“Abbiamo un paese che è di parole. E tu parla, che io possa fondare la mia strada pietra su pietra.
Abbiamo un paese che è di parole, e tu parla, così che si conosca dove abbia termine il viaggio.”

Mahmud Darwish

domenica 28 settembre 2008

Salt of this Sea

Lunedì 29 settembre ore 17,45
Cinema Lumiére - via Azzo Gardino, 65 - Bologna
replica del film
SALT OF THIS SEA di Annemarie Jacir
(Palestina-Belgio-Francia-Svizzera-Spagna/2008)
Versione originale sottotitoli italiani
"Esordio nel lungometraggio della regista, scrittrice e produttrice palestinese Annemarie Jacir, Salt of this Sea è stato presentato quest’anno al festival di Cannes nella sezione "Un certain regard". Una giovane residente a Brooklyn fa ritorno in Palestina, terra d’origine dalla quale la sua famiglia era stata costretta a emigrare nel 1948: il film testimonia l’impatto con una realtà non semplice da affrontare, mentre il percorso della protagonista e quello dell’autrice sembrano a tratti intrecciarsi."
Un film che ci fa scontrare con le umilizioni imposte ai palestinesi dall'occupazione israeliana e ci consente di attraversare bellissimi paesaggi dall'entroterra al mare, da Ramallah, Gerusalemme, Haifa, Jaffa al villaggio di Dawayima completamente distrutto nel 1948 ed a cui il film è dedicato.

venerdì 26 settembre 2008

Lo stoccaggio di un "popolo di troppo" - i palestinesi

di Jeff Halper (http://www.icahd.org)

Il ritmo dei cambiamenti sistemici in quell'entità indivisibile, conosciuta come Palestina/Israele, è così rapido da superare, quasi, la nostra capacità di tenercene al corrente. La campagna deliberata, e sistematica, per cacciare i palestinesi dal Paese, nel 1948, è stata rapidamente dimenticata; la triste situazione di più di 700.000 profughi è divenuta qualcosa di invisibile, che neanche si pone come problema. Al contrario, un Israele impavido, europeo e “socialista” è diventato il beniamino di tutti, sinistra radicale compresa, eclissando completamente la pulizia etnica che aveva reso possibile creare lo Stato.

Allo stesso modo, l'occupazione da parte di Israele, nel 1967, della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e di Gaza è rimasta un problema virtuale, che nemmeno si è posto, fino allo scoppio della prima Intifada, alla fine del 1987. L'unica parte del conflitto ad apparire sul radar pubblico è stata l'equazione fra palestinesi e terrorismo. [...]
Il ragionamento più efficace, contro la lotta palestinese, è l'idea, assai diffusa, che Arafat, a Camp David, abbia rifiutato la “generosa offerta” di Ehud Barak. Nell'interpretazione scompaiono i fatti reali: che non vi è mai stata una “generosa offerta”, e che, persino se Barak avesse proposto il 95% dei Territori Occupati - come Olmert ha di recente “offerto” il 93% -, uno stato palestinese costituirebbe poco più di un bantustan sudafricano tronco, economicamente non autosufficiente, su meno del 20% della Palestina storica. Tutto ciò che resta è la ri-demonizzazione di Arafat. Che Sharon abbia in seguito imprigionato il presidente palestinese in una stanza buia di un quartier generale demolito, eliminandolo politicamente, e, credo, pure fisicamente, non ha in pratica suscitato opposizioni, e neppure critiche, nella comunità internazionale.
[...]
La legge internazionale, infatti, definisce l'occupazione “una situazione militare temporanea”. L'aver istituito più di 200 colonie ed avamposti per soli ebrei nei Territori Occupati, organizzati in sette grandi “blocchi”, tutti legati inestricabilmente all'Israele propriamente detta da una rete massiccia di autostrade solo per israeliani, e, alla fine, la Barriera di Separazione, l'hanno resa permanente. Un indivisibile sistema di Israele, non più temporaneo o fondata sulla sicurezza, si è esteso fra il Mediterraneo e il Giordano. Chi di noi era risolutamente deciso a vedere ha scorto, davanti ai propri occhi, il vero: che ci si impegnasse o meno per una soluzione a due stati, l'Occupazione è stata trasformata in un sistema di APARTHEID PERMANENTE. Finora, è una realtà di fatto. Se il “Processo di Annapolis” funziona in base al piano israeliano, lo diventerà anche di diritto, venduto abilmente come una “soluzione a due stati”, e approvato da un leader collaborazionista palestinese. Nella realtà, tuttavia, Annapolis, non è importante. Israele sa che ne' i palestinesi, ne' la società civile internazionale accetteranno l'apartheid. La sua funzione è quella che si voleva avessero tutti gli altri “processi politici” degli ultimi quattro decenni: procrastinare ogni soluzione che richiederebbe da Israele concessioni significative, accordandole intanto la copertura politica ed il tempo per creare, sul terreno, fatti irreversibili.
La “Occupazione” da parte di Israele ha oltrepassato l'apartheid – termine che è divenuto superato quasi nel momento stesso in cui lo si è iniziato ad accettare, fra grandi proteste e strepiti. Ciò che si è sviluppato davanti ai nostri occhi – qualcosa che avremmo dovuto vedere, ma per il quale non avevamo termini di riferimento – è un sistema di stoccaggio, una situazione statica svuotata di ogni contenuto politico.
“Quel che Israele ha costruito”, sostiene Naomi Klein, nel suo nuovo e straordinario libro, The Shock Doctrine, "è un sistema, ... una rete di recinti a cielo aperto per milioni di persone, classificati come umanità eccedente.... I palestinesi non sono l'unico popolo al mondo ad essere stato categorizzato in questo modo.... Lo scartare dal 25 al 60 per cento della popolazione è stato il marchio di fabbrica della crociata intrapresa dalla Scuola [di Economia] di Chicago.... In Sud Africa, in Russia e a New Orleans, i ricchi costruiscono intorno a sé dei muri. Israele ha condotto ancora più avanti questo processo di rifiuto: ha costruito muri intorno ai poveri pericolosi” (p. 442).
I fatti israeliani sul terreno non sono altro che l'esprimere in modo fisico una linea che cerca di depoliticizzare, e quindi di normalizzare, il controllo esercitato. Lo scontro israelo-palestinese non è presentato come un conflitto che ha parti in causa ed una dinamica politica. È descritto, invece, come una “guerra al terrorismo”, una lotta con un fenomeno che elimina – o indica come irrilevante – ogni riferimento all'occupazione, che Israele ufficialmente nega di imporre. [...].
“Tenere in stoccaggio” è l'espressione migliore, anche se la più cupa, per quanto Israele sta attuando per i palestinesi dei Territori Occupati. È qualcosa di peggiore, per diversi motivi, dei bantustan sudafricani dell'era dell'apartheid. Le dieci “patrie”, economicamente non autosufficienti, istituite dal Sud Africa per la maggioranza africana nera sullo 11% soltanto del territorio del Paese erano, certo, un tipo di stoccaggio. Avevano lo scopo di fornire al Sud Africa manodopera a basso prezzo, liberandola della popolazione nera; questo rendeva possibile una “democrazia” dominata da europei. Questo è precisamente ciò a cui Israele mira - tramite un bantustan palestinese che comprende all'incirca il 15% della Palestina storica -, ma con un limite cruciale: ai lavoratori palestinesi non sarà permesso recarsi in Israele. Avendo scoperto una manodopera più a buon mercato - circa 300.000 lavoratori stranieri, importati da Cina, Filippine, Thailandia, Romania ed Africa Occidentale, con l'aggiunta dei propri cittadini arabi, mizrachi, etiopi, russi e dell'Europa dell'Est – Israele può permettersi di rinchiudere fuori i palestinesi, impedendo loro, nel contempo, di avere un'economia autosufficiente che sia la loro, legata senza ostacoli ai Paesi arabi circostanti. Da ogni punto di vista – storico, culturale, politico ed economico – i palestinesi sono stati definiti come una “umanità in sovrappiù”; l'unica cosa da fare con loro resta lo stoccarli, atto che la comunità internazionale, che se ne interessa, pare voler permettere ad Israele. Dal momento che lo stoccaggio è un problema globale, e che Israele ne presenta, pionieristicamente, un modello, quel che avviene ai palestinesi dovrebbe preoccupare chiunque. Potrebbe costituire un crimine interamente nuovo contro l'umanità, e come tale, dovrebbe essere soggetto alla giurisdizione internazionale dei tribunali del mondo, così come lo sono altre gigantesche violazioni dei diritti umani. In questo senso, la “Occupazione” israeliana ha implicazioni che oltrepassano di gran lunga un conflitto localizzato fra due popoli.
[...]
Guardare alla Palestina come ad un microcosmo di una più vasta realtà globale di stoccaggio ci rende capaci di identificare in modo più efficace gli elementi che compaiono altrove e di comprendere il modello che Israele sviluppa, per opporvisi meglio. In ogni caso, il nostro linguaggio, e l'analisi che questo genera, devono non solo essere onesti e privi di inutili riguardi: devono anche mantenersi al corrente delle intenzioni politiche e dei “fatti sul terreno”, che si espandono sempre più rapidamente.
Testo integrale su:
Tradotto da Paola Canarutto

