“Abbiamo un paese che è di parole. E tu parla, che io possa fondare la mia strada pietra su pietra.
Abbiamo un paese che è di parole, e tu parla, così che si conosca dove abbia termine il viaggio.”

Mahmud Darwish

martedì 7 luglio 2009

Esempi di "democrazia etnica" di Israele

Come ci si sposta in Cisgiordania ed in Israele.
Video di B'Tselem
http://www.youtube.com/watch?v=6kH_nIfNiHQ

Nel 1988, Israele ha costruito la Route 443 come via alternativa di collegamento tra Gerusalemme e Tel Aviv. 15 km di essa sono localizzati all'interno dei teritori occupati nella West Bank...

La Route 443 è chiusa per i palestinesi che hanno però a disposizione una strada alternativa ( the alternative road)....

Nel 1988, i palestinesi si rivolsero all'Alta Corte contro la confisca della loro terra per la costruzione della Route443. Israele dichiarò che la strada sarebbe stata utilizzata sia dai palestinesi che dagli israeliani. In base a tale dichiarazione l'Alta Corte approvò la costruzione della strada sulla terra privata dei palestinesi.

....da far rabbrividire:
Il rabbinato rifiuta di celebrare il matrimonio di una coppia perché, dopo accurati esami dei documenti di lui, ritiene che il medesimo sia stato adottato, e che 'quindi' non sia ebreo. I due vanno quindi a sposarsi a Praga, capitale di un fortunato Paese dove esiste il matrimonio civile
http://www.ynet.co.il/english/articles/0,7340,L-3742537,00.html

Parla un ragazzino arrestato. Video di B'Tselem:
http://www.youtube.com/watch?v=wKtyTDjc23c

Distruzione di villaggio. Video di B'Tselem:
http://www.youtube.com/watch?v=3p4tjHpizFY

mercoledì 1 luglio 2009

La cultura palestinese tra vignette e poesia al 4° Festival "Giardino dei Popoli"

dal 3 al 5 luglio dalle ore 16,00 alle ore 24,00
"HANDALA"
mostra di vignette di Naji Al Ali, artista palestinese

sabato 4 luglio a partire dalle ore 18,00
"La presenza dell'assenza.
Memoria di Mahmud Darwish,
poeta di Palestina"
reading di poesie a cura di Claudio Canal e con la partecipazione di Sami Hallac

La cultura palestinese tra vignette e poesia
incontro con Sami Hallac (Com. Solid. Popolo Palestinese - TO)
e con Claudio Canal (musicista e scrittore torinese)

Aperitivo palestinese

per raggiungerci:
bus 11C capolinea Arcoveggio
bus 27, 97, 98 Corticella fermata Lipparini

Regione Emilia Romagna complice delle politiche coloniali di Israele

A partire dall’Accordo del 13 giugno del 2000 stipulato a Bologna, regioni come l’Emilia Romagna hanno avviato progetti congiunti con il MATIMOP, Centro Industriale Israeliano per la Ricerca e lo sviluppo, dipendente dal Ministero dell’Economia israeliano. Nel corso del 2008, ad esempio, la Regione Emilia Romagna ha siglato un accordo con il Matimop, finalizzato a varare un bando che prevede un finanziamento di 800mila euro, dei quali il 50% dall’Italia, per sostenere progetti congiunti hi-tech tra imprese della regione e aziende israeliane (http://giunta.regione.emilia-romagna.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/1520). I progetti concernono attività di ricerca e sviluppo tecnologico in varie aree interessando anche micro e nanotecnologie necessarie allo sviluppo dei sistemi d’arma israeliani. L’ultimo massacro nella Striscia di Gaza, ad esempio, che ha ucciso 1500 palestinesi e provocato più di 5000 feriti, riducendo Gaza in macerie e costringendo la popolazione a condizioni di vita disumane, è stato realizzato con armi “misteriose” basate su nano sistemi (http://www.rainews24.rai.it/it/canale-tv.php?id=13561) utilizzando la popolazione civile bombardata come cavia.

Dall’anno 2005, inoltre, la Regione Emilia Romagna versa 400mila euro ogni anno nelle casse israeliane per finanziare il progetto “Saving children - la medicina al servizio della Pace”, con il quale Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Friuli Venezia-Giulia, Piemonte, finanziano la sanità israeliana per… curare i bambini palestinesi. L’accordo sottoscritto tra le Regione Emilia Romagna e il Peres centre for Peace per il triennio 2005-2007 e rinnovato sino al prossimo anno, si prefigge come obiettivo quello di “fornire ai bambini palestinesi, che pagano il prezzo più alto della guerra e della violenza, un’assistenza medica e di riabilitazione appropriata…”, di “promuovere il dialogo e l’incontro tra palestinesi e israeliani”, di “dimostrare i benefici della cooperazione umanitaria … al fine di promuovere la pace nel territorio”. Tali obiettivi ci sembrano quantomeno vuoti, quando non subdolamente ipocriti e adatti a legittimare l’occupazione della Palestina consolidando una situazione di sudditanza e dipendenza dei palestinesi da Israele. Non si comprende, infatti, perché tali finanziamenti non siano elargiti direttamente alle strutture sanitarie palestinesi; tra i firmatari dell’accordo non siano coinvolti organismi palestinesi. Le strutture ospedaliere israeliane partecipano al progetto applicando la riduzione delle tasse fino al 50%!!!! Non è chiaro, quindi, con quale somma Israele contribuisca al progetto, e non si comprende, inoltre, perché lo Stato OCCUPANTE di Israele, che dovrebbe salvaguardare la salute della popolazione del territorio occupato a proprio completo carico (IV Convenzione di Ginevra), sia addirittura aiutato economicamente a speculare su coloro “che pagano il prezzo più alto della guerra e della violenza” (http://www.arcipelago.org/palestina/dossier_sul_progetto.htm; http://rete-eco.it/it/gruppi-ebraici/ejjp/182-lettera.html).

Le politiche messe in atto da Israele perseguono il chiaro obiettivo di annichilire fisicamente e psicologicamente la popolazione palestinese mediante le ben note azioni criminali che contraddistinguono lo stato israeliano: occupazione, distruzioni e massacri. Collaborazioni economiche, analoghe a quelle messe in atto dalla regione Emilia Romagna con le strutture israeliane, rappresentano un pericoloso finanziamento complice di questa politica distruttiva e colonizzatrice.

giovedì 18 giugno 2009

Obama e le cose non dette

Il discorso di Obama al mondo musulmano è stata l’ennesima e amara conferma della posizione della nuova amministrazione americana .
Ennesima in quanto preannunciata dall’imbarazzante silenzio sui fatti di Gaza durante la transizione presidenziale (..) , amara perché determinate omissioni in un discorso così importante mettono in scena parte del problema, molto meno della realtà dei fatti.

Intanto si torna a parlare della soluzione dei 2 stati senza fare accenno ai confini del ’67.
E l’entusiasmo fa parlare di cambiamento… e a proposito di cambiamenti ecco l'arcipelago Cisgiordania oggi.





Qui riporto le impressioni di Noam Chomsky sul discorso del Cairo (da Institute for Public Accuracy)

…….

"Da un titolo di CNN, che fa riferimento ai progetti di Obama per il suo discorso del 4 giugno al Cairo , si legge 'Obama prova a raggiungere l'anima del mondo musulmano"
Forse questo è il suo intento ma più significativo è il contenuto nascosto dietro un’affermazione retorica o semplicemente omessa.

Concentrandosi solo su Israele e Palestina - nessun riferimento sostanziale a qualsiasi altra cosa - Obama ha invitato gli arabi e gli israeliani a non 'puntarsi il dito' a vicenda e a non 'vedere questo conflitto da un unico punto di vista'.
Vi è, tuttavia, una terza parte, quella degli Stati Uniti, che ha svolto un ruolo decisivo nel sostenere l'attuale conflitto.
Obama non ha dato alcun segnale della possibilità che il suo ruolo possa cambiare o che possa essere una cosa da prendere in considerazione.

Coloro che razionalmente hanno familiarità con la storia concluderanno quindi che Obama proseguirà nel percorso di reiezionismo unilaterale degli Stati Uniti.

