la sua dialettica e le sue asprezze interne. Questa campagna ha potuto godere anche di una indulgenza straordinaria. Se un qualsiasi scrittore avesse detto che "non vorrebbe mai avere come vicino di casa un arabo" sarebbe stato – giustamente – contraddetto dalla comunità democratica, ma nulla di tutto questo è accaduto per le affermazioni di Abraham Yoshua in una intervista ad un importante quotidiano italiano. Alla luce di quanto abbiamo visto e letto in questi anni, è difficile pensare che la "promozione del prodotto Israele" non abbia avuto sponsorizzazioni e incentivi di un certo rilievo. 2. Al contrario, se monitoriamo i giornali e i programmi televisivi di questi anni, niente di simile è stato realizzato sul versante palestinese, eppure anche lì non mancano certo scrittori, poeti, intellettuali, giornalisti, storici e voci critiche che possano dare l'idea di una società vivace e articolata per quanto ancora sotto occupazione militare e coloniale. I palestinesi sono scomparsi come soggetto dell'agenda politica italiana ed internazionale e sono scomparsi dal dibattito culturale per ricomparire solo come "miliziani", o come vittime senza mai l'onore di un nome, di un cognome, di una storia, di un volto o nelle vesti di dirigenti incerti e inaffidabili come i soloni di Ramallah. In sostanza i palestinesi sono stati annichiliti nella loro identità politica e culturale così come le truppe e i coloni israeliani ne annientano e ne condizionano la vita, la terra e la libertà. 3. I più cinici affermano che la colpa è loro che hanno scelto di continuare una lotta di liberazione disperata, i più raffinati liquidano la "seccatura palestinese" con poche frasi di circostanza (due popoli-due stati, negoziato israelo.palestinese) completamente depotenziate dalla realtà dei fatti e dalla situazione concreta sul campo. Ecco, questo è il politicidio che anche la comunità democratica in Italia e in Europa sta perpetrando contro i palestinesi e che l'organizzazione della Fiera del Libro dedicata a Israele riassume e manifesta esplicitamente. 4. I richiami moralistici contro il boicottaggio verso gli apparati politici, ideologici, militari ed economici di Israele diventano quantomeno risibili. Il boicottaggio è stato e resta un'arma a disposizione della società civile per contrastare l'azione di governi e stati che violano i diritti umani e la legalità internazionale. E' assurdo verificare come l'Italia aderisca all'embargo contro lo Zimbabwe, Gaza, l'Iran mentre non adotta sanzioni contro Israele che porta responsabilità assai più pesanti sul piano delle violazioni dei diritti dei palestinesi o su un assetto legislativo interno che configura un sistema legale (e non limitato al pregiudizio) di discriminazione e apartheid.L'obiezione non può essere sul target rappresentato dalla Fiera del Libro (e allora perché le Olimpiadi sì?), semmai la vera obiezione è che l'Italia avrebbe dovuto e potuto revocare l'accordo di cooperazione militare con Israele e il vergognoso embargo contro i palestinesi di Gaza. La sinistra al governo ha avuto due anni di tempo e 150 parlamentari a disposizione per dotarsi di una forte iniziativa politica in questa direzione….ma non ha trovato il tempo né la voglia di farlo. 5. Oggi il nuovo governo Berlusconi annuncia di voler essere il migliore alleato di Israele in Europa e le lobby filo-israeliane in Italia si sono schierate con la destra. La manifestazione del 10 maggio sarà anche la prima manifestazione pubblica contro le scelte di politica internazionale del governo delle destre. Sbaglia clamorosamente chi sottovaluta tutto questo, i risultati delle elezioni dimostrano che queste ripetute sottovalutazioni hanno provocato la dissoluzione della sinistra nel nostro paese.La manifestazione nazionale del 10 maggio a Torino e la campagna "2008 anno della Palestina", intendono mettersi di traverso rispetto a tale scenario e riaffermare che la comunità democratica nel nostro paese non può permettersi di rendersi complice del politicidio dei palestinesi, neanche con una Fiera del Libro concepita e organizzata con tale presupposto. ·