Le imprese dell'Emilia-Romagna in missione in Israele

da
La missione imprenditoriale, in programma dal 25 al 27 novembre 2008, è organizzata da Confindustria Emilia-Romagna e dalla Regione Emilia-Romagna

Confindustria Emilia-Romagna e Regione Emilia-Romagna organizzano dal 25 al 27 novembre 2008 una Missione imprenditoriale in Israele nell'ambito di una importante missione nazionale promossa da Confindustria insieme ad ICE ed ABI.La missione nazionale, guidata dalla Presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, coinciderà con la visita di Stato del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Parteciperanno tra gli altri il Ministro allo Sviluppo economico Claudio Scajola, il Ministro degli Affari Esteri Franco Frattini, il Ministro alle Attività economiche israeliano e il Presidente della Regione Vasco Errani.«L'economia israeliana - ha affermato Sergio Sassi, Presidente Commissione Internazionalizzazione di Confindustria Emilia-Romagna - è per sua natura aperta al commercio internazionale e agli investimenti stranieri, che giocano un ruolo fondamentale nell'economia del Paese. La missione - ha sottolineato Sassi - si concentrerà su settori di particolare interesse per le nostre imprese: hi-tech, meccanica, elettronica, agroindustria, infrastrutture e trasporti, sicurezza, telecomunicazioni, energie alternative, beni di consumo. Come sistema Confindustria Emilia-Romagna, insieme alla Regione, svilupperemo progetti mirati alle esigenze delle piccole e medie aziende, nell'ottica di offrire loro specifiche occasioni di investimento e partnership».

La Regione Emilia-Romagna è a fianco di Confindustria in questa iniziativa nell'obiettivo di promuovere una serie di iniziative per favorire una più intensa collaborazione scientifica, tecnologica e industriale tra le imprese della nostra regione e quelle israeliane.

«Dal 2005 - ha affermato Ruben Sacerdoti, Responsabile del Servizio Sportello regionale per l'internazionalizzazione delle imprese della Regione Emilia-Romagna - abbiamo avviato un'intensa attività di scouting delle opportunità di collaborazione nel campo della R&S industriale con Israele, uno dei paesi al mondo più avanzati nella promozione del mix fra competenze tecnico-scientifiche e capacità di manageriali e finanziarie ASTER ha organizzato due missioni in uscita di ricercatori emiliano-romagnoli ed una in entrata, e ha garantito la partecipazione delle principali strutture della ricerca industriale israeliane a R2B. Oggi siamo pronti per fare un passo ulteriore: stiamo concordando direttamente con il Governo israeliano, nell'ambito dell'Accordo di collaborazione fra Italia e Israele del 2000, il lancio nel 2009 di un nuovo fondo di 800 mila euro per finanziare congiuntamente progetti di collaborazione fra imprese regionali e israeliane ad alta tecnologia. L'accordo sarà siglato a Tel Aviv durante la missione istituzionale di novembre».--

mercoledì 10 settembre 2008

APPELLO URGENTE DI ADDAMER


Detenzione amministrativa di Salwa Salah e Sara Siureh
Salwa Salah e’ nata il 10 novembre del 1991. Giovedi’ 5 giugno 2008 attorno alle 2 del mattino Salwa Salah (16 anni e mezzo) era in casa con la propria famiglia a Betlemme. All’improvviso qualcuno batte in modo molto violento sulla porta di casa. La madre di Salwa apre la porta e si trova di fronte a soldati israeliani e alla Israeli Security Agency (Agenzia di Sicurezza Israeliana, ISA). Un soldato donna che era presente dice a Salwa di vestirsi. Nel frattempo gli altri soldati interrogano la madre di Salwa e le chiedono di suo marito e dei suoi figli. Dopo aver interrogato anche Salwa il soldato donna la ammanetta, la benda e la prota di peso dentro ad una jeep militare.

Sara Siureh e’ nata il 20 novembre 1991. Giovedi 5 giugno 2008 attorno all’1 e 30 di notte Sara Siureh (16 anni e mezzo) era nella casa della sua famiglia con il marito a Betlemme. All’imprvviso sentono qualcuno battere violentemente sulla porta di casa. Il marito di Sara apre la porta e si trova di fronte a soldati israeliani ed agenti dell’ISA. Irrompono in casa ed un soldato donna girda a Sara di vestirsi dopodiche’ la trascinano fuori e la fanno salire su una jeep militare.