Obama ha ancora una volta elogiato l’iniziativa di Pace Araba aggiungendo solo che gli Arabi devono considerarla come ‘un importante inizio ma non come la fine delle loro responsabilità.’ ' Come dovrebbe vederla invece l’amministrazione Obama?
Obama e i suoi consulenti sono sicuramente a conoscenza del fatto che l’iniziativa ribadisce l´oramai consolidato consenso internazionale che chiede la soluzione di due Stati sui confini internazionali (precedenti al giugno'67), forse con 'minori e reciproche modifiche´ ( per prendere in prestito le parole del governo USA che negli anni ‘70 improvvisamente scomparvero ai giudizi dell’opinione pubblica ) vietando una risoluzione del Consiglio di sicurezza sostenuta dagli Arabi e tacitamente dall'OLP (`il confronto degli stati ' Egitto, Iran, Siria), con lo stesso essenziale contenuto dell’iniziativa di Pace araba.
L’unica eccezione è che quest'ultimo invito va al di là, invitando gli Stati arabi a normalizzare le relazioni con Israele nel contesto di questo assetto politico.
Obama ha invitato gli Stati Arabi a procedere alla normalizzazione, ignorando tuttavia con cura la cruciale soluzione politica che è la sua prima condizione.
L’iniziativa non può essere un ‘inizio’ se gli Stati Uniti continuano a rifiutare di accettare i suoi principi fondamentali o semplicemente di riconoscerli.

In fondo l'obiettivo della gestione Obama, più chiaramente enunciato dal senatore John Kerry, il presidente della commissione Affari Esteri del Senato, è di forgiare un'alleanza tra Israele e gli Stati Arabi 'moderati' contro l'Iran.
Ma il termine 'moderato' non ha nulla a che fare con il carattere dello Stato, ma intende segnalare la sua volontà di conformarsi alle richieste degli Stati Uniti.

"Che cosa farà Israele per andare incontro agli Arabi per la normalizzazione delle relazioni?”
La posizione più severa che finora è stata pronunciata dall’amministrazione Obama è che Israele dovrà conformarsi alla fase I della Road Map del 2003, che recita: 'Israele blocca tutte le attività di insediamento (compresa la crescita naturale degli insediamenti). '
Tutte le parti dichiarano di accettare la Road Map, senza però considerare che Israele ha immediatamente aggiunto 14 riserve e ciò la rende di fatto inutilizzabile.

Trascurato il dibattito sugli insediamenti, il fatto è che anche se Israele dovesse accettare la 1a fase della Road Map, questo lascerebbe in piedi l'intero progetto di regolamento che è già stato elaborato con il sostegno determinante degli Stati Uniti, per assicurarsi che Israele abbia le preziose terre all'interno dell´illegale 'muro di separazione' (comprese le principali fonti di approvvigionamento idrico della regione), così come la Valle del Giordano, imprigionando così quel che resta, che viene suddiviso in cantoni da insediamento e importanti infrastrutture estendendosi molto più a Oriente.

Nessun riferimento al fatto che Israele si sta spostando verso la "Grande Gerusalemme", sito dei suoi attuali e principali programmi di sviluppo, sradicando molti arabi e facendo in modo che ciò che rimarrà ai palestinesi sarà lontano dal centro della loro identità culturale così come della loro vita economica e socio-politica.
Nessun riferimento al fatto che tutto questo accade in violazione del diritto internazionale, come ammesso dal governo di Israele, dopo la conquista del 1967, e ribadito dalle risoluzioni del Consiglio di sicurezza e dalla Corte internazionale di giustizia.
Ancora nessun riferimento sulle riuscite operazioni , in atto dal 1991, di separare la Cisgiordania da Gaza, fino al risultato di una prigione in cui la sopravvivenza è appena possibile minando ulteriormente le speranze di uno Stato palestinese autonomo.

Vale la pena ricordare che non vi è mai stata una rottura del reiezionismo USA-Israel.
Il presidente Clinton ha riconosciuto che i termini che aveva offerto al fallito incontro di Camp David nel 2000 non erano accettabili per nessun palestinese, e in dicembre, propose i suoi 'parametri' che seppur fumosi erano comunque un segno di maggiore disponibilità.
Clinton annunciò che le due parti avevano accettato i parametri, anche se entrambe avevano espresso delle riserve. I negoziatori israeliani e palestinesi si incontrarono a Taba, Egitto, per appianare le divergenze e si ebbero notevoli progressi. Annunciarono, durante la loro ultima conferenza stampa congiunta, che una completa risoluzione avrebbe potuto essere raggiunta in pochi giorni.
Ma Israele sospese i negoziati prematuramente, e di fatto non sono stati mai formalmente ripresi.
L'unica eccezione indica che, se un presidente americano è disposto a tollerare una significativa soluzione diplomatica, questa può essere molto probabilmente raggiunta.

E’ opportuno ricordare anche che l'amministrazione di George Bush andò un po' al di là delle parole per opporsi ai progetti di insediamento illegali israeliani, e cioè, mediante il sostegno economico degli Stati Uniti. Al contrario, i funzionari dell´amministrazione Obama hanno dichiarato che tali misure "non sono in discussione' e che le eventuali pressioni su Israele perché si attenga alla Road Map saranno 'in gran parte simboliche’, così come riporta il New York Times (Helene Cooper, 1 giugno).

Ci sarebbe altro da dire, ma questo non aiuterebbe lo spaventoso scenario di ciò che Obama sta anticipando col suo discorso al mondo musulmano.

da http://rough-moleskine.blogspot.com/2009/06/il-discorso-di-obama-al-mondo-musulmano.html

Intervista ad Ilan Pappe alla Fiera del Libro di Torino 2009

“I giovani israeliani vengono istruiti a pensare che oggi come nel 1948 combattono un nemico barbaro. Non gli vengono dati gli strumenti per capire per quale motivo un palestinese si fa esplodere, perché l'Olp combatteva Israele o perché Hamas lancia i razzi Qassam". Intervista allo storico israeliano che insegna all'Università di Exeter, in Inghilterra. Ad Haifa, non gli è stato rinnovato il contratto.

da Rimini Gaza. Movimento per restare umani
http://comunitasociale.ning.com/profiles/blogs/ilan-pappe-alla-fiera-del

LE "GENEROSE" OFFERTE DI NETHANYAU. UN VELENOSO INGANNO DA RESPINGERE

Dopo il discorso del premier israeliano all’Università Bar Ilan, considerato la risposta al discorso di Barck Obama all’Università del Cairo, è bene essere chiari. Non solo lo Stato di Israele, per bocca del suo capo del governo, non ha fatto alcun passo avanti, ma ha inteso ribadire con forza, addirittura con arroganza, la sua unilaterale visione del mondo, della storia ed anche dell’attualità.

Nethanyau non ha fatto altro che riaffermare i capisaldi dell’ideologia sionista, a partire dalla negazione del diritto dei Palestinesi ad uno Stato degno di questo nome, che è cosa diversa dal bantustan privo di sovranità vagamente ipotizzato dal premier israeliano, in perfetta ed assoluta continuità con i suoi predecessori. Quanto alle responsabilità storiche, Nethanyau ha nuovamente rovesciato sui Palestinesi e gli Arabi la colpa di non aver mai accettato una prospettiva di pace e convivenza, facendo risalire agli scontri del 1920 con i primi coloni sionisti l’inizio di un rifiuto arabo che arriva fino ai nostri giorni, passando per la guerra del 1948, le prime azioni dei fedayn negli anni 50 e la guerra del 1967. Del resto, per il premier israeliano è chiaro che il diritto del popolo ebraico ad occupare la terra palestinese risale alla bellezza di 3500 anni fa, smentendo, quindi, che la nascita di Israele sia una diretta conseguenza dell’Olocausto: “Il diritto di stabilire il nostro Stato sovrano qui, nella Terra di Israele, deriva da un semplice fatto: Eretz Israel è il luogo di nascita del popolo ebraico”. Conseguentemente, chi ha abitato la terra di Palestina per secoli e secoli, non ha alcun diritto su quella terra, tanto è vero che la precondizione per qualunque colloquio con i Palestinesi è la seguente: “I Palestinesi devono riconoscere Israele come lo Stato del popolo ebraico”. E tanti saluti a quel milione e mezzo di cittadini israeliani che ebrei non sono, per non parlare dei profughi della diaspora palestinese, che nella terra di Israele non dovranno mai più mettere piede.