*Forum Palestina
http://www.forumpalestina.org/

martedì 29 aprile 2008

boicottare la fiera del libro di torino

comunicato stampa28 aprile 2008 Bologna

Boicottare la fiera del libro di torino

Esprimiamo solidarietà ai collettivi universitari che in questi giorni stanno organizzando iniziative sulla questione palestinese all'Università di Bologna, in merito al boicottaggio della fiera del libro di Torino. Appoggeremo le iniziative di protesta del movimento studentesco in merito alla decisione del rettore di vietare momenti di approfondimento dentro gli spazi universitari.Questo boicottaggio è nato per dire no alla sceltà di dedicare un appuntamento cosi presitigiso per la cultura ad uno stato segregazionista come quello israeliano. Il boicottaggio sostenuto da intellettuali arabi e ebrei, serve per impedire che si celebri la politica di uno stato ch erige muri, terrorizza e affama la popolazione palestinese. Una simile campagna di boicottaggio si sarebbe avuta anche se la Fiera avrebbe voluto dedicare l'evento a un qualsiasi stato che pratica la discriminazione in modo sistematico. Si sarebbe boicottato il Sud Africa segregazionista dei bianchi anni fa, nel medesimo modo in cui oggi lo si fa ai danni di Israele. Il Comitato Palestina di Bologna, organizzerà una iniziativa pubblica sul boicottaggio della fiera del libro di torino per il 5 maggio, alle ore 21.00 presso la sala del consiglio del quartiere San Vitale in vicolo bolognetti n.2, dove interverra Shokri Hroub una dei responsabili nazionali dell'UDAP, unione democratica arabo palestinese, una associazione della sinistra palestinese in Italia. Per il corteo di Torino, del 10 maggio, il comitato palestina, organizzera un pluman per la partecipazione da bologna (prenotazioni al tell: 051 389524 ).La manifestazione di torino del 10 maggio sarà una forma concreta di opposizione alle politiche esterne del nuovo gorverno Berlusconi e per dire no alla politica segregazionista dello stato di Israele

Comitato Palestina Bologna

domenica 9 marzo 2008

Mostra e presentazione del libro "L'occupazione - vivere in Palestina"

Dal 10 marzo al 10 aprile a Bologna saranno esposte le foto della mostra"l'OCCUPAZIONE - vivere in PALESTINA", di Michele Trotter, e Pietro Luzzati che testimoniano le assurdità dela vita quotidiana nei territorioccupati palestinesi.
La mostra sarà itinerante tra alcuni quartieri diBologna (Saragozza, Borgo Panigale, San Vitale).q
Le immagini della mostra sono state raccolte in un libro curato dal Comitatodi Solidarietà con il Popolo Palestinese di Torino e dalla Rete ECO (Ebreicontro l'Occupazione). Il libro verrà presentato a Bologna il 10 aprilepresso il Centro Amilcar Cabral.
Nella serata di presentazione del libro interverranno: Marcella Emiliani, docente dell'Università di Bologna,esperta di storia e politica del medioriente; Sami Hallac presidente delComitato di Solidarietà con il Popolo Palestinese di Torino, associazioneimpegnata da anni nella promozione e gestione di progetti di solidarietà;Paola Canarutto del Comitato Esecutivo di European Jews for Just Peace(EJJP) e coordinatrice di Ebrei Contro l'Occupazione - Italia (ECO).
Il ricavato della vendita del libro servirà per finanziare un progetto permigliorare le condizioni sanitarie di Marda, un villaggio a nord dellaCisgiordania imprigionato tra il Muro e numerosi posti di blocco che rendonoquasi impossibili gli spostamenti per raggiungere le scuole, i posti dilavoro e l'ospedale più vicino.
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