Le due ragazze sono cugine ed una di loro frequenta ancora la scuola. L’ISA ha affermato che le due ragazze sarebbero coinvolte in attivita’ militari. Sono state portate nella progione di Telmond e poi trasferite nella prigione di Ofer dove sono state interrogate per un ora. Nell’interrogatorio e’ stato chiesto loro che cosa facessero e se avessero dei contatti con qualche gruppo politico. Le ragazze non hanno confessato nulla. Dopo l’interrogatorio le due ragazze sono state riportate a Telmond e trattenute la per due giorni. La notte prima di essere portate di fronte alla Corte militare le ragazze sono state portate nella prigione di Ramle, scortate da una poliziotta. Piu’ tardi durante un incontro fra le ragazze e gli avvocati di ADDAMER e’ emerso che l’ufficiale di polizia ha mantenuto un comportamento brutale con le ragazze spingendole dentro la jeep militare e perquisendole in modo molto umiliante. Entrambe le ragazze sono ora nella prigione di Addamoun in Israele e sono trattenute assieme ad altre donne palestinesi arrestate. A nessuna delle due ragazze e’ stato permesso alcun contatto con la propria famiglia dal giorno dell’arresto, il 5 giugno 2008. Questa e’ la prima volta che delle ragazze minorenni vengono poste sotto regime di Detenzione Amministrativa. Per loro e’ stato stabilito un periodo di Detenzione Amminstrativa di 4 mesi che puo’ venire esteso per altri 6 mesi. Il regime di Detenzione Amministrativa puo’ essere rinnovato in modo indefinito. E’ stato presentato un appello contro questa decisione che pero’ e’ stato respinto. Il principio di proporzionalita’ ed il dovere di uno Stato di tenere in considerazione il benessere di un minore sono aspetti del diritto internazionale concernenti lo scopo, le limitazioni e le proibizioni nei processi sui minori. Le Regole per gli Standard Minimi stabilite dalle Nazioni Unite riguardo la giustizia per i giovani minorenni richiedono che ogni trattamento di un minore sottoposto ad arresto dovrebbe essere sempre “proporzionale sia alle circostanze dell’offesa che alla condizione del soggetto incriminato”. Un altro fondamentale principio del processo e’ che la privazione della liberta’, se viene praticata, debba essere utilizzata soltanto come ultima risorsa e per il piu’ berve periodo di tempo possibile (Art. 37b CRC). E’ evidente che questi principi non sono stati rispettati per queste due ragazze. La Corte non si e’ adeguata a questi standards legali stabiliti per la detenzione dei minori. Entrambe le ragazze non sono mai state in prigione prima.

Che cos’e’ la Detenzione Amministrativa?
Le autorita’ israeliane posso trattenere una persona in “Detenzione Amministrativa” per quanto desiderano. Non intendono portare questi detenuti di fronte ad un tribunale dichiarando che rappresentano un rischio per la sicurezza. Non informano i detenuti ne i loro avvocati sulle ragioni che spingono a considerare queste persone un rischio per la sicurezza. Le Detenzioni Amministrative vengono decise dal Comando Militare per periodi che possono durare fino a 6 mesi e vengono spesso rinnovate poco prima che scadano. Questo processo puo’ essere ripetuto indefinitivamente. La sofferenza mentale di essere trattenuti senza conoscere i termini della detenzione puo’ essere considerata tortura come definito dalla Convenzione dell’ONU contro la tortura. Inoltre un periodo cosi’ lungo di detenzione senza accuse ne processo costituisce una “detenzione arbitraria” che viola lo Statuto Internazionale sui diritti Civili e Politici (Art. 9(1)) e la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (Art. 9). Attualmente ci sono approssimativamente 750 Palestinesi in detenzione amministrativa di questi circa 10 sono minorenni.

AGISCI ORA PER SUPPORTARE SALWA E SARA:

Manifesta il tuo dissenso nei confronti di queste detenzioni senza processo. Scrivi al governo Israliano e alla autorita’ giudiziarie e militari pretendendo che Salwa e Sara vengano rilasciate immediatamente e che la loro Detenzione Amministrativa non venga rinnovata. In particolare le lettere dovrebbero essere inviate a Lt. Colonel Sharon Afek Legal Advisor to the Israeli Army in the West Bank Chief Military Attorney. P.O. Box 10482, Beit El, West Bank; Tel: 972...; Mobile: 972-50-551-1782; Fax: 972-2-997-7326. Fax: +972 2 997 7326.
Per favore copia ADDAMEER nell’indirizzo (addameer@p-ol.com) in modo da permettere di tenere un registro delle lettere inviate.
Altre lettere possono essere spedite a:
Mr. Ehud OlmertPrime MinisterOffice of the Prime Minister 3 Kaplan Street, PO Box 187Kiryat Ben-Gurion, Jerusalem 91919, Israel Fax: +972- 2-651 2631 e-mail: rohm@pmo.gov.il, pm_eng@pmo.gov.il
Mr Daniel FriedmannMinister of JusticeFax: + 972 2 628 7757; + 972 2 628 8618 Mr Menachem MazuzAttorney GeneralFax: + 972 2 627 4481; + 972 2 628 5438; +972 2 530 3367 Mr Ehud BarakMinister of DefenseFax: +972 3 697 6218 sar@mod.gov.il
Per favore scrivete anche alla International Bar Association chiedendo che i suoi membri e l’Istituto per I Diritti Umani esercitino pressioni sulla Israeli Bar Association affinche’ assicurino che a tutti i detenuti sottoposti alla giustizia israeliana vengano garantiti i principi base dello stato di diritto – un processo trasparente che non permetta una giustizia arbitraria. Principi ai quali l’Istituto per i Diritti Umani dell’IBA (HRI) afferma di dedicare i propri sforzi: “HRI e’ ora una voce in prima linea nella promozione dello stato di diritto a livello mondiale”.
Spedite le vostre lettere di protesta al Direttore dell’HRI Fiona Paterson e copiate l’indirizzo del presidente del Consiglio, l’Ambasciatore Emilio Cardenas (Argentina) e Richard Goldstone (Sud Africa).
Fiona PatersonDirector of Human Rights InstituteInternational Bar Association10th Floor1Stephen StLondon, W1T 1AT, United KingdomTel: +44 (0)20 7691 6868Fax: +44 (0)20 7691 6544
Scrivete anche all’Unione Europea chiedendo che l’UE eserciti pressioni su Israele affinche’ rilasci tutti i detenuti in Detenzione Amministrativa e ponga fine ad un sistema tanto ingiusto, arbitrario e barbaro di detenzioni senza processo.
Indirizzate le vostre lettere a:
Personal Representative for Human Rights (CFSP) of the EU Secretary General/ High Representative Javier Solana Ms. Riina Kionka 175 Rue de la Loi BE 1048 Brussels, Belgium Fax. : +32 2 281 61 90 Email : riina.kionka@consilium.europa.euThe Commissioner for External Affairs and European Neighbourhood Policy HE Ms. Benita Ferrero- Waldner Email: relex-enpinfo@ec.europa.euOppure mandate un commento a ec.europa.eu/external_relations/feedback/question2.htm

Ambasciate e consolati di Israele sul vostro territorio
Una lista di ambbasciate e consolati israeliani puo’ essere trovata sul sito del Ministero Israeliano per gli Affari Esteri attraverso il seguente link: http://www.mfa.gov.il/MFA/Sherut/IsraeliAbroad/Continents/

Qui sotto potete trovare una bozza della lettere da inviare:
Dear Colonel Afek:
I am writing with regards to the arrest of Salwa Salah and Sara Siureh on June 5, 2008 from the town of Bethlehem in the West Bank, Occupied Palestinian Territories. Both girls are juveniles who should not be tried or treated as an adult.
Both girls are currently detained in Addamoun Prison inside Israel. Article 49 of the Fourth Geneva Convention (1949) explicitly states that "[t]he occupying power shall not deport or transfer parts of its own civilian population into the territory it occupies." Israel signed the convention in 1949.