Sulla base di questi presupposti, non c’è da stupirsi se lo “Stato” immaginato da Nethanyau per i Palestinesi non abbia nulla a che vedere con i principi di sovranità che contraddistinguono gli Stati veri e propri: può, infatti, definirsi Stato un’entità privata della sua capitale storica (Gerusalemme), di confini certi e del controllo sugli stessi, del controllo del suo spazio aereo e – lo supponiamo – anche delle sue acque territoriali? “Niente esercito, nessun controllo dello spazio aereo. Misure reali ed efficaci (da parte della comunità internazionale, guidata dagli U.S.A., dice Nethanyau) per impedire che vi arrivino armi, non come succede adesso a Gaza. I Palestinesi non possono stipulare trattati militari”. Se a tutto questo aggiungiamo che, nella visione di Nethanyau, non è nemmeno pensabile frenare quella che chiama la “crescita naturale” delle colonie ebraiche, appare evidente che nemmeno l’arrendevolissima Autorità Palestinese di Abu Mazen può permettersi di accettare ufficialmente queste condizioni.

*****

Il futuro delineato dalle parole di Nethanyau non potrebbe essere più nero, per i Palestinesi, per l’intero Medio Oriente, per tutta l’area che va dal Mediterraneo al Caucaso. E’ un futuro di guerra, anche in aperto contrasto con la nuova amministrazione U.S.A., come, del resto, era scritto a chiare lettere nel documento elaborato dai servizi di intelligence israeliani, trasmesso alla Knesset lo scorso autunno, ben prima delle elezioni presidenziali nordamericane. Resta da vedere se il governo israeliano avrà veramente la forza di agire contro gli indirizzi dell’amministrazione Obama o se, di converso, l’amministrazione Obama avrà veramente la forza di autonomizzarsi, almeno in parte, da quella Israel Lobby che ha condizionato la politica mediorientale degli U.S.A. dalla presidenza Eisenhower in poi.

Allo stato attuale, le prime reazioni al discorso di Nethanyau non autorizzano il minimo ottimismo. L’amministrazione U.S.A., contro ogni evidenza, lo ha definito “un passo avanti”, anche se non si capisce verso cosa, e lo stesso ha fatto l’Unione Europea. L’ Autorità Palestinese, la Lega Araba e tutti i governi arabi – compreso il moderatissimo e servile Egitto – lo hanno, invece, bollato per quello che è: la pietra tombale di ogni possibile negoziato. Hamas lo ha definito un discorso razzista e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina un proclama di guerra ed un insulto alla comunità internazionale. Arrivando a casa nostra, non possiamo non notare come, dopo il discorso del premier israeliano, Claudio Pagliara sia tornato a parlare a reti RAI unificate, lodando la proposta dello Stato palestinese “smilitarizzato”, senza che qualcuno abbia fatto sentire una voce di dissenso. Siamo pronti a scommettere che, di fronte alle reazioni negative dei Palestinesi e del mondo arabo, ripartirà il tormentone politico-mediatico sulle “generose offerte”, che l’altro ieri erano quelle di Barak, ieri quelle di Sharon ed Olmert, oggi sono quelle di Nethanyau.

In questo scenario, la sola cosa ragionevole da fare è quella di rilanciare la solidarietà con il popolo palestinese e il boicottaggio dell’economia di guerra israeliana. La sola alternativa, è la complicità – palese o occulta, poco importa – con il delirio di onnipotenza sionista, un delirio che si mostra pronto a scatenare nuove guerre e nuovi genocidi nella convinzione di assicurarsi, per questa via, la perpetuazione del proprio dominio. Mai come oggi, lottare per la Palestina significa lottare per la pace.

il Forum Palestina (www.Forumpalestina.org)

Cisgiordania, oltre 3mila appartamenti costruiti nelle colonie a partire dal 2008

Osservatorio Iraq, 11 giugno 2009

Sono oltre 3.200 le unità abitative costruite nelle colonie israeliane in Cisgiordania nel corso dell’ultimo anno e mezzo.

È quanto si apprende da un articolo pubblicato oggi dal quotidiano israeliano Yedioth Ahrnoth.

Stando a quanto scrive la più popolare testata israeliana, migliaia di nuovi appartamenti sono attualmente in costruzione e altri ne verranno annunciati entro l’anno.

Nel dettaglio, sono 900 le unità abitative in via di realizzazione nella colonia di Ma’ale Adumim, a Gerusalemme est, 750 quelle di Givat Ze’ev, nel settore nordovest della città santa, 617 a Modi’in, a ovest di Ramallah.

Altre 270 residenze e 27 e fabbriche sono in costruzione ad Ariel e Barqan, a sud di Nablus, e 327 a Bitar Illit, a ovest di Bethlehem.

L’attuale governo israeliano, guidato dal leader del Likud Benjamin Netanyahu, si è impegnato a combattere gli “avamposti” (le colonie giudicate illegali anche dallo Stato ebraico, oltre che dalla comunità internazionale), ma ha detto anche di essere intenzionato a consentire la “crescita naturale” degli insediamenti esistenti.


[c.m.m.]

http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&file=article&sid=7744


domenica 7 giugno 2009

ADERISCI ALLA CAMPAGNA DI BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni)

13 giugno: II giornata di mobilitazione nazionale della Campagna Boicottaggio - Disinvestimento - Sanzioni verso Israele

La campagna BDS è stata lanciata da organizzazioni della società civile palestinese, che richiamandosi all’esempio della lotta per l’abolizione dell’Apartheid in Sud Africa, hanno chiesto la solidarietà internazionale. La campagna BDS ha lo scopo di denunciare e incidere sull’economia criminale israeliana, attraverso il boicottaggio delle merci israeliane, il disinvestimento dall’economia israeliana, la sospensione dei rapporti accademici e delle collaborazioni con lo Stato e gli enti locali, la verifica delle possibili iniziative legali (sanzioni) per la condanna dei criminali di guerra ed il risarcimento dei danni provocati in questi anni di occupazione, distruzione e massacri.

OBIETTIVI DELLA CAMPAGNA ITALIANA BDS:
I prodotti provenienti dallo Stato di Israele (generalmente identificati dal codice a barre con le prime tre cifre 729).
Jaffa e Carmel: prodotti ortofrutticoli israeliani. Le società Jaffa e Carmel controllano le esportazioni dei prodotti ortofrutticoli israeliani, provenienti da Israele, dalle colonie nei territori occupati e anche dai coltivatori palestinesi i quali, in mancanza di altri canali di distribuzione, sono costretti a lasciare buona parte del ricavato dei loro prodotti alle società.
THEVA: prodotti farmaceutici israeliani. L’azienda THEVA in Italia e in Francia ha acquisito una posizione dominante nel mercato dei farmaci generici e da banco.
L’OREAL: prodotti cosmetici. Oltre ad essere uno dei maggiori investimenti israeliani, il gruppo L’OREAL commercializza prodotti realizzati con materiali provenienti dai territori palestinesi occupati, come i Sali del Mar Morto.
LAVAZZA: azienda che da oltre due decenni è leader nel mercato israeliano del caffè, delle macchine per bar e uffici, dell’architettura e dell’arredamento dei locali, attraverso la ditta israeliana Gils Coffee Ltd. Il boicottaggio della Lavazza è raccomandato anche dall’organizzazione pacifista israeliana Gush Shalom e dalla Coalizione delle Donne per la Pace israeliana, an che per il legame diretto fra la Lavazza stessa e la Eden Springs Ltd, azienda che imbottiglia e distribuisce l’acqua delle Alture del Golan, territorio siriano occupato e colonizzato illegalmente da Israele dal 1967.

LA CAMPAGNA ITALIANA BDS CHIEDE, INOLTRE:
- La revoca delle collaborazioni al progetto “Saving children”, con il quale la Regione Emilia Romagna, insieme con le regioni Toscana e Piemonte elargisce fondi alla sanità israeliana per curare i bambini palestinesi feriti dagli stessi Israeliani!

- La revoca degli accordi di cooperazione tecnologica fra la Regione Emilia Romagna e il centro industriale israeliano Matimop.

- Chiediamo alle istituzioni accademiche ed ai singoli dipartimenti e docenti di sospendere a loro volta ogni rapporto con le università israeliane, in solidarietà con le università palestinesi cui l’occupazione impedisce da anni di portare avanti i propri programmi.