Under Article 78 of the Fourth Geneva Convention relative to the Protection of Civilian Persons in Time of War, the administrative detention of persons is allowed ‘for imperative reasons of security’. However, for many years the system of administrative detention has been abused by Israel to punish without charge, rather than as an extraordinary and selectively used preventative measure. In addition, the treatment of administrative detainees, including the location and conditions of detention, contravenes not only international human rights standards but also the provisions of the Fourth Geneva Convention.
I would like to voice my opposition to the detention of Salwa Salah and Sara Siureh unless they are charged with a recognizable offence and immediately brought to justice in a fair trial according to international standards. Their continued detention is clearly not in their best interest, nor is it in accordance with the articles outlined in the United Nations Convention on the Rights of the Child.
In the mean time, I urge you to allow Salwa and Sara to receive regular visits from their family members.
Sincerely,
{Egregio Colonello Afek,
Le scrivo a riguardo dell’arresto di Salwa Salah e Sara Siureh del 5 giugno 2008 a Betlemme nella West Bank nei Territori Occupati palestinesi.
Entrambe le ragazze sono minorenni e non dovrebbero essere trattate come fossero adulte. Entrambe le ragazze sono attualmente detenute nella prigione di Addamoun in Israele.
L’Art. 4 della Convenzione di Ginevra stabilisce chiaramente che: “La Potenza occupante non deve deportare o trasferire parte della propria popolazione civile nel territorio che occupa”. Israele ha firmato la convenzione nel 1949.

Secondo l’articolo 78 della Quarta Convenzione di Ginevra relative alla protezione di civili in tempo di Guerra, la Detenzione Amministrativa delle persone e’ permessa solo per “ragioni imperative di sicurezza”. Tuttavia per molti anni il sistema delle Detenzioni Amministrative e’ stato abusato da Israele per punire senza accuse, piuttosto che utilizzato come strumento selettivo e straordinario di prevenzione.
Vorrei manifestare la mia opposizione alla detenzione di Sara Siureh e Salwa Salah a meno che non vengano accusate di un crimine e immediatamente processate in modo trasparente secondo gli standards internazionale. La loro dtenzione non e’ chiarmente nel loro interesse e neppure in sintonia con quanto previsto dalla Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo.
Nel frattempo chiedo che sia possibile per Sara e Salwa ricevere regolarmente visite da parte della famiglia.}
(TRADUZIONE A CURA DI MIRCO TOMASI)

giovedì 28 agosto 2008

Estranei nella propria terra


Lunedì 8 settembre

Ore 20,30: incontro con Rajeh Zayed, segretario nazionale dell’UDAP
(UDAP: Unione Democratica Arabo Palestinese).
Ore 21,30: proiezione del film "Estraneo a casa mia, Gerusalemme" regia di Sahera Dirbas.

“Estraneo a casa mia, Gerusalemme”: film documentario girato per i 40 anni dalla Guerra dei Sei Giorni, ma egato anche agli eventi della Nakba (Catastrofe, 1948). I protagonisti sono protagonisti otto palestinesi che originariamente vivevano nella zona Ovest di Gerusalemme da cui furono cacciati quando gli israeliani nel 1948 entrarono in quella parte della citta'. Nel documentario i palestinesi prima raccontano le loro vicende personali nel 1967, quando Israele ha occupato anche la zona Est della citta', e dopo si recano alle case di Gerusalemme Ovest da dove furono espulsi. In alcuni casi si incontrano e discutono con gli israeliani che ora occupano quelle abitazioni. I colloqui offrono interessanti spunti di riflessione. E' da notare che i protagonisti in quasi tutti i casi appartengono alla classe media palestinese e le abitazioni che si sono visti confiscare hanno oggi un valore di mercato che, talvolta, e' superiore al milione di dollari.

Sahera Dirbas, nata e cresciuta ad Haifa, residente a Gerusalemme. È una film-maker indipendente, ha pubblicato tre ricerche su altrettanti villaggi arabi distrutti nel 1948 e ha prodotto un documentario sulla sua citta'.

a cura di: Studenti Palestinesi - Comitato Palestina Bologna

Parco Nord - Festa dell'Unità, Piazza Globale

Rompiamo l'assedio a Gaza

Nel pomeriggio del 23 agosto le due imbarcazioni Free Gaza e Liberty sono sbarcate a Gaza con a bordo 44 attivisti, di 16/17 diverse nazionalità; tra loro due “nonnine”: una suora di 81 anni ed una sopravvissuta all’olocausto di 84 anni; Jeff Halper, israeliano da anni attivo contro le demolizioni delle case palestinesi da parte di Israele (Jeff Halper è presidente della ICAHD - Israeli Committee against House demolition, http://www.icahd.org/eng/) e molto critico contro la politica israeliana di occupazione e distruzione dei territori; Lauren Booth, cognata di Tony Blair; Vittorio Arrigoni, unico italiano.

Il 26 agosto la Free Gaza,ha scortato sei pescherecci palestinesi consentendogli di allontanarsi fino a una distanza dalla costa di 10 miglia nautiche, Israele impone come limite 6 miglia ai pescatori palestinesi. Negli ultimi anni 14 pescatori sono stati uccisi e una settantina sono stati arrestati dalle motovedette israeliane. “Fino all'inizio dell'Intifada, nel 2000, i pescatori di Gaza potevano allontanarsi fino a 12 miglia nautiche - una distanza comunque inferiore alle 20 miglia stabilita dagli accordi di Oslo - e riuscivano a pescare anche 3mila tonnellate di pesce ogni anno. Oggi questo settore è moribondo, come ha denunciato anche la vicepresidente del Parlamento europeo Luisa Morgantini. Lo scorso anno sono state pescate appena 500 tonnellate di pesce e dei 3.500 pescatori solo 700 sono ancora impiegati in un settore che prima dava lavoro a migliaia di persone. A ciò si aggiunge la penuria di carburante - frutto dell'embargo israeliano - che ha costretto i pescatori a ricorrere ai trucchi più fantasiosi, come usare l'olio da cucina usato invece della nafta, per poter uscire in mare.” (M. Giorgio, Il Manifesto - 26 agosto). “Il blocco navale israeliano è illegale, i palestinesi hanno il diritto di usare le loro acque per scopi pacifici. Penso all'arrivo a Gaza di navi cariche di aiuti per la popolazione palestinese e all'avvio di un traffico commerciale. Certo, Israele fa le sue minacce ma non può aprire il fuoco su navi che portano cibo e medicinali ai palestinesi e non mettono in alcun modo a rischio la sua sicurezza. Chi ha intenzioni pacifiche può e deve osare”, afferma Lauren Booth in un’intervista di M. Giorgio (Il Manifesto del 26 agosto).

Gli attivisti intendono ripartire per Cipro con dieci studenti palestinesi ammessi ad università straniere, a cui Israele rifiuta il permesso di partire. I pacifisti si attendono di essere fermati dalla Marina militare israeliana. Lo Stato ebraico oggi ha peraltro fatto sapere che nei prossimi giorni intende compiere manovre militari in acque internazionali vicine alle acque territoriali di Gaza.