Primi firmatari:
Comitato Palestina Bologna - Sopra i Ponti - Un ponte per... Bologna - Rete dei Comunisti - Lazzaretto Occupato - RdB/CUB - Crash - Prometeo - Aula 1 Autogestita - PCL fed. Bologna - PRC fed. Bologna - Fmlu/CUB

sabato 6 giugno 2009

Il passaggio sulla Palestina nel discorso di Barak Obama al Cairo

"I forti legami degli Stati Uniti con Israele sono noti. Questo legame è indistruttibile e l'aspirazione ad una patria per gli ebrei è radicata in una storia tragica che nessuno può negare. Al tempo stesso, è allo stesso modo innegabile che il popolo palestinese abbia sofferto nella ricerca di una patria. La situazione della gente palestinese è intollerabile. E l'America non girerà le spalle alla legittima aspirazione palestinese alla dignità, a ciò che è opportuno e ad uno stato proprio. L'unica soluzione è che l'aspiarazione di entrambe le parti sia realizzata attraverso due stati, dove israeliani e palestinesi possano vivere in pace e sicurezza. E' nell'interesse di Israele, della Palestina, dell'America e del mondo. I palestinesi devono abbandonare la violenza. Hamas deve riconoscere gli accordi passati ed il diritto di Israele ad esistere. Israele deve rispettare l'obbligo di permettere ai palestinesi di vivere, lavorare e sviluppare la propria società".

....due stati? dove e come?



martedì 2 giugno 2009

Ora la priorità è quella di essere uniti

"Ora la priorità è quella di essere uniti come palestinesi"
Intervista a Khalida Jarrar del FPLP*
di Enrico Bartolomei**

Cominciamo dal parere del FPLP sull’amministrazione Obama e sul nuovo governo israeliano. Pensa che la nuova amministrazione americana porterà qualche cambiamento al conflitto israelo-palestinese?

Noi non riteniamo che i singoli possano fare molto per la politica di un paese. Credo che Obama non porterà alcun cambiamento sostanziale, almeno per quanto riguarda la politica estera americana. Stiamo parlando di politiche istituzionali e non di quelle dei singoli. Naturalmente, ogni presidente, ogni partito ha un approccio diverso sul modo di attuare la politica estera, e non ci saranno più le folli politiche come quelle portate avanti da Bush, ma Obama non può cambiare il sistema, e le contraddizioni sono all'interno del sistema stesso: il sistema economico capitalista, la visione imperialista che ha portato all’occupazione militare in Iraq e in Afghanistan.
Verso il Medio Oriente e, in particolare, riguardo la causa palestinese, parlano ancora di "processo di pace", che per noi non significa nulla. Non è un vero processo di pace e credo che la priorità per gli Stati Uniti ora sarà la crisi finanziaria ed i problemi economici all'interno del sistema capitalistico stesso. Pertanto, non siamo ottimisti, Obama non modificherà il sistema e, di conseguenza, per i palestinesi la situazione non cambierà di molto.

Riguardo il governo israeliano? Sembra al momento che non si impegnerà nella soluzione dei due Stati...

Il governo israeliano? Le elezioni dimostrano che il governo israeliano sta andando sempre più verso l'estrema destra. La novità è che Lieberman è riuscito ad ottenere un maggiore consenso ed una poltrona nel governo come ministro degli Esteri. Egli stesso rappresenta apertamente, ora a livello ufficiale, il razzismo, le politiche di pulizia etnica del governo israeliano nei confronti dei palestinesi. Sta aumentando il numero di insediamenti e delle demolizioni di case a Gerusalemme.

Quindi, parlare o non parlare con loro?
Io appartengo ad un partito che fin dall'inizio va dicendo che questo processo di pace non porterà a nessuna pace o giustizia per i palestinesi. Abbiamo chiesto di interrompere qualsiasi tipo di negoziazione con i governi israeliani, con questo in particolare. Noi non crediamo in un processo di pace sulla base dei colloqui personali, individuali, senza che si applichino autenticamente le risoluzioni internazionali relative alla causa palestinese ed il riconoscimento dei diritti fondamentali dei palestinesi. Io non parlo solo del diritto di creare uno Stato palestinese pienamente indipendente, ma anche del diritto all’autodeterminazione e del diritto al ritorno per i profughi palestinesi. Non vi è alcuna necessità di discussioni o compromessi su tali diritti fondamentali inalienabili, che dovrebbero realizzarsi soltanto attraverso una conferenza internazionale sulla base del diritto internazionale e delle relative risoluzioni ONU.

Colloqui del Cairo: pensa che una qualche riconciliazione tra Hamas e Fatah sia realistica?

Sono pessimista sulla possibilità di una riunificazione. Non credo che ci siano delle reali trattative tra i due partiti in materia di riunificazione, ma colloqui individuali. Ciascun partito utilizzerà il suo potere per creare i meccanismi al fine di ottenere più potere e dominare l’area che già controlla. Pensiamo che ci debba essere una discussione, senza interferenze esterne e precondizioni, su come dovrebbe essere formato il nuovo governo. Come partiti politici palestinesi, noi abbiamo in comune la condizione di essere sotto un’occupazione: per questo dovremmo rispettarci a vicenda e utilizzare solo strumenti democratici per risolvere i problemi, invece di controllare le cose attraverso l'uso della forza. Abbiamo bisogno di tenere le elezioni, di cambiare la legge elettorale, per dare a tutti i partiti politici la possibilità di partecipare. Dobbiamo porre fine a questo terribile meccanismo per cui il feudo Hamas-Fatah, anche grazie alle interferenze esterne, controlla ogni cosa.

Un numero crescente di critici e dissidenti verso la dirigenza dell’Autorità Palestinese (AP) sta diventando un obiettivo per l'apparato di sicurezza dell'AP in Cisgiordania.
Pensa che l'AP stia diventando sempre più autoritaria e le sue forze di sicurezza militarizzate? E cosa pensa del loro coordinamento con gli israeliani?

Questo aspetto è parte dell’accordo della Road Map. Rifiutiamo categoricamente il coordinamento tra le forze di sicurezza palestinesi e israeliane e pensiamo che debba essere immediatamente interrotto. Tutte le forze di sicurezza dovrebbero aiutare i palestinesi nella loro lotta e difendere i diritti dei propri cittadini, invece di collaborare con l'occupante. Questa è una delle questioni ora sul tavolo del dialogo. Siamo contrari a qualsiasi tipo di forze di sicurezza legate ai partiti politici, come è adesso in Cisgiordania e Gaza. Sono molto preoccupata per la violazione dei diritti umani dei palestinesi: sia in Cisgiordania che a Gaza ci sono prigionieri politici, omicidi, chiusure delle istituzioni del partito rivale. A Gaza, Hamas non permette a Fatah di tenere la normale attività politica e, a parti invertite, accade la stessa cosa in Cisgiordania. Le prime vittime di queste politiche sono i diritti umani degli stessi palestinesi.

L'Autorità Palestinese continua a ritenere che i negoziati di pace siano il modo migliore per raggiungere la pace e la giustizia per i palestinesi. Pensa che l’ANP rappresenti gli interessi del popolo palestinese?

Appartengo ad un partito che si è opposto al cosiddetto processo di pace sin dall'inizio. Non siamo d'accordo con il percorso dei negoziati isolati e continui e chiediamo che l’AP ponga fine a questa politica che non porta da nessuna parte. Noi vediamo che Israele usa i negoziati di pace come uno strumento e una copertura per le sue azioni sul terreno, per le costanti aggressioni ed attacchi contro i palestinesi e la loro terra.

C'è la necessità di un'altra forma di rappresentanza per i palestinesi? L’OLP non è forse sorpassato dai tempi?

Non abbiamo bisogno di creare un’altra istituzione. Noi vediamo l'OLP come una rappresentanza politica dei palestinesi dentro e fuori la Palestina ed il simbolo della loro lotta. L’ANP non rappresenta tutti i palestinesi, la maggior parte dei quali sono i rifugiati all’estero, dovrebbe solo essere un’istituzione che aiuta i superstiti palestinesi sotto occupazione. Quindi, abbiamo bisogno di una rappresentanza politica: ritengo che si debba salvare l'OLP riformandolo. Prima di tutto una politica di revisione è necessaria: dobbiamo imparare dalla lezione del passato e fermare la politica dei negoziati e degli accordi di pace vani. In secondo luogo, ci deve essere una riforma democratica all'interno della stessa OLP. Elezioni per un Consiglio Nazionale Palestinese [il parlamento dell’OLP, NdT] dovrebbero essere tenute in modo da dare a tutto il popolo palestinese la possibilità di essere adeguatamente rappresentato. Da queste elezioni saranno creati un Comitato Centrale e un Comitato Esecutivo.
Vede, un altro aspetto del conflitto tra Hamas e Fatah è la questione della rappresentanza: Fatah non vuole che Hamas entri nell'OLP al fine di mantenerne l'egemonia. Al contrario, Hamas vuole avere una forma alternativa di rappresentanza, perché ha vinto le elezioni. Noi vediamo nell’OLP la casa di tutti i palestinesi e uno strumento di rappresentanza nella lotta per l'autodeterminazione.