Intanto Jeff Halper, ha tentato di tornare a Gerusalemme attraverso il valico di Erez, tra Gaza e Israele, e dopo aver atteso circa due ore sul versante palestinese del terminal, e' stato autorizzato ad entrare nello Stato ebraico. Subito dopo e' stato portato alla stazione di polizia di Sderot dove e' stato interrogato per circa un'ora prima di essere rilasciato. La notizia di oggi è che Jeff Halper è stato arrestato, la portavoce della polizia ha diramato questa comunicazione: "Jeff Halper è stato arrestato al passaggio di Eretz, in quanto era sulla nave per rompere l’assedio ed è entrato nella Striscia di Gaza dal mare, violando le leggi israeliane. Ha anche violato quelle che vietano ai cittadini ebrei di entrare nella Striscia". Una legge dello Stato ebraico vieta categoricamente l'ingresso di cittadini israeliani nei territori autonomi palestinesi.

website della missione: www.freegaza.org

giovedì 7 agosto 2008

Le Ong accusano i servizi israeliani "Informazioni in cambio di cure"

Un'organizzazione umanitaria denuncia i metodi estorsivi dei servizi "Negano assistenza sanitaria ai palestinesi che si rifiutano di fare la spia"

da la Repubblica

http://www.repubblica.it/2008/08/sezioni/esteri/servizi-israeliani/servizi-israeliani/servizi-israeliani.html

"Parla apertamente e non avrai problemi a tornare in Israele, altrimenti ...". Sono molte le minacce, esplicite o indirette, fatte dai servizi segreti israeliani ai palestinesi che vanno a curarsi in Israele. Lo denuncia l'organizzazione umanitaria "Physicians for human rights" (Phr), nota anche per i suoi report su Abu Graib, Guantanamo e le torture nelle carceri afghane. Il rapporto dell'organizzazione umanitaria si basa sulle testimonianze di oltre 30 palestinesi.

Bassam al-Wahidi, un giovane giornalista palestinese vicino a Fatah, ha raccontato all'Ong di esser stato portato più volte in stanze sotterranee e lì minacciato che, se non avesse dato informazioni, gli avrebbero negato l'accesso alle cure mediche in Israele. Situazione complicata quella di al-Wahidi: se da un lato curarsi in Palestina è quasi impossibile perché gli ospedali vengono giù a pezzi e sono stracolmi, dall'altro "chi parla", al ritorno, è condannato a morte. Il giovane al-Wahidi, che si è rifiutato di collaborare, ha dovuto interrompere le cure per un problema alla vista: adesso è completamente cieco all'occhio destro e presto lo sarà del tutto.

Nonostante l'uso dei civili a scopi di guerra sia espressamente vietato dal diritto internazionale, Israele continua a mostrarsi sordo a ogni richiamo. Secondo il rapporto di Phr, l'organizzazione umanitaria statunitense formata da medici e operatori sanitari che si impegnano per il rispetto dei diritti umani, i ricatti dello Shin Bet in alcuni casi hanno avuto come oggetto della "transazione" cure essenziali alla stessa sopravvivenza dei palestinesi.

E' il caso di Abu Obeid, un operaio palestinese di 38 anni che soffre di cuore e da anni si reca in Israele, dove gli hanno impiantato un pacemaker. Ma un anno fa un ufficiale israeliano lo ha ricattato: "Facciamo un patto: tu mi dai un'informazione e io ti semplifico l'ingresso in Israele". Abu Obeid si è rifiutato di parlare e l'ufficiale gli ha negato il permesso. Da quel giorno Abu Obeid sta aspettando che un team israeliano di medici possa entrare a Gaza per controllargli il pacemaker. Un ufficiale israeliano, Shlomo Dror, in una nota alla France Press, ha smentito qualsiasi ricatto: "E' una prassi che chiunque entri in Israele debba essere interrogato sui motivi della sua visita e se appartenga o meno a un'organizzazione teroristica - si è giustificato l'ufficiale - d'altronde per noi sarebbe inutile cercare di carpire informazioni da loro, poiché al ritorno in Palestina sarebbero subito tacciati di collaborazionismo".

(4 agosto 2008)

martedì 5 agosto 2008

Strage di Bologna: il depistaggio palestinese

di Germano Monti - Forumpalestina

[...] «Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità», specialmente se a ribadirla sono alte cariche istituzionali, come un ministro della propaganda ieri o un sindaco oggi. [...]
LEGGI SU:

Risposta del PFLP all'accusa di Cossiga

Former Italian Prime Minister fabricates lies against the Palestinian people
The Popular Front for the Liberation of Palestine totally rejects the statements of former Italian prime minister and Senator for life, Francesco Cosiga, that were published in the Lebanese newspaper, Al-Safir, on July 9, 2008 in Issue no. 11044. Cosiga, speaking with the Italian newspaper "El Courier Delaciera," falsely accused the PFLP of masterminding an attack on the Bologna train station in northeastern Italy 28 years ago.
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venerdì 1 agosto 2008

«Rompere l'assedio», i pacifisti preparano lo sbarco a Gaza

di Michele Giorgio

Cresce di giorno in giorno l'attesa ma anche il timore di un intervento israeliano intorno al viaggio delle Free Gaza e Liberty, le navi con a bordo una quarantina di pacifisti internazionali, tra i quali una nota sopravvissuta all'Olocausto, Hedy Epstein (84 anni), che avrà inizio il 5 o il 6 agosto da Cipro in direzione della Striscia di Gaza con l'obiettivo dichiarato di rompere l'assedio israeliano.
Il piano comincia a suscitare nervosismo a Tel Aviv. Dalle pagine del quotidiano Haaretz il giornalista Barak Ravid ha riferito che Israele segue con grande attenzione i preparativi del viaggio in mare, nella consapevolezza che se i pacifisti riusciranno ad entrare nelle acque davanti alla costa di Gaza - dichiarate «zona di massima sicurezza» dalla marina israeliana - potranno sollevare un caso internazionale, di notevole interesse mediatico, specie se verranno respinti con la forza o arrestati. Israele ora sta cercando di identificare le navi e gli organizzatori del viaggio ma anche di esercitare pressioni sulle autorità cipriote che, da parte loro, dicono di non aver alcun motivo legale per fermare l'iniziativa. Secondo Ravid non è però escluso che i vertici politici e militari israeliani possano alla fine ordinare un «non-intervento», in modo da limitare l'impatto dell'azione dei pacifisti internazionali.
Israele durante la prima Intifada, riuscì a impedire la partenza da Cipro dell'Awda, la nave del «Ritorno» noleggiata da centinaia di attivisti palestinesi per realizzare un simbolico rientro nella loro terra. Nonostante il ritiro israeliano da Gaza, nel 2005, le acque della Striscia sono attentamente sorvegliate dalla marina dello Stato ebraico - ufficialmente per impedire il traffico di armi - che oltre a impedire a qualsiasi nave di avvicinarsi, ha anche imposto un limite di pesca di 6 miglia nautiche ai pescatori palestinesi, causando così il crollo di un'attività che rappresentava la fonte principale di reddito per molte decine di famiglie. I passeggeri della Free Gaza e della Liberty, hanno spiegato ieri gli organizzatori durante una conferenza stampa ad Atene, intendono entrare nelle acque territoriali palestinesi e, con l'aiuto di imbarcazioni di Gaza, raggiungere la spiaggia dove verranno accolti come «liberatori» da varie ong locali come il Comitato popolare contro l'assedio, la Mezzaluna Rossa, il Medical Relief e il Centro di Gaza per i Diritti Umani, nonché da molte migliaia di abitanti. «Ci piacerebbe arrivare a Gaza e pescare assieme ai palestinesi, dare il nostro aiuto alle strutture sanitarie locali e lavorare nelle scuole.
Nessuno può rimanere indifferente di fronte a 1,5 milioni di esseri umani, di fatto prigionieri, che soffrono a causa dell'assedio israeliano», aveva spiegato nei giorni scorsi Hedy Epstein. Ma ciò rimarrà con ogni probabilità solo un sogno, perché l'ipotesi più probabile è quella di blocco da parte della marina israeliana della Free Gaza. D'altronde gli stessi organizzatori, le associazioni «Free Gaza Movement» e l'«International Solidarity Movement» (Ism), sanno che il viaggio difficilmente arriverà a conclusione ma sperano di poter almeno rendere più visibile agli occhi dell'opinione pubblica internazionale che Gaza era e rimane una grande prigione, nonostante il ritiro israeliano avvenuto tre anni fa. L'iniziativa, finanziata con circa 300mila dollari frutto di donazioni giunte da tutto il mondo, ha il sostegno anche di alcuni europarlamentari, di deputati di vari paesi, del Carter Centre, dell'arcivescovo e premio Nobel per la pace Desmond Tutu e di associazioni ed organizzazioni pacifiste ebraiche e palestinesi sparse in tutto il mondo.