Parliamo della sinistra palestinese. Può una sinistra divisa rappresentare una terza via realistica tra Hamas e Fatah?

Le critiche alla frammentazione dei partiti di sinistra sono giuste: essa è fonte di grande debolezza. Noi riteniamo che la sinistra debba essere unificata. Non sto parlando di un nuovo partito o di una immediata riunificazione, ma di una coalizione di tutti i gruppi di sinistra e progressisti, delle organizzazioni di base e dei singoli intorno ad una piattaforma politica minima. Questo potrebbe essere il primo passo di un processo che conduca verso una sinistra unitaria. In caso contrario questa situazione, in cui Hamas e Fatah controllano tutto, ci accompagnerà per lungo tempo. Solo se i partiti palestinesi di sinistra e democratici, insieme con le singole persone, si unificano in una coalizione, la sinistra può rappresentare una terza via. Stiamo lavorando su questo. In alcuni consigli studenteschi si sono già tenute elezioni unitarie, i movimenti femminili di sinistra stanno discutendo un documento per formare una coalizione ...

Quali sono gli ostacoli concreti all'unificazione della sinistra?

I principali ostacoli sono di carattere politico. Per esempio abbiamo opinioni diverse sul processo di pace: alcuni partiti sono d'accordo con gli accordi di Oslo, la Road Map, ecc. Tuttavia, come ho detto prima, questo non deve impedirci di trovare un accordo su una agenda politica minima.

Mi sembra che i gruppi di sinistra in generale, e il FPLP, siano di fronte ad una crisi di consenso nella società palestinese: Perché? Dove è andata la sinistra? Cosa state facendo per essere più presenti e visibili nella società civile palestinese (organizzazioni non governative, organizzazioni di base, movimenti popolari)?

Questa è la sfida: nessun partito politico di sinistra può fare molto da solo. Ora i gruppi di sinistra si trovano ad affrontare una situazione difficile: non abbiamo potere, né denaro, né sostegno internazionale. Anche nel mondo arabo, i gruppi islamici fanno la parte del leone. Ci troviamo di fronte a problemi interni, come quello economico. Siamo partiti poveri e, se si vogliono aumentare i programmi sociali, si ha bisogno dei soldi per farlo. Come si può competere con Hamas, che ha infrastrutture e fondi in gran quantità? La gente non vuole solo parole, ma azioni sul piano sociale.
Abbiamo anche bisogno di poter contare sull’aspetto volontario. Qui si pone la domanda: come incoraggiare il volontarismo quando si devono affrontare così tanti ostacoli geografici? A livello internazionale, soprattutto dopo il crollo dell'Unione Sovietica, abbiamo perduto il sostegno, la copertura, e qualsiasi tipo di protezione. Ci sentiamo vulnerabili: se si dice di essere un membro del FPLP, si finisce in carcere il giorno stesso. Ma la sua critica è giusta, dobbiamo rivedere la nostra politica, tornare nei movimenti di base, essere più presenti...
... come nella resistenza popolare nonviolenta contro il Muro...
Abbiamo già condiviso le attività a Bil'in, Ni'lin, al-Ma'sara, siamo dentro questi comitati popolari.

Avete rapporti con il movimento israeliano e internazionale contro l’occupazione?

Noi pensiamo che la nostra lotta nazionale abbia bisogno del sostegno attivo del movimento di solidarietà internazionale. Per quanto riguarda i movimenti israeliani, noi chiediamo a loro il pieno riconoscimento dei diritti palestinesi...

Non crede che sia giunto il momento per il FPLP di indirizzare maggiori energie alle lotte di base e popolari, e di attribuire meno importanza al confronto militare?

Il FPLP crede in tutti i tipi di resistenza e, naturalmente, la principale è la resistenza popolare (il boicottaggio delle merci, il boicottaggio accademico e culturale, le manifestazioni pacifiche contro il muro e gli insediamenti). Nessun partito sostiene solo la resistenza militare. La lotta armata può essere condivisa solo da singoli individui, e si modifica a seconda della situazione, ma la lotta popolare è la parte più grande e ad essa può unirsi moltissima gente. Non critichiamo in linea di principio la resistenza armata, perché siamo di fronte ad una occupazione per niente benevola, bensì ad un’occupazione militare. Concordo sul fatto che si dovrebbe aumentare la nostra resistenza popolare contro il muro, gli insediamenti, ecc. C'è un collegamento tra i due tipi di resistenza.
Forse non è il momento giusto per una terza Intifada, anche vedendo che la reazione in Cisgiordania durante l'attacco israeliano su Gaza non è stata così forte come ci si sarebbe potuto aspettare...
La reazione non è stata forte a causa del ruolo svolto dalle forze di sicurezza palestinesi e perché, e questo è il motivo principale, siamo divisi a livello nazionale. Vede, l'Intifada ha bisogno di leader, ma non abbiamo leader. Ha bisogno di essere unitaria, ma non c'è la minima unità. Penso che il momento per una terza Intifada verrà, il popolo non aspetterà il peggioramento senza fine dell’occupazione, ma ora la priorità è quella di essere uniti come palestinesi.

Il FPLP è un partito laico e marxista ma avete posizioni politiche molto più vicine ad un partito religioso come Hamas piuttosto che agli altri partiti laici. Come spiega questa contraddizione?

Non credo che politicamente siamo così vicini ad Hamas. Ad esempio, critichiamo il suo approccio politico e la sua convinzione su un cessate il fuoco a lungo termine come modo per porre fine all’occupazione. Ci sono delle similitudini, naturalmente: siamo entrambi contro gli accordi di Oslo, la Road Map, la trappola dei negoziati di pace. E come per altri movimenti rivoluzionari, per esempio in America Latina, possono esserci in alcuni momenti storici alcuni tipi di rapporti tra marxismo e religione. Dobbiamo definire la fase in cui ci troviamo per stabilire le priorità: come palestinesi, ci troviamo di fronte ad una lotta nazionale e democratica. Si deve guardare all'agenda politica in relazione all’occupazione: ora la nostra lotta nazionale unitaria deve essere la priorità, altre volte le questioni sociali e democratiche saranno in cima all'agenda politica. Prima di tutto, penso che si debba lavorare per creare un fronte nazionale unitario tra tutti i partiti per far cessare immediatamente l’occupazione.

* Khalida Jarrar è membro del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e del Consiglio Legislativo Palestinese [parlamento dell’ANP, NdT]
** da AIC - www.alternativenews.org/english/1921-an-interview-with-khalida-jarrar-of-the-popular-front-for-the-liberation-of-palestine-pflp.html

Traduzione dall'inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

breve resoconto della giornata del 28 maggio del Comitato Acqua Bene Comune di Bari: dalla Regione Puglia al Comune di Bari

MANIFESTAZIONE DAVANTI AL CONSIGLIO DELLA REGIONE PUGLIA. Eravamo quasi in 100 persone a presidiare e manifestare davanti al Consiglio Regionale il dissenso verso alcune decisioni "ambigue" della Regione Puglia come il patrocinio concesso al Convegno H2Obiettivo, organizzato da Federutility con AQP SpA e la prima multinazionale idrica, VEOLIA EAU e la candidatura di Bari ad ospitare il Forum Mondiale dell'Acqua 2015. L’obiettivo era quello di coinvolgere i Consiglieri quali componenti dell’organo legislativo, rappresentativo di tutti i cittadini della Regione.

La manifestazione è andata avanti per tutta la mattinata. Abbiamo spiegato – alternandoci al megafono - cosa sta accadendo e le ragioni del nostro dissenso, abbiamo coinvolto i passanti, raccolto firme e parlato con la stampa…che questa volta – quantomeno - non ci ha ignorato (la rassegna stampa la trovate sul sito www.acquabenecomune.org).

Risultati:
- i consiglieri Bonasora (Sinistra e Liberà) e Ventricelli (Sinistra Democratica per il Socialismo Europeo) sono venuti ad incontrarci.