http://www.forumpalestina.org/news/2008/Luglio08/31-07-08RompereAssedio.htm

giovedì 31 luglio 2008

Protesti? Sei morto.

http://www.associazionezaatar.org/index.php?option=com_content&task=view&id=232&Itemid=1

E non importa se sei un bambino o un vecchio. Non importa se protesti disarmato contro il muro che ti impedisce di vivere. La pulizia etnica in Palestina è cominciata nel 1948, all'epoca le notizie faticavano a girare, non c'era internet e gli israeliani erano abili a nascondere, persino ai nuovi coloni immigrati.

Adesso non siamo più nel 1948, adesso la pulizia etnica della Palestina continua sotto gli occhi di tutti. Adesso non ci sono più scuse. TUTTI quelli che fingono di non sapere sono complici. TUTTI.

Un ragazzino di 11 anni di nome Ahmed Ussam Yusef Mousa è stato ucciso approssimativamente alle 18.00 nei pressi del villaggio palestinese di Nil’in. E’ stato colpito una volta alla testa da un proiettile a distanza ravvicinata.
Secondo i volontari dell’ISM presenti all’interno di Nil’in, il confronto è iniziato tra gli abitanti e l’esercito israeliano; si sono sentiti spari e 5 persone sono state ferite.
Le manifestazioni si sono tenute a Nil’in quasi ogni giorno nelle passate settimane, contro il muro dell’apartheid israeliano, dichiarato illegale dalla Corte Internazionale dell’Aia nel 2004. Il muro priverà il villaggio di almeno 2.500 dunums di terra coltivabile, e metterà a rischio l’esistenza di un intera comunità.

La notizia è arrivata lo stesso giorno che Victor MacDiarmid, un attivista per i diritti umani canadese è stato deportato dall’aeroporto di Ben Gurion a Tel Aviv. Il 23 enne attivista è stato colpito due volte da proiettili, una volta alla spalla e un'altra al ginocchio da proiettili d’acciaio ricoperti, mentre assisteva alle proteste di Nil’in. E’ stato arrestato mentre faceva fotografie durante la manifestazione delle donne del 23 luglio.

L’esercito Israeliano e la polizia di frontiera hanno incrementato sistematicamente le ostilità e le violenze in risposta alle manifestazioni. Una notizia arrivata questa mattina dice che il comandante israeliano del Battaglione Lt. Col Omri, è stato sospeso per 10 giorni come punizione per la sua condotta a Nil’in. Omri ha trattenuto per una spalla il 27 enne palestinese Ashraf Abu Rahma mentre era ammanettato e bendato, quando un altro militare gli ha sparato ad un piede.

Almeno 11 altri palestinesi sono stati uccisi mentre protestavano contro il muro dell’aparthied israeliano. I loro nomi sono:

- Mohammad Fadel Hashem Rayan, age 25
- Zakaria MaHmud Salem, age 28
- Abdal Rahman Abu Eid, age 62
- Mohammad Daud Badwan, age 21
- Diaa Abdel Karim Abu Eid, age 24
- Hussain mahmud Awwad Aliyan, age 17
- Islam Hashem Rizik Zhahran, age 14
- Alaa Mohammad Abdel Rahman Khalil, age 14
- Jamal Jaber Ibrahim Assi, age 15
- Odai Mofeed Mahmud Assi, age 14
- Mahayub Nimer Assi, age 15


For more information contact the ISM Media Office (970)-2-2971824.

For ISM volunteers in Nil’in: Camilla (972) (0)54 2385681, Helena (972) (0)549725207.
traduzione di Elisabetta

Migliaia di persone al funerale del bambino palestinese ucciso dai poliziotti israeliani
Nilin
Oltre tremila persone sono scese in piazza a Nilin, nei territori palestinesi, per partecipare al funerale di un bambino di 12 anni Ahmed Hammad Moussa, ucciso, secondo i palestinesi, dalla polizia di frontiera israeliana. Prima dell’inumazione ha preso la parola Rafiq Husseini, consigliere del presidente palestinese Abu Mazen: “L’esercito israeliano, con le sue azioni a Nilin e in tutto il resto della Cisgiordania, cerca di distruggere ogni occasione di pace e rendere impossibile la creazione di due stati indipendenti capaci di vivere l’uno al fianco dell’altro”. Il bambino è rimasto ucciso ieri durante uno scontro tra la polizia di frontiera e i soldati israeliani e un gruppo di palestinesi che affrontavano i militari armati di sassi. Una pallotta ha raggiunto il bambino alla testa e l’ha ucciso. La polizia israeliana ha parlato di “un infelice incidente” e annunciato l’apertura di un’inchiesta.

Coloni israeliani attaccano bambini palestinesi e internazionali sulla strada per casa mentre tornavano dal campo estivo

PER UNA IMMEDIATA DIFFUSIONE.

Per ulteriori informazioni contatta il Christian Peacemaker Teams ad At-Tuwani:0542531323
27 luglio 2008

AT-TUWANI – Domenica 27 luglio, all' 1:50 del pomeriggio, almeno tre coloni israeliani hanno attaccato dei bambini palestinesi e due accompagnatori internazionali mentre stavano camminando, di ritorno verso il loro villaggio di Tuba. I bambini stavano frequentando il campo estivo organizzato nel villaggio di At-Tuwani. Mentre quattordici bambini e due internazionali del Christian Peacemaker Teams (CPT), stavano camminando in una valle a sud dell'avamposto israeliano illegale di Havot Ma'on, un colono con il volto coperto è sceso dalla collina lanciando sassi con una fionda. I bambini e il volontario del CPT, Jan Benvie, sono corsi in avanti, ma altri coloni i stavano avvicinandosi a loro provenendo dalla parte opposta della valle. Nessuna delle pietre lanciate dai coloni ha colpito i bambini, che hanno un'età compresa tra i 6 e i 15 anni, cosicchè essi hanno potuto mettersi in salvo.

Il volontario del CPT, Joel Gulledge, stava filmando l'aggressione. Non appena il colono mascherato notò Gulledge con la videocamera, cominciò a lanciargli contro delle pietre. Il colono colpì Gulledge ad una gamba con una pietra tanto che egli non fu più in grado di muoversi. A questo punto il colono lo affrontò, gli strappò la videocamera e cominciò a percuoterlo con una pietra e con la videocamera. Dopo di ciò il colono si allontanò portandosi dietro la videocamera.

Il 22 luglio, la scorta militare non aveva accompagnato i bambini. Solo sette bambini avevano accettato il rischio di ritornare da soli a At-Tuwani. I bambini avevano informato il CPT che almeno altri otto bambini non si erano recati al campo estivo perchè avevano avuto troppa paura a dover affrontare il percorso senza una scorta militare. Di nuovo, la mattina del 23 luglio, l'esercito si era rifiutato di fare da scorta ai bambini. Mentre i bambini se ne andavano senza scorta verso il campo estivo, erano stati inseguiti da tre coloni, uno dei quali aveva il volto coperto ed aveva una mazza. Il 26 luglio un rappresentante dell'esercito informò gli internazionali che i militari non avrebbero più fornito la scorta per i bambini che stavano aspettando l'arrivo dell'esercito, nonostante che, nel frattempo, quattro coloni dell'avamposto illegale di Havot Ma'on stessero gridando contro quei fanciulli. Il rappresentante non volle qualificarsi e il comandante di brigata si rifiutò di fornire la scorta. Quando l'internazionale cercò di spiegare la pericolosità della situazione per i bambini, il rappresentante militare rispose, "Non ritengo che i coloni aggrediranno i bambini."

Nell'ottobre del 2004, coloni israeliani avevano aggredito scolari palestinesi e internazionali nella stessa zona dove è avvenuto l'attacco del 27. Due internazionali erano stati ricoverati in ospedale e, solo dopo che i mezzi di informazione internazionali ebbero dato spazio all'aggressione, il parlamento israeliano aveva raccomandato che l'esercito israeliano fornisse una scorta giornaliera perchè i bambini potessero recarsi e tornare da scuola.

(trad. mariano mingarelli)
Operation Dove - Nonviolent Peace CorpsPalestine - Israel Community Pope John XXIII
e mail: operationdove@gmail.comwebsite: www.operationdove.orgmobile: 0548 130 634

Gli israeliani si stanno prendendo tutta Gerusalemme. Confische e demolizioni contro i palestinesi


Jamil Othman, presidente della provincia di Gerusalemme, ha rivelato un piano israeliano per confiscare 1100 ettari dei terreni dei villaggi “as-Sawahrah as-Sharqiyah” e “Abu Dis”, a nord-ovest di Gerusalemme Est. In un comunicato stampa, Othman ha dichiarato che “gli abitanti palestinesi hanno ricevuto gli ordini di confisca delle loro terre per costruire un centro residenziale per gli israeliani”. E ha spiegato che questa costruzione serve per collegare le colonie di “Kidar” e “Ma'aleh Adomim”, due delle più grandi di Gerusalemme. Egli ha spiegato che ciò avviene “nell’ambito del progetto denominato 'E1' che grava sui terreni di as-Sawahrah as-Sharqiyah”, e ha sottolineato che le autorità di occupazione hanno progettato la costruzione di circa 6000 unità abitative per ospitare 30 mila coloni israeliani. E ha invitato i proprietari delle terre minacciate dalla confisca ad adoperarsi per opporvisi legalmente. Nonostante le promesse e le pressioni internazionali, Israele prosegue nella costruzione di centinaia di unità abitative coloniali intorno a Gerusalemme per separare la città dal ambiente palestinese e per assumerne totalmente il controllo, espellendone i legittimi abitanti. Sempre a Gerusalemme, nonostante la presenza di internazionali, nonostante un certo clamore mediatico, nonostante le proteste, le autorità israeliane sono riuscite a far distruggere una palazzina di sei piani che ospitava gli appartamenti di 5 famiglie palestinesi. La casa apparteneva alla famiglia Abu 'Eisha e si trovava a Beit Hanina, a Gerusalemme Est. L'avviso di demolizione "per mancanza di autorizzazione edilizia" era arrivato domenica e le ruspe si erano precipitate sul posto lunedì all'alba, ma la distruzione era stata bloccata dall'opposizione di attivisti. In serata, la demolizione è stata completata facendo ricorso alla dinamite.Testimoni locali hanno racconto che un vasto spiegamento di militari e poliziotti è giunto sul posto per impedire a cittadini e ad attivisti, radunati nei pressi della casa da domenica, di avvicinarsi all'edificio. Dopo aver sgombrato la casa, i militari hanno piazzato degli esplosivi e l'hanno fatta saltare in aria: una palazzina ridotta a un cumulo di detriti. Nella mattinata di ieri, erano scoppiati incidenti tra i gruppi di attivisti e le forze israeliane e diverse persone erano rimaste ferite, tra cui Hatim Abdul-Qadir, consigliere per gli Affari di Gerusalemme del premier della Cisgiordania, Salam Fayyad, che aveva parlato di "violenza brutale e senza precedenti". La pratica delle demolizioni di abitazioni situate a Gerusalemme Est, con la giustificazione della mancanza di permessi - che Israele non concede quasi mai -, è molto diffusa ed è parte del piano di ebraicizzazione in corso nella Città Santa.


Una politica estera per l'Unione Europea

Scritto da Giorgio Forti
Mercoledì 23 Luglio 2008 06:14
La Fabbrica. eu, 22 Luglio 2008

FORZA EUROPA!?
Credo che, tra i tanti problemi e progetti dell'UE, indicati anche dall'on. Gozi, la politica estera debba avere una rilevante priorità, perchè la UE non ha una propria politica estera, ma è in sostanza subalterna a quella degli USA. Poco contano infatti le espressioni retoriche di alcuni esponenti politici, quali Sarkosy e Tony Blair al quale, dopo tanti anni di governo, è stato affidato in Israele-Palestina un incarico per il quale è assolutamente inadatto, perchè è tutto sbilanciato in favore di una visione filoisraeliana e colonialista del problema palestinese. Occorre che l'UE promuova la pace in quella regione in modo effettivo, cioè prendendo una posizione di decisa critica al Governo israeliano, che si concreti nell'adozione di misure forti, come la sospensione dei rapporti economici e di particolare favore in tutti i campi, per indurre Israele a cessare la politica di durissima persecuzione contro i Palestinesi, che ha ormai superato il livello di guardia del genocidio, ed a arrivare rapidamente al ritiro di esercito e coloni dai territori palestinesi occupati e da Gaza. Solo in questo modo si potrà arrivare alla costituzione di uno Stato Palestinese, oppure di uno stato unico per i due popoli, come sceglieranno gli interessati in completa autonomia. Ma l'autonomia non è possibile senza il ritiro dell'esercito occupante, e la totale cessazione degli atti di inaudita inumanità che Israele sta praticando nella striscia di Gaza ed in Cisgiordania. Questo problema è cruciale per la pace nel mondo: la situazione in Israele-Palestina ha un'influenza determinante nel promuovere un allargamento della guerra a tutto il vicino e medio Oriente, ed allo scoppio della terza guerra mondiale. Questo sia per la grande potenziale militare di Israele, sia per la sua enorme influenza sulle decisioni degli Stati Uniti. Molti altri problemi sono legati a questo:L'Europa deve quindi prendere decisamente, intendo con atti concreti di grande forza, decisioni che possano portare ad una giusta soluzione del problema Palestinese ed alla pace in quella regione: è un problema di giustizia fondamentalmente, a cui sono associati nostri fondamentali interessi.

mercoledì 23 luglio 2008

APARTHEID! "Misure così restrittive neppure durante l'apartheid in Sudafrica"