- Una delegazione di 15 persone ha incontrato i gruppi consiliari (Verdi, Comunisti Italiani, PD, Primavera Pugliese, Socialisti Autonomisti, PDL e PRC nella persona dell’Europarlamentare Vittorio Agnoletto) e consegnato un plico informativo e la richiesta di presentare una mozione entro la prossima settimana con la quale i consiglieri chiedono al Governo Regionale di ritirare la candidatura di Bari e di aprire la discussione con la società pugliese (cosa che lo stesso Presidente Vendola ha dichiarato di essere pronto a fare durante il Consiglio dello scorso 25 febbraio…ma noi stiamo ancora aspettando!).

Più di un gruppo consigliare si è impegnato a presentare la mozione entro la prossima settimana.

Il Presidente Vendola non si è presentato all’apertura del Convegno “H2Obiettivo”, come era previsto nel programma. E’, invece, intervenuto il Presidente del Consiglio Pepe che si è dichiarato contrario alla privatizzazione dell’acqua (“La lavorazione e la produzione hanno certamente dei costi ma questo non significa dover trasformare l’acqua in merce. I cittadini devono contribuire ma spetta alle istituzioni garantire il diritto di questa risorsa a tutti, con un occhio sempre attento alle fasce più deboli”.)

Forse, la settimana prossima, “riusciremo” FINALMENTE a incontrare il Presidente Vendola. E’ quanto ci è stato detto dalla sua segreteria particolare contattata da un funzionario del Movimento Per la Sinistra che ha ricevuto la delegazione.

COMUNE DI BARI. INCONTRO CON IL CAPOGABINETTO DEL SINDACO, On. Vito Leccese.

Una delegazione di otto persone del Comitato Pugliese “Acqua Bene Comune” ha incontrato il Capogabinetto del Sindaco, Vito Leccese, per chiedere al Comune di ritirare la proposta di candidatura della città di Bari ad ospitare il Forum Mondiale sull’Acqua, come un atto di coerenza politica e di responsabilità verso i cittadini.

Il dott. Leccese ha detto che non c’è alcuna candidatura ufficiale di Bari e ci ha assicurato che il Sindaco Emiliano chiarirà la Sua posizione al più presto. Noi aspettiamo!

COMITATO di SOLIDARIETA' con il POPOLO PALESTINESE in TERRA di BARI

venerdì 22 maggio 2009

La Regione Puglia non si renda complice dei padroni israeliani dell'acqua palestinesi

UN APPELLO DEL COMITATO DI SOLIDARIETA' CON IL POPOLO PALESTINESE IN TERRA DI BARI

Al Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola

Ai componenti della Giunta Regionale

Bari, 14 maggio 2009

Oggetto: Convegno “H2Obiettivo 2000” organizzato da Federutility.


Il convegno “H2Obiettivo 2000” organizzato da Federutility con la collaborazione dell´Acquedotto Pugliese SpA, in programma il 28 e 29 maggio prossimi presso Villa Romanazzi Carducci, promuove
una logica di privatizzazione dei servizi pubblici e dell’acqua, il bene pubblico per eccellenza, in continuità con la politica che ha animato il Forum Mondiale sull´acqua di Istanbul, secondo il quale l’acqua deve essere considerata un bisogno - e, dunque, un bene economico commercializzabile da cui trarre profitto – e non un diritto umano inalienabile.

Il convegno riceve contributi, fra gli altri, dalla Veolia Eau, prima multinazionale del settore idrico a livello mondiale, in Italia dal 1884 e oggi presente attraverso diverse società su tutto il territorio nazionale fra cui Acqualatina S.p.A., che dall’inizio della sua attività ha aumentato le tariffe fino al 300% (non “giustificate” neanche da un miglioramento del servizio) interrompendo il servizio a coloro i quali non si potevano permettere di pagare. Del resto, Silvano Morandi, Amministratore Delegato di Acqualatina, in un’intervista rilasciata al TG3 lo scorso marzo, ha sostenuto “se il cittadino non vuole avere il servizio idrico da parte di Acqualatina non deve far altro che dare disdetta e approvvigionarsi in modo differente con un pozzo e con una fossa imhoff”. La Veolia, secondo Amnesty International, si è anche resa responsabile (quando ancora si “chiamava” Vivendi) di una serie di violazioni dei diritti umani in molti Paesi asiatici e sud americani.

Allo stesso Convegno prenderanno parte, inoltre, esponenti del Ministero degli Esteri Israeliano e dell´Autorità delle acque di Israele, cioè i rappresentanti di uno Stato che pratica l´occupazione militare, la segregazione e il massacro nei confronti del Popolo Palestinese, e che si appropria con la forza delle armi delle risorse idriche degli Stati confinanti, nonché di quelle della popolazione palestinese.


La Regione Puglia non può in alcuna maniera legittimare queste politiche.


Chiediamo, dunque, alla Giunta Regionale di ritirare il Patrocinio concesso a questa iniziativa, e al Presidente della Regione Nichi Vendola e all´Assessore alle Opere Pubbliche Onofrio Introna di non prendere parte all’iniziativa come previsto dal programma ufficiale del convegno (www.federutility.it).

Perché si scrive acqua ma si legge diritto alla vita e alla democrazia.

Primi firmatari:
Comitato di Bari Contratto Mondiale sull’Acqua
Comitato di solidarietà con il Popolo Palestinese in terra di Bari

Per adesioni all´appello:
acquabenecomune28maggio@live.it

Comitato Palestina Bologna aderisce all'appello:

La Puglia, naturale ponte nelle terre del Mediterraneo, dovrebbe essere promotrice di scambi di popoli, lingue, prodotti, cultura e pace nelle terre di conflitto e non farsi portavoce di chi occupa, abusa e strupra risorse altrui.

vedi anche nostro post:
http://comitatopalestinabologna.blogspot.com/2008/07/apartheid-dellacqua-betselem-stesso.html

giovedì 21 maggio 2009

La deriva di Israele

Noi della rete Ebrei Contro l’Occupazione denunciamo la deriva illiberale e razzista dello Stato di Israele, che molto preoccupa chi abbia a cuore giustizia, libertà e pace. Dopo la strage compiuta a Gaza dall’esercito israeliano, sotto la guida del governo del partito Kadima presieduto da Olmert, la deriva militaresca, razzista ed illiberale di Israele è proseguita con il nuovo governo della coalizione di destra, presieduta da Netanyahu. I propositi decisamente razzisti sono ora apertamente dichiarati, soprattutto dal ministro degli affari esteri, il signor Lieberman, e sembrano diffusi largamente tra i giovani delle scuole medie superiori, quelli che si apprestano ad entrare nell’esercito. Due fatti particolarmente gravi:

1) la persecuzione dell’associazione pacifista New Profile, di cui alcuni membri sono stati fermati e perquisiti ed i loro computers sequestrati. Dopo liberati, sono stati diffidati dal comunicare tra loro e con altri.

2) la preannunziata legge che proibisce il racconto e la commemorazione della Nakba ( la Catastrofe), la cacciata di oltre 700mila palestinesi dalle loro case e dalle loro terre avvenuta nel 1948-49, e, a diversa intensità, in tutti gli anni successivi fino ai nostri giorni. Il ricordo della Nakba viene vietato a tutti, Israeliani Arabi (il 20% circa della popolazione) ed Ebrei, l’80% circa. La pena prevista per i contravventori sarà di tre anni di carcere! Si vuole cioè stabilire che la fondazione dello Stato Ebraico, che ha coinciso con la cacciata dei Palestinesi arabi dalle loro case e la completa distruzione di centinaia dei loro villaggi (detta, a buona ragione, El Nakba dai Palestinesi) è una festa per i vincitori, e gli sconfitti e chi difende i loro diritti non debbono aver libertà di parola, per non rovinare la festa. Questo atteggiamento inumano, e le leggi atrocemente ingiuste che lo attuano, suscitano la indignazione nostra e di chiunque abbia senso di giustizia, e desiderio di veder la pace finalmente instaurata tra il Mediterraneo ed il Giordano. L’avvento della pace richiederà comunque molto tempo, forse generazioni, dopo tanti decenni di ingiustizie, guerre e persecuzioni: per questo crediamo che sia urgente iniziare il disarmo delle inimicizie e del disprezzo subito: subito dare inizio al cambiamento radicale di atteggiamento umano verso le vittime delle ingiustizie da parte dei persecutori.

Non è certo negando queste elementari verità, e peggio ancora togliendo la libertà di parola a chi le proclama, che Israele potrà esser considerato un Paese civile e tantomeno potrà vivere in pace.


Rete ECO (Ebrei Contro l'Occupazione)

Quale Stato per la Palestina?

di Nadia Hijab

20/05/2009 http://www.medarabnews.com/2009/05/20/quale-stato-per-la-palestina/

Il riavvio del processo di pace sembra essere l’obiettivo dichiarato dell’amministrazione Obama, e molti ritengono che sarà il punto centrale del discorso che il presidente americano terrà a giugno dall’Egitto. Tuttavia – come del resto l’incontro tra Obama e Netanyahu ha appena dimostrato – il percorso per giungere a una soluzione a due Stati sarà irto di ostacoli e di insidie, perfino se esistesse da parte di tutti i protagonisti coinvolti la volontà politica di giungere ad una qualche forma di compromesso.

***

I commentatori arabi ed israeliani hanno entro una certa misura tratteggiato a grandi linee il discorso che Barack Obama terrà in Egitto durante la sua visita di giugno, sebbene egli ancora si stia incontrando con i leader della regione a Washington. Se alcuni sono ottimisti, molti invece nutrono timori.

Gli israeliani temono che Obama voglia spingerli a riconoscere i diritti dei palestinesi e obbligarli a restituire i territori palestinesi e siriani che essi sono stati impegnati a colonizzare fin dal 1967.

Gli arabi temono che Obama annuncerà che i loro leader stanno progettando ulteriori concessioni, sotto forma di un’estesa normalizzazione dei rapporti con Israele, prima di un completo ritiro e di una pace complessiva.

Temono anche che il suo discorso porrà il veto sul diritto al ritorno dei palestinesi, che è sia un diritto individuale che collettivo in base alla legalità internazionale, ed appoggerà Israele in qualità di “Stato ebraico” invece che di Stato di tutti i cittadini che lo compongono.

Su una cosa vi è accordo: l’amministrazione Obama vuole vedere una pace complessiva incentrata su una soluzione a due Stati entro la fine del suo mandato.

Se è davvero così, i palestinesi e gli israeliani si trovano di fronte ad un quesito esistenziale: che tipo di Stato sia gli uni che gli altri potranno ottenere?

Sembra che la “Palestina” che si sta delineando avrà un territorio sottodimensionato con una sovradimensionata forza di sicurezza interna. Le dimensioni del territorio dipenderanno da quanto la leadership palestinese riuscirà a restringere la definizione israeliana dei principali blocchi di insediamenti (illegali) che vuole conservare, i cui confini si estendono ben al di là delle costruzioni esistenti.

Le dimensioni della popolazione dipenderanno dall’eventualità che i leader palestinesi continuino o meno ad appoggiare il diritto al ritorno dei palestinesi all’interno di quello che attualmente è Israele, e da quanti profughi ed esiliati essi riporteranno all’interno del nascente Stato palestinese.

Una questione di importanza cruciale sarà quale grado di sovranità riuscirà ad ottenere il futuro Stato palestinese. Esso avrà il pieno controllo sui suoi confini? Recentemente, ad esempio, Israele ha impedito all’inviato di Mahmoud Abbas di recarsi in Sudafrica per presenziare all’insediamento del nuovo presidente del paese. Ha anche introdotto una legge che rende ancora più difficile ai palestinesi della Cisgiordania entrare a Gerusalemme.

E se il nuovo Stato palestinese controllerà i propri confini, sarà costretto ad accettare il monitoraggio israeliano dietro le quinte di tutti i viaggiatori – un approccio inizialmente adottato a Gaza prima che Israele sigillasse i suoi confini?

Altre questioni riguardanti la sovranità includono il controllo dei registri della popolazione, delle risorse idriche, e dell’economia – tutti aspetti attualmente controllati da Israele.

In effetti, la realizzazione di uno Stato palestinese sovrano richiederebbe la rottura con gli accordi di Oslo, in cui i negoziatori palestinesi rinunciarono alla maggior parte degli aspetti della sovranità in quello che si supponeva fosse un periodo transitorio.

Siccome molti dei leader che negoziarono gli accordi di Oslo sono ancora al potere, le prospettive non sono promettenti – a meno che o Hamas o la società civile palestinese non bloccheranno uno Stato minimalista spingendo invece per una piena indipendenza.

Tuttavia, mentre Hamas è a favore di una soluzione a due Stati e potrebbe essere disposto ad accettare un compromesso pragmatico, molti leader della società civile palestinese – soprattutto nei sempre più influenti movimenti per il boicottaggio e per il diritto al ritorno – ora credono in una soluzione ad uno Stato, e non sembrano invece disposti ad investire energie nel progetto dei due Stati. A meno che non vi sarà un cambiamento nella strategia, uno Stato incompiuto potrebbe essere un esito prevedibile.

Quanto a Israele, il suo territorio coprirebbe oltre tre quarti del territorio della Palestina mandataria, molto più di quanto previsto dal piano di spartizione delle Nazioni Unite del 1947. Israele avrebbe dei confini definiti per la prima volta nella sua storia – cosa che significherebbe la fine del progetto sionista di riunire gli ebrei del mondo in quella che era una volta la Palestina.

L’insistenza di Israele affinché venga riconosciuto come “Stato ebraico” ha l’obiettivo di mantenere vivo il sogno sionista nell’eventualità di una soluzione a due Stati. Uno Stato ebraico continuerebbe a dare la priorità ai propri cittadini ebrei oltre che a qualunque ebreo, ovunque nel mondo, che volesse la cittadinanza israeliana in base alla legge sul ritorno.

A questo progetto si oppongono ovviamente il milione e 450 mila palestinesi che sono cittadini di Israele, i quali sono tuttora cittadini di seconda classe. Essi godono inoltre dell’appoggio di un numero crescente di ebrei israeliani che credono in uguali diritti per tutti i cittadini di Israele.

Numerose questioni rappresenterebbero una sfida per uno Stato di Israele in pace. Vi sono divergenze fra gli ebrei stessi riguardo alla pretesa secondo cui la nazionalità israeliana equivarrebbe alla nazionalità ebraica. Molti ebrei continuano a considerare il giudaismo come una fede, e non come un’identità nazionale. E molti ebrei che mantengono legami familiari o culturali con Israele non si considerano come israeliani potenziali, ma piuttosto come cittadini del paese in cui vivono. Nel frattempo il dibattito su “chi sia un ebreo” riaffiora ripetutamente in Israele ed all’estero.

Fino a quando Israele poteva puntare il dito contro minacce esterne, era possibile porre queste questioni in secondo piano. Tuttavia, se e quando il processo di pace ora guidato dall’amministrazione Obama si avvicinerà ad un accordo finale, esse diventeranno questioni sempre più spinose e generatrici di divisioni per Israele.

Se Obama otterrà i due Stati, potrebbe scoprire di trovarsi all’inizio, invece che alla fine del percorso.

Nadia Hijab è Senior Fellow presso l’Institute for Palestine Studies, con sede a Washington

Titolo originale:What Kind of State?

Israele, governo e coloni si alleano per “ebraizzare” Gerusalemme

di Andrea Dessi*

Stando ad un recente rapporto pubblicato da un’organizzazione no-profit israeliana che si occupa di questioni pertinenti al futuro di Gerusalemme, governo di Tel Aviv e coloni avrebbero elaborato un piano per lo sviluppo della città che consiste nella “creazione di una sequenza di parchi che circondano la città vecchia” di Gerusalemme e incrementa cosi il processo di “ebraizzazione” dei quartieri arabi della città.

Il movente del piano, secondo quanto riportato dall’organizzazione israeliana Ir Amim, sarebbe quello di incrementare la presenza ebraica nei quartieri che circondano la città vecchia rendendo cosi molto più difficile un’eventuale divisione della città; aspetto chiave per qualsiasi negoziato di pace tra israeliani e palestinesi.

Inoltre, sempre secondo Ir Amim, “per la prima volta [questo rapporto dà] una visuale comprensiva di come il governo [israeliano] e i coloni, lavorando assieme, stiano creando un regno territoriale basato su tradizioni bibliche” a danno della popolazione, per lo più musulmana, che vive in quelle zone.