Hebron, Sudafrica

di Amira Hass*
Internazionale 753, 17 luglio 2008;
internazionale.it/firme/articolo.php?id=19786

Se il prestigio morale avesse il suo peso, dieci giorni fa l'asfalto di Shuhada street, una strada deserta nella città vecchia di Hebron, si sarebbe incrinato. Zaki Achmet era sconvolto dalla vista delle case vuote, che i palestinesi avevano dovuto lasciare a causa degli abusi dei coloni e dei soldati israeliani. Militante antiapartheid da quando aveva 14 anni, Achmet è il fondatore della Treatment action campaign (Tac), un movimento di base che si batte per assicurare la prevenzione e le cure contro l'aids per tutti i sudafricani. Anche lui contagiato, si è rifiutato a lungo di assumere i farmaci antiretrovirali: prima bisognava garantirli a tutti i malati di aids. Perfino Nelson Mandela è andato a trovarlo, implorandolo di curarsi, ma lui ha rifiutato. Ha cambiato idea solo quando l'assemblea della Tac ha votato perché si lasciasse curare. Era l'agosto del 2003. Poco dopo il governo sudafricano ha reso gli antiretrovirali disponibili per tutti.

A Hebron c'era anche Barbara Hogan, che ascoltava il racconto di una caparbia donna palestinese, rimasta a vivere nella sua casa. I coloni le impediscono di percorrere a piedi la strada, così deve saltare di tetto in tetto e passare per i vicoli interni della città vecchia. La Hogan è stata condannata a dieci anni di carcere per aver aderito all'African national congress (Anc). Di origini ebraiche, oggi è deputata.

Il giudice dell'alta corte di giustizia Dennis Davis, membro attivo della comunità ebraica, osservava con stupore mentre un colono, armato di megafono, cercava di ostacolare la loro visita guidata. Lui e il suo collega della corte suprema di appello, Edwin Cameron, e gli altri giuristi e difensori dei diritti umani presenti nel gruppo, tutti vecchi avversari dell'apartheid, hanno visto con i loro occhi come funziona il sistema: la polizia israeliana è intervenuta per arrestare tre dei giovani militanti israeliani che guidavano il gruppo, permettendo invece al colono di continuare a minacciare i visitatori. Gli attivisti antiapartheid non hanno avuto nessuna difficoltà a capire perché negli ultimi dieci anni decine di migliaia di palestinesi sono stati costretti a lasciare la città vecchia. Nozizwe Madlala-Routledge, ex viceministra della sanità, ha ascoltato attentamente mentre le spiegavano dove un palestinese può camminare e dove no.

Non ricordava misure così restrittive durante l'apartheid in Sudafrica. Questi 23 militanti sudafricani hanno chiesto di visitare la Cisgiordania per farsi un'idea della situazione. Quando i tre israeliani sono stati portati via su un furgone della polizia, alcuni membri della delegazione hanno chiesto di parlare con i rappresentanti dei coloni, abili a nascondersi dietro parole di miele. "Siete stati ingannati", ha detto uno di loro, riferendosi in particolare a Yehuda Shaul, uno dei tre arrestati. Shaul è un ebreo ortodosso che, dopo aver prestato servizio a Hebron come soldato regolare, è rimasto sconvolto per le violazioni dei diritti umani dei palestinesi e ha fondato un'associazione chiamata Shovrim shtikat ("rompere il silenzio"). Poi ha cominciato a raccogliere le testimonianze dei soldati.

I membri della delegazione hanno capito subito che non aveva senso continuare la discussione. Incapaci di esprimere a parole il loro disappunto, hanno sollevato i pugni e intonato l'inno dell'Anc. Questo loro canto tranquillo e potente è stato trasmesso via cellulare a Shaul e ai suoi due compagni, che si trovavano già nella stazione di polizia di Hebron.

*A. Hass: "È una giornalista israeliana. Vive a Ramallah, in Cisgiordania, scrive per il quotidiano Ha'aretz e ha una rubrica su Internazionale."
Da marzo 2008 A. Hass ha preso un anno di aspettativa da Ha'retz (http://www.internazionale.it/firme/articolo.php?id=19616) per "sottrarsi ad una riorganizzazione del quotidiano israeliano" (http://www.rete-eco.it/index.php?option=com_content&view=article&id=2165:haaretz-si-lriorganizzar-via-i-giornalisti-pacifisti&catid=5:politiche-israeliane&Itemid=15)

Tutti gli articoli di Amira Hass pubblicati da Internazionale:
http://www.internazionale.it/firme/archivio.php?author_id=30

martedì 22 luglio 2008

No al silenziatore

Ventuno anni fa veniva assassinato a Londra, con uno sparo alla testa, NAJI AL ALI, vignettista palestinese, conosciuto in tutto il mondo arabo. La firma sulle sue vignette era un "bambino un po' spelacchiato" di nome HANDALA, sempre disegnato di spalle, divenuto simbolo della Resistenza palestinese.

Handala è stato egregiamente descritto da Vauro Senesi:

"Di spalle
E' un bambino, piccolo, un po' spelacchiato, piedi nudi e toppe sui vestiti, difficile vederne il volto perchè sta sempre di spalle. E' così che Naji Al Ali disegnava Handala, il suo personaggio principale. Handala c'è in quasi tutte le vignette di Naji, una presenza muta, ma ostinata. Come quella del popolo palestinese al quale si vuole negare identità, ma che come Handala, c'è.

Handala senza volto riesce a gridare contro la negazione. Volta le spalle a chi ha voltato le spalle al dolore dei palestinesi e guarda, guarda le vicissitudini della sua gente che Naji disegna con amore. Se sul volto di Handala ci sono lacrime o sorrisi solo quella gente potra scorgerli, perchè è girato costantemente verso di loro. Voglio immaginare anche Naji di spalle, mentre disegna con quel suo tratto sottile ed insinuante come la sabbia del deserto, curvo sul foglio sul quale tesse il racconto del suo popolo, mischiando all'inchiostro il dolore e l'ironia, la rabbia e la poesia. Tutta la sua intelligenza e la sua fantasia costrette dall'amore a concentrarsi su un dramma. Quanti fogli ha riempito. E Handala, con la sua schiena, sempre lì, forse per tenerci un po' distanti da quei disegni di cui fa parte e che gli appartengono. E' lui il primo a guardarli. Noi possiamo solo sbirciare da dietro le sue spalle imparando la dignità.

Noi gli occidentali, noi gli israeliani, noi gli emiri o i piccoli dittatorelli dei regimi arabi, perchè il popolo di Palestina è dall'altra parte del foglio e può vedere il volto di Handala in quello dei tanti bambini, suoi figli che colmano con le loro risa, i loro giochi e troppo spesso con le loro morti, le strade polverose dei campi profughi, i vicoli antichi di Gerusalemme e gli uliveti d'argento della Cisgiordania. Naji aveva la fortuna degli artisti, poteva usare il foglio come una porta magica, attraversarlo e raggiungere la sua terra anche dall'esilio. Naji aveva la generosità dei poeti e cercava di portarci con se, per aiutarci a capire. Naji e morto, è stato ucciso, rimane solo Handala.

Chissà forse se impareremo a guardarlo con gli occhi di un palestinese un giorno si girerà verso di noi.

Tratto dal volume No al silenziatore - Tracce Edizioni

Per una biografia di Naji Al Ali e non solo:



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