Il piano, originalmente presentato al governo dal comune di Gerusalemme nel 2005 ma attivato soltanto nel settembre 2007 quando fu assegnato al Jerusalem Development Agency (Jda), prevede la costruzione di nove parchi nazionali, siti e sentieri turistici situati in aree di apparente rilevanza per la religione ebraica che si trovano sulle sponde orientali della città.

Nonostante queste notizie non siano del tutto nuove - per esempio la pianificata costruzione di un parco nella zona del attuale quartiere arabo di al-Bustan (situato a sud della città vecchia) dove sono state segnalate per la demolizione circa 90 unità residenziali - la divulgazione dei dettagli di una presunta alleanza tra governo e coloni renderà molto più difficile la posizione del governo di Tel Aviv che in passato ha sempre negato ogni accusa di coordinamento con le varie organizzazioni private che promuovono la colonizzazione ebraica attraverso il territorio del futuro Stato palestinese.

Con un valore di poco superiore ai 12 milioni di euro all’anno per un periodo di otto anni, i dettagli del piano, che fino ad ora non erano mai stati resi pubblici, risulterebbero nel creare un anello continuo tra i vari parchi, sentieri e siti turistici progettati e le molte colonie già esistenti nei quartieri arabi che si trovano a est delle mura della città vecchia. Il piano mira a “rafforzare lo status di Gerusalemme come capitale di Israele”, si legge il rapporto presentato dal comune della città nel 2005 e citato in un articolo datato 10 maggio del New York Times.

Secondo le dichiarazioni di Danny Seidemann, avvocato e rappresentante dell’organizzazione Ir Amim, citate dal quotidiano inglese Guardian, “questa politica [di ebraizzazione] getta olio sul fuco del conflitto e minaccia di cambiarlo da un conflitto nazionale, che può essere controllato e risolto, in un inutile confronto regionale”. “Queste azioni limiteranno le possibilità di un compromesso territoriale a Gerusalemme soltanto alle zone a nord e a sud della città vecchia”, continua Seidemann, precisando quindi che per quanto riguarda la città vecchia in sé, dove si trovano i principali luoghi di culto per le tre religioni monoteiste, Israele non ha intenzioni di negoziare sulla propria sovranità.

Un “parco giochi biblico” è la maniera in cui gli esponenti di Ir Amim descrivono i vari parchi e le aree turistiche progettate dal piano assegnato dal governo al Jda e che verranno poi date in gestione alle varie organizzazioni di coloni che già operano nel area di Gerusalemme est. Diventa impossibile negare che ci sono “pericolose similitudini tra il programma [del piano] e i progetti dei coloni il cui scopo è di far fallire una futura soluzione politica nel cuore [Gerusalemme] del conflitto”, ha inoltre dichiarato Seidmann al quotidiano israeliano Haaretz.

Le zone in cui sono pianificati i parchi, sentieri e aree turistiche si concentrano infatti in aree dove già da diversi anni sono attive varie organizzazioni coinvolte con la promozione e la costruzione di colonie ebraiche considerate “illegali” dall’intera comunità internazionale. Nell’area residenziale di Silwan, situata a sud-est delle mura della città vecchia di Gerusalemme, dove vivono all’incirca 50mila palestinesi, e che include il quartiere di al-Bustan dove 90 unità residenziali sono a rischio demolizione per far spazio ad un “area verde” antistante all’area archeologica della “Città di Davide”, l’organizzazione coinvolta è conosciuta come El Ad (oppure Ir David). Attiva nel area dal ’91, quando iniziarono ad occupare e costruire nuove abitazioni riservate esclusivamente ad ebrei, El Ad è un’organizzazione privata con un budget miliardario il cui obiettivo è di far risuscitare l’antica città di Davide attraverso l’esplorazione archeologica e la costruzione di musei e aree turistiche che cementano l’identità e la storia ebraica del luogo. Nonostante le numerose accuse rivolte contro l’organizzazione da varie ong, esponenti dell’Onu e anche una serie di archeologi israeliani che rifiutano il modo in cui El Ad usa “l’archeologia a scopi politici”, l’intera struttura turistica, inclusa la dirigenza dei scavi tuttora incorso, è stata data in dotazione dal governo, attraverso il Israeli Antiquities Authority (Iaa), all’organizzazione El Ad. Sarebbero più di 500 i coloni ebrei ad essersi trasferiti nel area sotto gli auspici di El Ad, che tuttora gestisce anche una serie di visite guidate della zona.

A est della città vecchia, zona conosciuta come il Monte degli Ulivi dove si trovano una serie di chiese e il più esteso e antico cimitero ebraico al mondo, si trova un’altra delle aree incluse nel progetto di sviluppo per la città. Qui, dal 2003 Irving Moskowitz, un businessman milionario di New York che da anni si vanta di donare e investire milioni di dollari in Israele per progetti caritatevoli e di beneficenza (e che quindi gli vengono anche scalati dalle tasse dovute negli Usa), ha costruito due moderni palazzi contenenti una sessantina di appartamenti ciascuno riservati esclusivamente ad una clientela ebraica. Attualmente sono in costruzione altre due palazzine con lo stesso numero di appartamenti, mentre, sempre grazie alle sue donazioni, è stata da poco completata una nuova centrale di polizia situata strategicamente nell’area a est del confine municipale di Gerusalemme (zona conosciuta come “E-1”) e l’enorme colonia di Ma’ale Adummim (34mila abitanti). Queste nuove colonie verrebbero, secondo il piano reso noto da Ir Amim, poi collegate tramite una serie di sentieri, parchi e aree turistiche meticolosamente recintate che completerebbero cosi l’anello circondante la città vecchia di Gerusalemme. Il piano prevede quindi che le aree di Silwan (sud-est), il Monte degli Ulivi (est) e Sheikh Jarrah (nord-est), tuttora a maggioranza arabo-palestinese e che servono come vie principali per l’accesso dei musulmani ai luoghi di culto della città vecchia, restino sotto il controllo di Israele. Inoltre, più a est, quest’anello andrebbe poi a connettersi alla colonia di Ma’ale Adummim, che occupa un’area di quasi 50 chilometri quadrati e che attualmente taglia a metà la Cisgiordania; rendendo cosi molto più complicato non solo una divisione di Gerusalemme tra i due popoli, ma anche limitando la fattibilità di uno Stato palestinese contiguo ed indipendente.

Alle critiche sollevate da Ir Amim si aggiungono infatti anche quelle del gruppo Peace Now, che in una dichiarazione riportata dal quotidiano Jerusalem Post il 10 maggio avvertono che “se procede l’attuazione di questo piano si rischia di trasformare la questione di Gerusalemme, e più specificamente di quell’aree che circondano la città vecchia, in una situazione irrisolvibile e che possibilmente impedirà di arrivare ad una soluzione di due Stati”. Pesanti critiche sono arrivate anche dal segretario-generale dell’Onu Ban Ki-Moon, che l’11 maggio, al termine di una seduta del Consiglio di sicurezza sul conflitto israelo-palestinese alla quale Israele si è rifiutata di prendere parte, ha dichiarato che i palestinesi di Gerusalemme e i territori occupati “continuano a subire le azioni unilaterali e inaccettabili” di Israele. “E’ tempo che Israele cambi in maniera fondamentale la sua politica a questo riguardo” ha inoltre aggiunto Ban Ki-Moon nel corso di una conferenza stampa riportata dalla Reuters il giorno stesso.

Nonostante la reazione del governo israeliano alla pubblicazione del rapporto di Ir Amim siano state a base di smentite e rassicurazioni che “lo sviluppo di Gerusalemme gioverà tutta la popolazione della città rispettandone le diverse fedi e comunità”, come ha dichiarato un esponente del ufficio del primo ministro al giornale Jerusalem Post, le maggiori organizzazioni non governative non appaiono soddisfatte delle intenzioni del governo che comunque non dimostra di voler cambiare rotta. Il ministro degli interni israeliano, Eli Yishai, citato dal New York Times a riguardo delle azioni pianificate dal governo in uno dei quartieri di Gerusalemme est, ha infatti dichiarato che “intende proseguire a questo riguardo con piena forza e determinazione”. “Questa terra è sotto la nostra sovranità – ha aggiunto - la colonizzazione qui è nostro diritto”.

* per Osservatorio Iraq
[18 maggio 2009]
(fonte: Jerusalem Post, Haaretz, Ir Amim, New York Times, Reuters, the Guardian)
blogmasters g.40, gino pino, Ter